Ho una grande passione per la letteratura degli universi paralleli e spesso, quando poi queste opere diventano film o serie Tv, gli attori e le attrici sono davvero molto brav* a recitare le loro diverse versioni di se stessi. Anni fa, nella serie OA, un personaggio era ftm in un universo, ragazzina batterista nell’altro.
Questa narrazione è offensiva? Io non la vedo così.
Non mi interessa più, a quasi 37 anni, e dopo 12 anni di attivismo, gruppi di confronto di persona, la presidenza del milk, e centinaia di lettere di lettori ricevute, definire cosa una persona “è”. Il verbo essere è inappropriato e compete solo alla persona stessa.
E non deve diventare neanche un tabù la parola “scelta” se riguarda non quello che si è, ma come si sceglie di vivere.
E’ un fatto che persone molto simili tra loro trovano la pace “incorniciando” il loro essere in filosofie di vita totalmente diverse.

Per me non è un tabù dire che io ed una persona che ha intrapreso il percorso di femminista radfem potremmo non essere così diversi, semplicemente lei ha messo al centro della sua vita la biologia, e ha aderito ad una filosofia per cui essere donna significa “essere biologicamente femmina” e quindi lei non ha molte alternative per definirsi: è donna IN QUANTO femmina, e quindi la sua differenza è la non conformità alle aspettative, e su quella lei politicamente lotta (affinché una persona xx possa divergere dalle aspettative sociali quanto e come le viene spontaneo).

 

C’è chi invece trova risposte nella transgenerità (come me) o nel definirsi non binary (che è sempre sotto al cappello della transgenerità), chi trova risposte nella modifica del corpo (percorsi med), chi nella non modifica (ma si dichiara comunque col nome scelto e come persona T). Poi c’è anche chi decide di vivere da velato, e talvolta annulla anche la visibilità estetica e comportamentale della sua non conformità (quindi magari esalta ancora di più lo stereotipo, molto di più di quanto farebbe una donna etero “senza niente da nascondere”).
Ecco, a me piace pensare che queste persone, di base, non siano così diverse. Sono persone con lo stesso corpo, magari anche con simile sentire, ma che hanno trovato risposte diverse al loro malessere, a seconda delle loro esperienze di vita, del contesto sociale, degli incontri che hanno fatto, di ciò che hanno letto o visto.
Per esprimerlo con un paradosso fantascientifico, magari esiste un Nathan medicalizzato, un altro che preferisce dirsi “non binary” e preferisce il neutro “Nath”, un altro Nathan che vive da Carmela “virago” e viene continuamente scambiato per lesbica, o un altro ancora che vive come Carmela super femminile e “fuori da ogni sospetto”, o ancora adesso una Carmela che fa attivismo militante per fasi che ogni Carmela possa essere non conforme alle attese continuando a dirsi fieramente Carmela e donna.
Io non voglio avere la presunzione di dire che io sono il “Nathan vero” e loro dei “Nathan falsi, che non hanno scoperto il loro “vero io”. Mi chiederei solo se queste persone hanno trovato pace, intraprendendo il percorso che hanno scelto (il percorso lo scegli, si), anche perché non esiste un percorso che “oggettivamente” ti fa stare meglio. Il Nathan velato che vive da donna etero truccata, ad esempio, magari ha realizzato il suo desiderio di genitorialità, e subisce molta meno pressione sociale (quindi da questo punto di vista “sta meglio”) ma poi magari ha una bufera interiore dentro.
Ogni strada comporta una possibilità di serenità e una possibilità di sofferenza.
Negli anni ho avuto la possibilità di confrontarmi con molte femministe Gender Critical, ed a volte avevano storie molto simili alla mia, ma la cornice filosofica al loro percorso era il rivendicare la loro biologia, e pretendere che ogni “biologia” possa avere un’espressione di genere libera. Davvero, a me questa battaglia non disturba, perché è anche parte della mia battaglia (io penso che le persone T debbano vivere liberamente la loro identità di genere MA ANCHE che tutte le persone debbano vivere liberamente la loro espressione di genere), e, come già detto, l’unico problema è il giudizio degli altrui percorsi.
Se ci fosse una persona in un percorso che ha un passato e delle sfumature identiche al mio, ma che poi si è evoluto in altro, non oserei mai dire “cosa quella persona “蔓. A me non interessa decidere l’essere, soprattuto se riguarda altre persone. Allo stesso modo, come io non “deciderei mai” che quella persona è “un uomo t mancato”, non vorrei mai che lei decidesse che io sono “una radfem mancata”.
Vorrei che questa persona mi dicesse che “sta bene” in una filosofia di vita in cui “l’identità di genere non esiste” e che ha trovato pace vivendo come donna non conforme, ma non vorrei che questa convinzione poi invalidasse i percorsi di chi invece nella narrazione transgender hanno trovato risposte e pace.
La cosa particolare di tutta questa questione di contrasti tra diversi, è che poi, visti dai cishet (e anche dallE cishet, a volte) siamo più o meno cose simili, persone di biologia femminili, non conformi e quindi sciatte, stupide, inaffidabili, pericolose. Ma è anche vero che, nelle lotte teologiche in cui sembra più importante “provare scientificamente” l’esistenza dell’identità di genere, al posto di concentrarsi su cosa fa stare bene le persone, non c’è tempo per confrontarsi su ciò che ci unisce, perché è più facile “perculare” persone che hanno trovato risposte e serenità in un’altra narrazione, che riflettere su quanto in comune si potrebbe avere con quelle persone.