Giovanni Dall’Orto e ddl zan: risposta

Ero qui a farmi il mio Lockdown in tranquillità, quando 13 di voi (si, 13!) mi hanno contattato per dirmi che Giovanni Dall’Orto “mi aveva risposto punto per punto” (immagino che stesse rispondendo al mio post, sulla mia pagina facebook, in cui mi dicevo deluso dalle sue comunicazioni pubbliche amicali alla pagina LGB Alliance Italy che, oltre a non essere collegata al movimento LGB Alliance internazionale, in passato mi ha preso di mira con atti di cyberbullismo).

In realtà ormai ho abbandonato la “critica al mondo gender critical”, che mi richiedeva troppe energie e troppi rischi, perché dal 2016, da quando il mondo LGBT ha fatto un “connubio” col mondo femminista, abbiamo dovuto assorbire tutte quelle logiche malate (minacce, outing, querele, diffide) e io ne sono riuscito a rimanere fuori (sono riusciti a far sì che questo blog non potesse più essere condiviso su facebook, che lo rileva come link “inopportuno”, ma almeno non ho sul groppone diffide, querele, stalking vario), e sto benissimo così.
Per questo, vedete che non aggiorno spesso il blog, e quando lo faccio mi dedico ad altro (recensioni di serie e festival, articolo a favore della Legge Zan, o problematiche delle persone genitcamente xx, transgender e non binary ), e quindi mi mancano le ultime puntate della “guerriglia” terf.
Vedo giovani come Simone sempre sulla barricata, a commettere gli stessi errori che ho commesso io da giovane, 12 anni fa, ma che ho continuato a commettere fino a qualche anno fa. Non ne ho più voglia. Comunque, quando 13 persone, ben13, mi mandano qualcosa da leggere, non posso farne a meno: leggo.

Come sapete (la cosa è documentata da vari album di foto, risalenti a due o tre anni fa, e da tutto il gossip diffuso da “Radiochecca”) io e Giovanni siamo stati amici in passato, ed è quindi difficile archiviarlo come “nemico politico”, perché ai tempi si era anche mosso a favore della dignità dei percorsi non medicalizzati e degli FtM gay.
Sono molto combattuto nel fare una valutazione su di lui, e sulle sue posizioni, ora che non siamo più amici, e che le sue posizioni sono “slittate” verso altri lidi.

Alcuni di voi, che hanno preso parte a momenti insieme, cene a casa mia, o momenti “post evento culturale”, dopo la lettura del suo ultimo post, scaturito dal dialogo che adesso coltiva con ragazzi FtM in erba, hanno anche aggiunto che “è rinsavito”, quindi, nel provare a “verificare” questo “rinsavimento”, provo a dire cosa mi è piaciuto del suo scritto, e cosa invece per nulla.

Giovanni Dall'Orto

Punti a favore di Giovanni

che lo delineano come pensatore autonomo non “incanalato” in una delle due correnti (terf/queer)

Opera di derisione verso di me e il mio compagno da parte di LGB Alliance Italia
Opera di derisione verso di me e il mio compagno da parte di LGB Alliance Italia

1a) presa di distanza dagli attacchi pecorecci delle pagine Gender Critical

Nel suo articolo, Giovanni prende una posizione contro le pagine pecorecce che insultano le persone transgender con misgendering, attacchi ad personam, vignette “perculanti”, shit storming, body shaming. Siccome io (ma io tra i tanti) sono stato bersaglio di una di queste pagine, ringrazio Giovanni per la presa di posizione.
Ovviamente lui sottolinea che il motivo per cui questo “errore” non va fatto è perché “danneggia la causa gender critical“, o (e qui c’è un po’ di pietismo) è “una cattiveria gratuita contro persone che soffrono di disforia”, però è una presa di distanza importante dai toni che sembrano prevalere nel mondo gender critical (almeno, in quello italiano), visto che spesso queste pagine lo hanno “condiviso” con furore ed usato.




