I teorici transgender vogliono davvero rinunciare a “cisgender”?

Alcune correnti di femminismo vorrebbero “rottamare” la parola “cisgender” parola chiave dell’impianto teorico degli intellettuali transgender, poiché usata in modo denigratorio da alcuni autori queer. E’ giusto censurare il linguaggio elaborato da una subcultura?

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La prima cosa che ho esperito, e che ho teorizzato un decennio fa, quando ho aperto questo blog, è stata questa:

“una subcultura inizia ad esistere quando definisce l’altro da sè

Di conseguenza, secondo il mio ragionamento, “i gay” avevano iniziato ad esistere come gruppo sociale, consapevole di sè, nel momento in cui “i normali” erano diventati “gli etero”.
Omosessuale, eterosessuale, due realtà definite da parole simmetriche, con la stessa radice semantica, due condizioni “paritarie”, “paritetiche”.

Se si studia la storia di alcune subculture, etniche ed identitarie, si scopre che spesso definiscono l’altro da sé in modi poco comuni e spesso ignoti agli esterno, privi di senso se usati in altri contesti semantici:
i “gentili” per definire i non ebrei, i “profani” per definire i non massoni, i “gagé” per definire chi non è “zingaro”, “vanilla” per definire chi non ama il BDSM, e persino i “babbani” per definire chi non è mago…
Ci definiamo “europei” se si sta parlando di noi in relazione agli statunitensi, “occidentali” se ci stiamo confrontando con l’Oriente, col Medioriente, con l’Africa, mentre altre volte siamo semplicemente “italiani”: ogni appartenenza viene nominata solo quando serve in relazione al paragone, al parallelismo o al contesto di dibattito.

E fu così che i teorici trans, molto prima della diffusione del pensiero queer, dei femminismi intersezionali, dei transfemminismi, e della “commistione” tra attivismo LGBT e femminista, coniarono il termine “cisgender”.
Questo termine significava semplicemente “non transgender”. Come nel caso di “omo” ed etero” associato al suffisso -sessuale, cis e trans definivano solo se una persona aveva o meno una tematica di identità di genere.
La persona “trans-gender” era quindi quella che rivendicava un’appartenenza di genere diversa da quella prevista per il suo sesso biologico, mentre la persona “cis-gender” rivendicava (a volte anche dal punto di vista politico, come nel caso delle donne femministe) l’identità di genere attesa dal suo sesso biologico.

Cis e trans, quindi, non davano informazione alcuna riguardo all’accettazione passiva o meno ai ruoli e agli stereotipi di genere, perchè il suffisso -gender, nella parola cisgender e transgender, si riferivano squisitamente all’identità di genere.
A nessuno sarebbe venuto in mente di chiamare “trans” una donna femminista o lesbica che rivendicava di poter diventare una campionessa di calcio, o di portare i capelli rasati con sfumature alte, o di primeggiare nella fisica teorica.

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Il mondo trans ha avuto, ed ha, i suoi teorici. Essi hanno costruito, mattone per mattone, un linguaggio, creando spesso neologismi, concordandole con intellettuali a loro contemporanei, compensando alle carenze di una lingua che non aveva previsto alcune condizioni o concetti.
Oggi, però, ci chiede di spazzare via una parola chiave della nostra subcultura, su cui abbiamo costruito il nostro impianto teorico, che abbiamo usato nei nostri saggi, che usiamo per la didattica coi più giovani.
Il motivo? Il termine, usato da persone esterne alla nostra subcultura, che non vivono la condizione trans, avrebbe “cambiato significato”, diventando offensivo.

La maggior parte di persone che ce lo chiedono non appartengono alla corrente “negazionista dell’identità di genere” (perché ormai, ahimè, ci tocca sentire anche questo: quelli che credono che l’identità di genere non esista e ci riconducono semplicemente alla realtà del corpo, costringendoci a definirci socialmente solo in base a quella).
Tuttavia, alcuni degli attivisti che chiedono alle persone trans di smettere di usare cis non sono per forza in cattiva fede. A queste persone posso proporre altri termini sostitutivi di, ad esempio, “uomo cis”: uomo biologicamente maschio, uomo nato maschio, uomo geneticamente maschio, uomo xy (di conseguenza per la donna cis si userebbe donna biologicamente femmina, donna nata femmina, donna geneticamente femmina, donna xx).
Il problema si pone quando la donna femminista insiste sul doversi definire “donna e basta”, chiedendo addirittura che la donna trans si definisca semplicemente come “trans” senza neanche associare il sostantivo “donna” alla parola trans.
Il problema, quindi, per molte femministe, non è la parola “cis”, ma che “cis” e “trans” creano una “simmetria” tra due modi di essere donna, e loro questa simmetria non la gradiscono.
Non gradirebbero neanche che si parlasse di “donne xx” e “donne xy”, o che si precisasse con “biologicamente femmine” quando si parla di loro, legittimando il fatto che ci siano anche donne “non biologicamente femmine”.

Immaginiamo, in un’universo parallelo, che siano state le femministe etero a sentirsi offese e sminuite per l’uso su di loro della parola “etero”. Immaginiamo che sia diventata l’espressione “donna etero” (e non “donna cis”) come negativamente connotata, come sinonimo di “donna supina ai ruoli” o di “donna sottomessa all’uomo”.
Immaginiamo che in quell’universo i queer e le transfemministe abbiano usato “etero” con quest’accezione, tanto da convincere le donne etero a voler essere chiamate “donne e basta”.
Immaginiamo anche, così come qualcuno chiede alle trans di non definirsi “donne trans” (donna sostantivo, trans aggettivo), ma solo ”trans”, che qualcuno chieda alle donne lesbiche di definirsi “lesbiche” e non “donne lesbiche”, rendendo “donna” un sinonimo di “donna etero”, come se fosse l’unico modo di essere “donna”.
Cosa farebbero a quel punto le donne lesbiche? Cederebbero al cambio di linguaggio, solo perché “i queer e le transfemministe hanno causato un cambio di significato?”.
Si piegherebbero davvero da dei dettami provenienti dal di fuori della loro subcultura?

Anni fa un teorico eterosessuale e femminista mi chiese di non usare “misandria[avversione verso l’uomo] all’interno dei miei saggi (e di conseguenza di non usare “transmisandria [avversione verso l’uomo trans, ad esempio operata da alcune femministe]), ma io ho insistito a volerlo usare, perché nel sub-linguaggio della mia sub-cultura ha senso parlare di questi fenomeni: se nel mondo etero può avere poco senso parlare di misandria, in quanto il problema principale è la misoginia, nell’ambito trans può avere senso porre i riflessioni sull’avversione anche per il genere maschile, oppure per il genere maschile “non nativo (di una persona trans). Ho vissuto quella richiesta come una censura, un’azione di cis-planning, di colonialismo culturale, e l’ho rifiuitata.

Concludendo, prima di cestinare “cis”, ormai presente in molta della nostra letteratura e saggistica, ormai divulgato, veicolato, frutto della nostra didattica, indicizzato sui nostri siti e blog, chiediamoci se ha senso farlo.
E’ capitato, in passato, che alcuni termini andassero in disuso, a volte per motivazioni politiche, a volte perché nell’immaginario erano termini che si erano connotati negativamente. In altri casi, alcuni termini sono stati “ripescati”, rivendicati: hanno assunto una connotazione positiva.
Non è quindi impossibile sostituire un termine, ma lo si deve fare per il motivo giusto.