Sta facendo il giro del web il foglio in cui si richiede di chiamare Giorgia Meloni usando “il presidente” e non “la presidente” e “la presidentessa”.
Non ho nessun motivo per trovare Meloni e il suo partito simpatici o amichevoli, ma l’episodio ispira riflessioni importanti, che vorrei affrontare per punti.

Giorgia_Meloni presidente

Donne che vogliono la professione al maschile

Ci sono donne che desiderano essere chiamate il giudice, il medico, l’architetto. Non sono per forza donne in lotta con lo scevà o l’asterisco, transfobiche e omofobe.
Alcune di loro (ma non tutte) hanno un’espressione di genere molto maschile (a volte anche nel vestire, a volte no), e amo pensare che non siano così diverse dalle persone non binarie: semplicemente sono a proprio agio col loro nome anagrafico, ma già architetta, professoressa e ingegnera danno loro fastidio. Amo pensare che ci sia una sfumatura, nel genere, e che non ci sia un confine netto tra cisgender e transgender, e ne ho avuto prova in tanti anni.
Non ho mai avallato l’idea che ci siano i “nati nel corpo sbagliato”, in guerra con corpi e vocali, e poi delle serene casalinghe del dado star: soprattutto nell’universo “xx” ci sono talmente tante sfumature che non ha senso fare una “riga in mezzo” come se fosse una pettinatura, e spingere a destra e a sinistra le persone, senza punti di contatto.

Il diritto di non volere una A

Alla luce di questo fatto, mi ha sempre colpito quel movimento sui diritti civili che esalta le persone non binarie e bastona quella donna che “architetta” su di se non lo vuole. Ci sono così tante persone che non hanno mai esplorato la propria identità di genere, o che l’hanno esplorata ma hanno deciso di non trasformarla socialmente e dichiararla tramite un nome e una vocale, che davvero non si possono fare deduzioni su chi non vuole una A. Ed è per questo che mi turba chi “impone” una parola a chi non la vuole. Del resto, chi non sapesse di me, e della mia identità, e sapesse solo che non voglio architetta ma architetto, mi metterebbe nel mucchio con queste donne, e quindi chi ci dice che queste persone non siano (coscientemente o no) gender variant?

Femminismo e censura del maschile xx

Tante volte leggo ciò che si pensa di quella tizia che voleva essere chiamata Direttore d’Orchestra, o di tante altre donne che non vogliono il femminile. Le cose che vengono rivolte a queste persone sono spesso identiche a quelle che, un certo femminismo, rivolge alle persone maschili xx: c’è sempre l’accusa, rivolta a persone di cui non si sa nulla (storia, percorso di crescita, posizionamenti politici), di volere una determinata cosa (la O, la scevà…insomma: non la A), per misoginia interiorizzata, e per convinzione che “per essere autorevoli si debba usare il maschile“.
Sono le stesse frasi che, per anni, parte del movimento LGBT e femminista ha rivolto agli uomini ftm, ai ragazzi non binary, e quindi come possiamo noi, in coscienza, abbracciare le stesse argomentazioni per attaccare altre persone xx, per quanto ne sappiamo “donne”, che non vogliono quella A? Quando sento quelle frasi, quelle argomentazioni, la mia solidarietà va immediatamente a queste donne che non vogliono la A, perché sono frasi troppo spesso sentite, abusate, rivolte a me da sedicenti intellettuali, con dottorato in sesso degli angeli, che si autorizzavano a trattarmi con presunta superiorità morale, dall’alto della loro disoccupazione e studi interrotti. E allora a questo punto: che ognuno faccia ciò che vuole.

Differenza tra non volere la A per sé o per tutte le donne

Ecco, questo è un punto che mi interessa approfondire. Ci sono donne che non vogliono essere professoresse, architette e mediche, ma che non hanno problemi se un’altra donna vuole essere medica, assessora o sindaca. Ecco, per me questo è un punto cruciale. Così come mi spaventa una Gruber che “continuerà ad usare il femminile”, anche se Meloni non lo vuole, così mi spaventa chi questo femminile lo vuole vietare alle altre donne.