2a) Ognuno si definisca come vuole

Dall’Orto è sempre geniale e sagace nel suo linguaggio. Le pagine terf da cui si dissocia, quelle pecorecce di cui sopra, censurano la possibilità che un uomo transgender si definisca uomo, che il suo compagno si definisca gay e via dicendo.
Dall’Orto, invece (in una risposta che dà ad uno dei suoi seguaci, tra i commenti al suo ultimo articolo sulla pagina facebook), sostiene che “chiunque possa definirsi come vuole”, ma lo fa con una frase che ci fa sentire un po’ sfottuti “In fondo anche un uomo etero attratto esclusivamente da donne cis può definirsi gay se vuole, chi può impedirglielo?”.
Quindi, è come se chiarisse che lui continuerà a vedere le persone considerando la loro biologia (nonostante non misgendererà, per non provocare “inutili sofferenze”), e, per quanto riguarda l’orientamento sessuale, considerando la biologia/le biologie da cui è attratto/a, ma si dissocia dalla “persecuzione” verso l’autodeterminazione delle persone non aderenti al biologismo, fossero esse transgender o loro partner, persecuzione ad opera di molte pagine terf.
 Giovanni Dall'Orto

3a) L’Orientamento dei e delle partner delle persone T

La parte più “tossica” del suo pensiero, tossica per persone come me, quella che ci ha fatto allontanare come amici, è il fatto che, considerando l’orientamento SOLO causato dal sesso biologico, lui delegittima l’orientamento dichiarato dai partner di persone transgender (che spesso, prima e dopo la persona trans, hanno avuto partner dello stesso GENERE della persona trans, non dello stesso SESSO).
Diversamente dai bulli delle varie pagine terf (che definiscono etero un uomo che sta con un uomo FtM, e una donna che sta con una donna mtf), Dall’Orto ipotizza che queste persone siano pansessuali/bisessuali, in quanto capaci “anche” di apprezzare i genitali “nativi” della persona trans, oppure appartenenti ad un ulteriore orientamento: quella parola che ci sta antipatica, skoliosessuali (dalla radice greca σχόλιοskólio-, strano/non conforme/storto, che si trova anche nella parola “scoliosi”, N.d.R.), che indica i e le translover?.
Credo sia un tentativo di poter trovare un compromesso tra chi lega l’orientamento sessuale al solo sesso (quindi vede il partner di un uomo FtM come etero), e chi lo lega al solo genere (quindi vede il partner di un FtM come gay).
L’unico dubbio è cosa renda, per Dall’Orto, bisessuale/pansessuale/queer il partner di un FtM, se l’FtM stesso (come se chi fosse attratto dalla compresenza di caratteristiche fisiche e psicologiche fosse bisessuale/pansessuale) o le esperienze precedenti (come se un uomo che ha avuto uomini xy fosse gay, ma solo per il fatto di aver avuto un solo uomo xx, e nessuna donna, fosse “reso bisessuale” dal rapporto con l’uomo xx).
Questo è un punto interessante per collocare il pensiero di Giovanni in una delle sfumature tra Gender Critical e Queer.

4a) Non negazione dell’attrazione per persone con caratteristiche fisiche coerenti con il sesso che ci attrae

Dall’Orto ammette che un uomo gay può essere attratto da un FtM, per la sua mascolinità, e magari tirarsi indietro dopo, quando si viene a conoscenza della sua genitalità, quindi ammette che possa esserci un’attrazione fisica, ma non genitale.
Ahimè, si collega al movimento terf dicendo che la persona trans deve dichiararsi prima di arrivare al rapporto sessuale (cosa che, comunque, succede, sia perché la maggior parte delle persone T è visibile come persona T, sia perché le persone transgender preferiscono chiarire prima di arrivare a letto anche per autotutelarsi, mentre il movimento terf fa “cherry picking” (cerca con lanternino) casi di persone transgender che hanno fatto la cosiddetta “sorpresa” durante il primo rapporto…
La cosa positiva è che Dall’Orto non si accoda a chi dice che la persona trans emetta raggi x, e che le persone non siano attratte a priori.
Poi, onestamente, io ho sempre pensato che ogni persona può decidere di scartare un partner anche per motivi genitali. Se i nostri partners non fossero “perseguitati” dagli attivisti gender critical, se non si pensasse di poter dire loro se sono gay, etero o altro, io non avrei nulla da obiettare ai e alle gender critical: non vogliono venire a letto con una persona con genitali “dissonanti” col sesso da cui sono attratti/e? Legittimo. Fino a 10 minuti prima di saperlo erano attratti/e, e poi hanno cambiato idea? Benissimo: del resto il femminismo insegna che una donna possa dire di no a un partner eterosessuale anche un secondo prima, che possa cambiare idea, quindi perché dobbiamo negare a qualcuno di “cambiare idea su di noi”, se informato sulla nostra genitalità?
Siamo transgender, non siamo “incel” (involuntary celibate, celibe involontario), abbiamo una tale offerta sessuale (spesso non gradita, perché insistente), che non dobbiamo di sicuro inseguire chi da noi non è attratto o chi si scopre non attratto dopo essere stato informato sui nostri genitali.

