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Riflessioni sull’attivismo transgender non med, non binary, pansessuale, bisessuale

riflessioni sulla militanza, sulla visibilità, sulle modalità di azione delle persone transessuali, transgender, non binary, di genere non binario, non-binary, genderqueer e queer e i loro rapporti con le realtà militanti per l’orientamento sessuale (gay, lesbiche, bisessuali).

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“Che peccato, dovreste rimanere uniti”

Tempo fa un ragazzo che aveva collaborato animando la pagina facebook legata al blog ha smesso di collaborare con me.

Sapendolo, alcune persone eterosessuali hanno scritto “Che peccato, dovreste rimanere uniti”.

A parte l’odiosissimo noi/voi, che si percepisce da quel “dovreste”, io credo che in questi casi, involontariamente e inconsapevolmente, si pecchi, anche se in buona fede, di discriminazione.

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Se l’amico del mio amico è mio nemico?

Ciò non accade invece nel mondo dell’attivismo, o almeno in parte di esso, nello zoccolo duro di teorici, di quelli che inventano percentuali (esempio: il 99% dei bisessuali è gay), che si atteggiano ad antropologi senza averne titoli, quelli che non sono riusciti a completare percorsi di studi e si nascondono dietro il “ma io ne so di più degli studiosi in materia” per imporre visioni vetuste, superate anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, legate al proprio vissuto e agli incontri casuali fatti da loro.

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Dalla disforia alla contestazione socio/culturale

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

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Transfobia delle persone LGBT

Se una persona portatrice di un percorso canonico, alla fine puo’ sentirsi una “pari” in una comunità di riferimento, cosa succede invece a chi è diverso anche li? E’ già complesso essere compresi come trans nelle associazioni composte prevalentemente da uomini e donne omosessuali, ma pensate a chi, anche tra trans, è portatore di un percorso o di un’identità non canonica.

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Essere attivisti ma anche emancipati sentimentalmente e professionalmente

In un precedente articolo parlo di come spesso gli attivisti LGBT, che lottano per l’emancipazione professionale e per quella sentimentale (ovvero per l’arrivo di normative che tutelino e legittimino questi aspetti della vita delle persone LGBT), poi sono quelli ad averne, sul piano personale, meno bisogno, in quanto sono un po’ dei monaci guerrieri, votati alla causa, e con vite professionali e sentimentali disastrate.
Perchè ciò avviene? e chi è dentro queste dinamiche è felice?