L’odioso “LA” prima del cognome delle donne

Il punto, in fondo, è sempre lo stesso: lasciamo in pace chi chiede una definizione per sé, senza volerne cancellare altre, e questo vale anche per Meloni stessa, che, come vedete, appello senza il “fastidiosissimo” “LA” prima del cognome, approvato e sostenuto dalla crusca, ma che trasforma le donne in costole di Adamo, visto che Draghi non era “il Draghi” e nessun uomo ha prima un “il”, come a dire che l’eccezione è la donna, che, non avendo quasi mai potere, in fondo è più un nome che un cognome, e se è un cognome spesso neanche è il suo, o comunque è quello ereditato da parenti uomini.

L’identità di genere di Meloni e i meme involontariamente transfobici

Ho trovato molto fastidiosa la comicità dei soliti noti del movimento, che dicevano che Meloni è un transgender non med o non binary. Fa capire cosa, sotto sotto, hanno sempre pensato di noi che non “confermiamo” la nostra identità di genere con trattamenti irreversibili atti a cambiare “i connotati”, e allora, per questi “comici”, tutti possono essere uomini non med, anche Meloni.
Ma, tornando all’inizio dell’articolo e a quanto da me sostenuto, l’identità di genere è uno spettro, e ci sono certe donne che si sentono formali solo con un abito dal taglio unisex, e che preferiscono architetto ad architetta, senza per forza essere persone non binary. Non sappiamo se Meloni fa parte di questo gruppo, ma non capisco perché dovremmo cancellare la sua autodeterminazione.

Il problema è se poi Meloni vieta l’autodeterminazione altrui

A me va benissimo che Meloni scelta abiti dal taglio androgino, usi il maschile, mi fa quasi simpatia per questo suo non binarismo, ma mi aspetto che rispetti l’autodeterminazione di altre persone, LGBT e non. Se dovesse andare così, se dovesse esserci libertà per tutt*, Meloni potrebbe anche starmi simpatica, più di molte altre donne in politica, più rigide e meno alla mano.
Ed è questo il punto: bisognerebbe rispettare Meloni, ma poi chiederle rispetto, e senza sarcasmo, in modo molto lineare e sincero. Le “scheccate” per offendere il suo look, l’imposizione del femminile, il body shaming che la comunità spesso le rivolge non serve a niente, se non come sfogo personale. Ho visto molte più caricature di Meloni che di tanti uomini non migliori di lei, e questo dovrebbe farci riflettere sulla nostra inconsapevole misoginia.

Meloni presidente: è avanguardia?

Questo è l’ultimo punto che vorrei sviluppare in questo articolo. Quando divenni presidente del milk, le cornacchie terf mi accusarono, dicendo che, definendomi ftm gay (e non “donna”), “cancellavo” la rivoluzione dell’essere diventato presidente di un’associazione LGBT non solo o prevalentemente femminile, in un’epoca in cui chi aveva la vagina, in ambito LGBT, poteva diventare presidente solo di associazioni di donne (un po’ come nel mondo clericale, dove l’uomo è a capo di tutti, la donna può essere a capo solo di altre donne (come la Madre Superiora).
L’errore che queste femministe facevano era quello di pensare che una definizione fosse una bacchetta magica che cancella e uniforma, come se, definendomi uomo gay, fossi improvvisamente un uomo calvo con la barba, omosessuale, biologicamente XY, e quindi un presidente “ordinario” per un’associazione gay, ma io rimanevo comunque, con qualsiasi nome mi definissi, una novità per il panorama delle presidenze LGBT.

In modo non molto diverso, una donna che arriva a capo di un’orchestra e di un governo, in qualsiasi modo si fa chiamare, è comunque un corpo che per la prima volta incarna un ruolo a lui prima precluso, e questo rimarrà tale qualunque sia l’articolo o la vocale sulla sua targhetta.
A volte penso che le donne siano le “custodi del linguaggio” perché a loro è stato impedito di cambiare il mondo con altri strumenti più fattivi, e usano l’unico che a loro è stato concesso, che però non basta, e a volte diventa uno strumento sterile e inefficace.

Perché non una donna a sinistra

A me non stupisce che non ci siano mai state donne a sinistra, in posizioni importanti. A me stupisce che anche dopo questo episodio non si riesca a dare spazio alle donne a sinistra, che lo “shampo” fatto dalle destre non sia servito a niente, e che comunque le donne rimangono ai margini, affogando tra mille parole pronunciate da saccenti mansplainers, e, senza fare benaltrismi, forse si dovrebbe pensare più a questo che al taglio di pantaloni di Meloni.