 

Giovanni Dall'Orto

5a) Cosa si prova quando fai attivismo da 40 anni e le parole cambiano significato

Questa è una cosa di Giovanni che capisco molto. Quando ho iniziato a fare attivismo, il “non binarismo”, l’ “antibinarismo”, riguardavano i ruoli di genere. E noi, seppur con identità definita, ci professavamo “antibinari”. Oggi sembra un crimine usare non binarismo ed antibinarismo per ruoli, espressioni di genere, orientamenti sessuali, perché “non binary è un’identità di genere“. Il problema è che quell’identità di genere, fino a pochi anni fa, si chiamava genderqueer, genderfluid, e non “non binary“, ma più che sulla semantica (si può anche realizzare che “non binary” sia un termine più efficace e che ponga fine alla polverizzazione concettuale procurata da bigender, agender, e compagnia) mi concentrerei sul fatto che “i giovani” hanno censurato i “meno giovani”. Allo stesso modo si deve usare “Afab” e non “uomo xx”, e usare le nuove accezioni di bisessuale e pansessuale, e potrei fare mille esempi.
Ora, se queste censure da parte dei “mocciosi” del Movimento (o del cybermovimento, in quanto molti di loro non hanno mai messo piede su un palco o in un’associazione LGBT) danno fastidio a chi ha la mia età, ed è nel Movimento da pochi anni, figuriamo quanto possa dare fastidio a chi, 40 anni fa, ha costruito il suo attivismo sul fatto che “Gay” descriva le persone attratte dallo stesso sesso. Ai tempi, gay, femminiello, donna trans, era tutta una sfumatura che aveva come denominatore comune l’essere “maschio” biologicamente. C’erano butch che prendevano ormoni maschili, e comunque rimanevano nel movimento lesbico, quindi con persone del loro sesso biologico, e non di quello a cui volevano avvicinarsi con la virilizzazione ormonale. Ai tempi le cose andavano così, e noi costruiamo le nostre teorie su quello che viviamo: se cambia troppo, ne usciamo disorientati.
Io, ad esempio, sono disorientato dal fatto che il Movimento LGBT stia incamerando altre identità (migranti etero, asperger etero, asessuali maschi eteroromantici, poliamorosi maschi eterosessuali, uomini eteroflessibili abituati a fare mansplaining, perché nella vita vivono da uomini etero, e così via), che spesso poi risultano molesti nei confronti di persone xx come me (e sono convinto che continuino a vederci come corpi femminili da predare, quindi non siano migliori delle terf).
E se faccio questa fatica io ad adattarmi a tutte queste novità, figuriamoci lui che ci ha costruito tutta la sua trattazione.
Ecco, faccio molta fatica a capire i giovani reazionari, che in un mondo queer e fluido ci sono nati, ma da questo punto di vista io posso capire Giovanni.
Del resto, solo qualche giorno fa, mi hanno dato del “vecchio”, perché avevo impiegato alcuni minuti a riflettere sul sessismo dei vecchi film italiani di fine anni ’90, visti recentemente per caso (ma che sicuramente hanno influito nel processo che mi ha portato, a inizio anni 2000, alla mia piena consapevolezza e al coming out), e se già a metà della trentina i liceali ti danno del vetusto, dicendo che ti preoccupi di “cose inutili e superate”, capisco come si possa sentire Giovanni.
Poi, a mio parere, i liceali (o universitari) che archiviano alcune risposte di Platinette non proprio a favore delle persone LGBT (che ancora oggi, in Rai, dà ragione ad una madre omofoba e non al figlio cacciato di casa…) come “ma ha più di 50 anni, non conta niente” (ne ha 65, ma quando sei giovane, sopra i 50 “sono tutti vecchi”), non hanno capito che il potere economico è nelle mani di chi ha più di 50 anni. Ma devi entrare nel mondo del lavoro per saperlo, nulla di male a non averlo ancora fatto, ma a chi ha vissuto più anni e più decenni non possono che apparire come stupidi saccentoni immaturi.

