Perché l’ftm genitore è diventata la pietra dello scandalo? Perché la sola esistenza di ftm che siano stati genitori biologici preoccupa coloro che sono coinvolti nel dibattito sulla GPA? Perché la genitorialità trans è strumentalizzata da omosessuali, lesbiche e femministe?

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Noi tutti, attivisti transgender, ricordiamo con amarezza “l’estate nera”. Si tratta dell’estate del 2017, nella quale un post sulla pagina di Arcilesbica Nazionale, che narrava la richiesta di una donna vittima di stupro (da parte di un uomo biologicamente maschio) di escludere le donne trans dagli spazi rivolti alle donne (soprattutto quelle non operate, in quanto le ricordavano il suo stupratore, con cui avevano in comune la genitalità).

Quel post, e le polemiche sottostanti, spesso strumentalizzate da uomini gay a favore della GPA, causarono un proliferarsi virale nelle bacheche di attiviste di Arcilesbica e provenienti dal Femminismo Radicale e dal Femminismo della Differenza, rivolti alle persone trans sia di origine biologica femminile, sia di origine biologica maschile, medicalizzate e non, e di identità di genere “binary” e “non binary”.

Una di queste polemiche riguardava un ftm gay statunitense. Il ragazzo aveva conosciuto un bear in un portale di incontri “lui x lui”, e ad un certo punto aveva scoperto di essere incinto. La coppia aveva deciso di tenere il bambino viste anche le pochissime probabilità di diventare genitori in altri modi.
Il ragazzo ftm avrebbe quindi portato a termine la gravidanza, contribuendo geneticamente e biologicamente come “madre”, ma relazionalmente e socialmente sarebbe stato padre.
Il bambino, quindi, sarebbe cresciuto in una famiglia in cui i genitori erano due uomini: un uomo gay biologicamente maschio e un uomo trans ftm.
La coppia poteva quindi essere considerata una coppia gay, con l’eccezione della particolarità biologica della coppia, o meglio di uno dei due componenti, che ha permesso che la coppia potesse generare un figlio geneticamente di entrambi.
A livello sociale, e di ruoli genitoriali, il bambino non avrebbe quindi avuto una figura materna, esattamente come avviene nelle coppie gay, composte da due uomini biologicamente maschi, che, ad esempio, adottano un bambino.

La polemica, che ha generato una serie di insulti al corpo del ragazzo ftm, misgendering verso lo stesso, deadnaming, e considerazioni transfobiche, si basava sul fatto che gli uomini ftm non debbano diventare genitori, perché se lo diventano automaticamente perdono il diritto ad essere considerati uomini, di essere chiamati col nome d’elezione, e declinati col genere d’elezione.
Questa richiesta, perentoria e violenta verso l’identità dell’uomo trans, era motivata dal fatto che il semplice avvenimento che un ftm sia diventato genitore genera un “paradosso” rispetto alle teorie sul simbolico materno elaborate dai femminismi.
In pratica, l’unica genitorialità “accettabile” che riguarda un ftm è quella che avviene quando un ftm è etero ed ha una compagna, donna biologica, ed è lei a partorire il figlio tramite inseminazione artificiale. In tutti gli altri casi (un ftm single che volesse diventare genitore in modo “naturale”, o un ftm che volesse diventare genitore con una compagna trans, un compagno trans, o con un compagno uomo biologicamente maschio), si genererebbe il paradosso di un figlio “senza madre o “con una madre che in realtà è padre” o “con un padre che in realtà è madre”, tutte opzioni che intaccano il mito del “simbolico materno”.

Non mi dilungo sui toni con cui questa polemica era stata portata avanti da entrambe le parti, con feroci prese di posizioni che risultavano censorie verso le persone trans, la loro autodeterminazione, il rispetto del loro genere d’elezione e persino del loro diritto a diventare genitori senza impegnare nessuna persona che da quella genitorialità risultasse coinvolta anche relazionalmente (in fondo si parlava di due genitori biologici che hanno poi accolto con amore il bimbo nelle loro vite).
Credo che sui toni ci si possa capire, tra persone realmente interessate a parlare del tema.

Quello su cui vorrei invece dilungarmi è il rischio di strumentalizzazione della genitorialità trans ad opera dei sostenitori della GPA e degli oppositori della stessa.
Del resto la genitorialità ftm, anche genetica/biologica, è un tema molto antico: basti pensare a tutti coloro che sono diventati genitori prima della transizione, e anche della stessa consapevolezza o piena accettazione della propria identità di genere, e che i figli chiamano “papà”, nonostante il loro contributo genetico/biologico a quella nascita sia quello di “madre”.
Perché quindi tanta avversione verso gli ftm genitori?