Le cose che non ho apprezzato del suo articolo

1b) “Genere” usato come “sintesi” di Identità di genere e di Ruolo/Espressione di genere

Anche se Dall’Orto si dissocia dal movimento Gender Critical, abbraccia il fatto che per i Gender Critical “identità di genere” e “ruolo/espressione di genere” sia un tutt’uno, chiamato “genere”, e quindi il ragionamento incappa negli errori (errori dal punto di vista non gender critical, ovviamente) causati dall’unire questi due concetti (se identità di genere e ruolo di genere sono un’unica cosa, le persone trans saranno sempre macchiette stereotipate ed etero-normative, eppure non è così).

2b) Se le persone sono attratte “da sesso”, un sacco di persone vengono cancellate

Ci sono partner di uomini FtM che prima e dopo hanno avuto storie con uomini biologicamente maschi, e nessuna donna transgender o biologicamente femmina. Solo uomini. Insomma, per queste persone il fil rouge dell’orientamento è l’identità di genere maschile, la mascolinità.
Queste persone possono davvero essere “congedate” come bisessuali? Siamo sicuri che la loro attrazione sia mossa da “peni e vagine” e non dal desiderio verso partner “maschili”?
Possono essere congedate come persone appassionate di trans”? Al pari di pruriginosi clienti del sesso a pagamento e dei nightclub, che usano le persone di genere non conforme come distrazioni dalle loro vite tristi?
Non sono così sicuro che il movimento LGB voglia che, in quell’ “attratti dal sesso maschile” come significato di “gay” rientri anche il tizio velato, in cerca di “trasgressione”, che si aggira nei locali per incontri sessuali occasionali in cerca di qualsiasi cosa abbia un pene? (prostitute trans, uomini biologicamente maschi gay, etc etc, travestite, drag queen e compagnia bella?).
Del resto, non ho mai conosciuto, in 12 anni di attivismo, un uomo gay (anche di quelli che escludono relazioni con uomini FtM) che fosse interessato alle donne trans, o alle cosiddette “travestite”, che indubbiamente hanno un corpo identico ad un uomo biologico), e questo dimostra che l’attrazione non riguarda i semplici corpi “nudi e crudi”.

3b) “Hanno iniziato loro”

Non so se ha senso il discorso su chi ha iniziato. E non so se ha senso giustificare il cyberbullismo che molte pagine gender critical fanno su chi ha come “colpa” quella di essere trans (e quindi viene misgenderato e sfottuto), solo perché non si sa bene chi, nel mondo trans e queer, avrebbe “iniziato per primo“.
E alcune iniziative che descrive come innocue (le magliette che chiariscono che donna è un sinonimo di femmina) non lo sono, perché il retromessaggio è che un uomo FtM sarà sempre “una donna”, “una di loro”. Se è violenza dire ad un gay che non può dire a priori di non provare attrazione per alcuna persona trans, allora è violenza costringere noi FtM a fare attivismo per forza “come donna” in un movimento di sole donne. Quindi, si, quella maglietta ha messaggi violenti (come li hanno le spillette della Rowling che dicono che “gli FtM sono sue sorelle“).

4b) Il rifiuto del confronto c’è stato davvero?

Nell’articolo Dall’Orto sostiene che gli attivisti trans rifiutino il confronto, prendendo ad esempio il recente caso dell’Università di Bologna, eppure io per anni ho dialogato con Libreria delle donne, Cristina Gramolini, Arcilesbica, Daniela Danna, Marina Terragni, e quindi io non credo che si possa dire che il dialogo non ci sia stato. Alcune posizioni sono inconciliabili, tutto qua. Poi, onestamente, se io non fossi costantemente disapprovato dalla maggior parte di femministe radicali, ti direi che, a parte la questione transgender, io condivido vari punti di vista radfem, come per esempio il fatto che le persone xx subiscono una discriminazione peggiore di tutti, in quanto sono cancellate, non contano nulla, quindi non contano neanche nulla i loro coming out (come lesbica, non binary, transgender o altro).
Il dialogo con questo mondo, però, nel mio caso, si può dire un’esperienza conclusa.

 

5b) Buck Angel e le persone T in percorsi non canonici

Buck Angel (pseudonimo di Jake Miller, attore pornografico trans statunitense) ha sicuramente ragione quando dice che non vuole che sia cancellato il suo passato da persona biologicamente femmina che performava il ruolo sociale e pubblico di donna. Questa è una battaglia in generale del mondo trans, e in particolare,  ma non solo, di tutte quelle persone, come Buck, che hanno fatto coming out o preso consapevolezza tardi.
Il problema è che Buck Angel, che fa soldi grazie al feticismo di cui sono oggetto i corpi e i genitali FtM, disprezza i percorsi non medicalizzati, delegittima le persone non medicalizzate, le prende in giro, vorrebbe che non si definissero transgender.
Il problema è che, a parte i misgendering vari (che sarebbe carino non ricevere, anche per i motivi che Giovanni indica), le persone in percorsi non canonici (in microdosing, in percorsi non medicalizzati), attualmente, in Italia, devono convivere con un’identità anagrafica che provoca loro sofferenza, equivoci ed imbarazzi continui, e quindi, per legge, vengono “misgenderati” in tutti i contesti formali, dove devono presentarsi coerentemente coi documenti, e quindi “auto-praticando” il deadnaming (l’uso del nome anagrafico non ancora rettificato).
Che Buck Angel, e alcune persone trans “binarie” vogliono negarci l’identità anagrafica coerente con la nostra identità di genere è chiaro, ma vorrei anche sapere qual è il punto di vista di Giovanni sulla rettifica anagrafica per le persone in percorsi di transizione “non canonici”, visto che il mondo gender critical è compatto sul volerci negare questa opportunità di vivere una vita serena, poter recarci in un posto di lavoro o in un ufficio postale senza stare male inutilmente, ricordando che il cambio anagrafico non esclude la possibilità di dare informazioni “criptate” negli ambiti in cui è rilevante il sesso biologico, come quello sanitario.

6b) Il divorzio LGB+T

Non sono affatto d’accordo sul fatto che il “divorzio” riguardi due blocchi, uno fatto da persone “di identità di genere divergente da quelle attese dalla sua biologia” (le persone transgender), e uno fatto da persone che hanno come tematica l’orientamento sessuale (le persone LGB non transgender).
Esistono persone transgender (loro preferiscono dirsi “transessuali“, (un termine che l’attivismo, composto in gran parte da persone in percorsi “med”, ha deprecato, in quanto termine psichiatrizzante e deciso da chi non era nè trans nè LGB) che, come Buck o tant* altr*, prendono le distanze da chi è transgender in percorsi non canonici, spesso mostrando un enorme disprezzo e, come detto sopra, essendo contrari alla rettifica anagrafica di questi ultimi: queste persone con chi andrebbero dopo il “divorzio”?
Di contro, ci sono tutte quelle persone LGB che in un movimento LGBT (nello stesso Movimento, perlomeno) ci vogliono stare, che le supportano, che le sostengono, che non si sentono minacciate dalla loro autodeterminazione, né da quella dei loro partners. In tutte le relazioni che ho avuto, sono abbastanza certo che le coppie gay di amici dei miei ex fidanzati, o comunque molti di questi amici, non mi avrebbero voluto come partner, ma non hanno mai avuto difficoltà a vedermi uomo, ad uscire a quattro come doppia coppia gay, né mi hanno mai misgenderato, e questo perché è molto diverso il saper rispettare un uomo trans dal doverlo “per forza” trovare attraente.
Queste persone LGB, che siano attivisti o meno non importa, si sentono offese dai movimenti LGB.
E’ un fatto. Dall’Orto potrà anche considerarle tutte queer se vuole, possono essere persone che usano le parole in modo diverso da come le usava lui 40 anni fa, e persino da come le usavo io 10 anni fa, ma i significati vengono cambiati dall’utilizzo, come provano le varie revisioni dei dizionari storici, quindi probabilmente, un giorno, gay sarà chi è attratto da persone di genere maschile, semplicemente perché per la maggior parte delle persone sarà così. O forse no, forse le retroguardie avranno fatto “un buon lavoro” dal loro punto di vista, e si tornerà ai significati degli anni ’70.
Il punto è che questo avverrà anche senza l’intervento mio o di Dall’Orto. Noi possiamo solo esprimere il nostro pensiero, ma i tempi cambiano, i corsi e ricorsi della storia ci sono, indipendentemente da noi, che siamo solo gocce in un enorme oceano.

Se ho travisato il persiero di Dall’Orto in qualcuno di questi punti, sono disposto a rettificare.