Tutto ruota attorno al “simbolico materno”, un concetto chiave dei femminismi, a me oscuro fino al periodo post-Cirinnà, che ha visto LGBT e femministe “costretti” a dialogare, separati in casa, in una casa molto stretta, coinvolti da non pochi litigi, incidenti diplomatici e profonde incomprensioni concettuali.
Il “simbolico materno” è uno strumento molto potente che femministe, etero e lesbiche, hanno contro la GPA usata da coppie gay. Non può esistere una nascita “senza una madre”, e quindi un figlio non può essere di due uomini.
Un figlio nato da un uomo biologico, gay o bisessuale (o perché no? un marito o compagno eterosessuale con cui un ftm ha fatto un figlio quando viveva come donna), insieme a un uomo ftm, è figlio di due persone di sesso opposto (una biologicamente maschio, una biologicamente femmina) ma dello stesso genere (due uomini), e questo crea un paradosso: quel bambino è figlio di due uomini.
Se accettiamo la convenzione per cui “maschio e femmina” descrivono i corpi, e “uomo e donna” le identità di genere, quel bambino è letteralmente il figlio di due uomini.
Poco importa che questa genitorialità “gay” sia “ecologica”, e non abbia impegnato nessuna donatrice di ovuli, o gestante a pagamento, perché non vi è “ecologia” rispetto ad un “simbolo” dell’identificazione femminile e femminista.
Per alcuni femminismi, “l’esclusiva” della maternità è importante, ed è il fondamento di un pensiero. Senza quel fondamento (un tempo dato per scontato, prima che venissero fuori le storie dei trans “secondari” e delle persone trans-omosessuali), molti assunti teorici del femminismo cadono, come un castello di carte.
Tempo fa in un forum transumanista si parlava della possibilità di un’incubatrice che si occupasse della gestazione dall’inizio alla fine, permettendo a molte coppie (anche etero) di diventare genitori: nonostante non ci fossero sfruttamenti di gestanti umane, alcune femministe contestarono persino quella notizia.

E’ per questo che, prima del tam tam mediatico sulla GPA, le storie degli ftm genitori passavano inosservate. Esiste anche un documentario molto carino su una coppia di transgender (lui ftm, lei mtf), che li osserva giorno per giorno durante i mesi di gravidanza e la successiva nascita, osservando anche le reazioni delle famiglie e dei soggetti coinvolti.
Ora però i trans genitori sono un bersaglio di alcuni femminismi.
Alcuni trans reagiscono con un muro di gomma: non potete toglierci il diritto di “farci” i figli in modo naturale. E in effetti è vero: ci possono essere leggi che impediscono la GPA, altre che rendono impossibile l’adozione, o semplicemente puoi respingere una domanda di adozione o affido di un transgender (o di una coppia con uno o due transgender), ma tecnicamente non ci sono modi per impedire ad una persona transgender o non binary di non diventare genitore in modo naturale, in coppia o da single. E per fortuna!

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Per una trattazione onesta del problema, dovremmo fare riferimento anche alla strumentalizzazione che alcuni gay pro Gpa e alcune femministe intersezionali fanno degli ftm gay che diventano genitori insieme ai loro compagni. Il pretesto è: “avete visto che due uomini possono diventare genitori?”.
Queste affermazioni, però, portano ad un rigurgito, al chiarimento, da parte delle femministe “biologiste”, che non si tratta di “due uomini”, ma che c’è “una donna”, e che l’unica a poter partorire è “una donna”, e che “quella donna” dovrebbe “smettere di dire di essere un uomo”.
L’ftm viene dunque visto come qualcuno che fa “perdere punti” nella battaglia contro la Gpa.

In realtà la GPA è un tema che riguarda maggiormente coppie eterosessuali (formate da un maschio e da una femmina biologicamente tali) o omosessuali (formate da due uomini biologici), ma in rari casi ha riguardato coppie con la presenza di partners transgender (uomo biologicamente maschio ed ftm, oppure uomo biologicamente maschio ed mtf).
Legare il tema trans alla GPA è disonesto, sia da parte dei sostenitori della GPA, sia da parte di chi la avversa.

Credo che queste strumentalizzazioni derivino dal fatto che la persona trans viene sempre vista come un “oggetto” di un dibattito, e ma come “soggetto”. Femministe radicali, intersezionali, della differenza, uomini gay, persone queer, sono tutte lì a “definire” da fuori la genitorialità di un uomo ftm, a “decidere” se era “legittimo” farlo o meno, a “decidere” se nel farlo ha provato o meno disforia, se era “veramente” una persona trans o no, se è ancora un obbligo rispettare il suo genere d’elezione o no.

A nessuno importa il fatto che in molti Paesi un ftm single o un ftm gay non ha davvero altri modi per diventare genitore.
L’unica “pressione” è sottolineare il fatto che l’ftm è una “madre”, quando la parola madre, in relazione a quella genitorialità, ha un senso solo se strettamente associato alla dinamica del concepimento (geneticamente l’ftm ha fornito l’ovulo) e della gestazione (l’ftm ha portato a termine la gravidanza), ma a livello relazionale (e anche quello, nella genitorialità, ha un valore, e non banale…basti pensare ai genitori adottivi), quel genitore è un padre.

Forse la burocrazia potrebbe risolvere il problema introducendo la dicitura “genitore trans”, salvando capre e cavoli, e non sottoponendo l’ftm alla disforia di essere considerato una “madre”, senza il falso ideologico/paradosso del registrare un figlio, al livello sanitario, come frutto dei geni di due “padri” biologici.
A tal proposito, vi saluto segnalandovi questo interessante caso, proprio di questi giorni, che riguarda la burocrazia francese.