Tra uomo e non binary deve esserci necessariamente un confine netto? Androx è una microlabel di identità di genere che mette in discussione proprio questa idea.
Il termine viene utilizzato per descrivere un genere collocato tra uomo e androgyne, quindi in una zona dello spettro di genere che mantiene una relazione significativa con la mascolinità senza coincidere necessariamente con l’identità maschile binaria.
È un’identità poco conosciuta, soprattutto in Italia. Proprio per questo vale la pena parlarne: non soltanto per aggiungere un’altra parola al già vastissimo vocabolario delle identità non binary, ma perché androx permette di osservare qualcosa di più interessante.
Anche quando abbandoniamo il binarismo uomo/donna, infatti, possiamo continuare inconsapevolmente a immaginare il genere attraverso nuove caselle rigide: uomo da una parte, non binary dall’altra. Alcune esperienze personali sono molto meno ordinate.

Che cosa significa androx?
La definizione più ricorrente nelle risorse comunitarie descrive androx come un genere situato tra male/uomo e androgyne.
Per capire questa definizione bisogna però chiarire cosa significhi androgyne.
Androgyne è un’identità di genere non binary associata, a seconda della persona, a una combinazione di maschile e femminile, a una posizione intermedia tra uomo e donna oppure a un’esperienza del genere percepita come androgina.
Androx si colloca verso il versante maschile di questo territorio: potremmo rappresentarlo schematicamente così:
uomo ← androx → androgyne
È soltanto uno schema esplicativo, non una formula matematica. Non significa che una persona androx debba sentirsi esattamente per il 75% uomo e per il 25% androgyne, né che tutte le persone debbano immaginare il proprio genere come una linea graduata.
Il termine serve piuttosto a descrivere un’esperienza nella quale la componente maschile è importante, ma “uomo” da solo può non essere una definizione sufficiente.
Alcune tassonomie comunitarie inseriscono infatti androx tra i centrigender, cioè identità concettualizzate come collocate tra due o più generi.
Da dove nasce il termine androx?
Qui è necessaria un po’ di prudenza.
Androx circola soprattutto all’interno di glossari, wiki e spazi online dedicati alle microlabel di genere. Le fonti consultabili concordano abbastanza sulla sua definizione, ma non permettono di ricostruire con sufficiente affidabilità una persona che abbia coniato il termine o una precisa data di nascita.
Non avrebbe quindi senso attribuirgli artificialmente una genealogia soltanto per rendere la voce più completa.
È invece interessante il contesto nel quale termini di questo tipo acquistano significato. Le comunità non binary hanno sviluppato nel tempo un vocabolario molto articolato per descrivere esperienze che parole più ampie come transgender, non binary, genderqueer o androgyne non sempre riescono a rappresentare con la stessa precisione.
Androx appartiene a questo territorio linguistico.
Una microlabel non deve necessariamente diventare un’identità diffusa tra milioni di persone per avere una funzione: può essere uno strumento attraverso il quale qualcuno riesce finalmente a descrivere con maggiore accuratezza il proprio rapporto con il genere.
Androx, mascolinità e androginia: che rapporto c’è?
Uno dei possibili equivoci nasce dalla parola androginia.
Identità di genere ed espressione di genere non sono la stessa cosa.
Una persona può avere capelli lunghi, barba, un buzzcut, indossare abiti considerati maschili o femminili, truccarsi oppure non farlo. Nessuno di questi elementi permette, da solo, di stabilirne l’identità.
Allo stesso modo, essere androx non significa dover costruire un’estetica perfettamente a metà tra ciò che culturalmente consideriamo maschile e femminile.
L’androginia può descrivere un’espressione estetica, ma androgyne può anche indicare un’identità di genere. Quando definiamo androx come una posizione tra uomo e androgyne stiamo parlando di identità, non prescrivendo un look.
Una persona androx potrebbe avere un’espressione fortemente maschile. Un’altra potrebbe apparire androgina. Un’altra ancora potrebbe avere caratteristiche considerate femminili.
Il genere non è un test a risposta multipla compilato osservando il guardaroba.
Androx e transmasc sono la stessa cosa?
No, almeno non necessariamente.
Transmasc, abbreviazione di transmasculine, è un termine ombrello utilizzato da persone transgender e non binary che si riconoscono in un percorso, un’identità o un’esperienza orientata verso la mascolinità. Il significato concreto può cambiare molto da persona a persona.
Androx è invece una definizione più specifica dell’identità di genere.
Le due parole possono quindi sovrapporsi, ma non sono sinonimi.
Una persona androx può riconoscersi anche come transmasc. Un’altra può utilizzare soltanto androx, non binary o genderqueer. Un’altra ancora potrebbe non riconoscersi affatto nella parola transmasc.
Questo è particolarmente importante perché le etichette identitarie non funzionano come una classificazione zoologica: non esiste un’autorità che, osservate determinate caratteristiche, assegni automaticamente una persona alla categoria corretta.
Servono innanzitutto all’autodefinizione.
Qual è la differenza tra androx e demiboy?
Androx può ricordare un’altra identità non binary legata al maschile: demiboy.
Anche in questo caso, però, i due termini non sono equivalenti.
Demiboy viene generalmente utilizzato da chi percepisce una connessione parziale con l’essere ragazzo o uomo, senza identificarsi completamente come tale. La parte restante dell’esperienza di genere non deve necessariamente essere androgina e può essere vissuta in modi molto differenti.
Androx, invece, viene definito specificamente attraverso la posizione tra uomo e androgyne.
La differenza sembra sottile perché lo è. Stiamo parlando di microlabel nate precisamente per rendere nominabili sfumature che le categorie più ampie non descrivono.
Non è necessario che questa distinzione sia utile a chiunque.
Per una persona “non binary” può essere già una definizione perfettamente sufficiente. Per un’altra, distinguere tra demiboy e androx può invece permettere di mettere a fuoco qualcosa di importante della propria esperienza.
Essere androx significa avere un aspetto androgino?
No.
È probabilmente una delle distinzioni più importanti da fare.
Non esiste un aspetto androx, esattamente come non esiste un unico aspetto non binary.
Capelli corti, capelli lunghi, barba, rasatura, trucco, binder, abiti, voce e gestualità possono assumere un significato personale molto forte. Non diventano però prove oggettive di una determinata identità.
Dire che un elemento dell’espressione non possiede intrinsecamente un genere non significa neppure sostenere che sia irrilevante.
Un taglio molto maschile, per esempio, può avere un enorme valore nell’affermazione di genere di una determinata persona androx. Per qualcun’altra può non averne quasi nessuno.
Il significato non appartiene universalmente all’oggetto: nasce anche dal rapporto che la persona costruisce con il proprio corpo e con il modo in cui desidera essere riconosciuta dagli altri.
Pronomi, espressione e affermazione di genere delle persone androx
Non esistono pronomi obbligatori per una persona androx.
Una persona può utilizzare pronomi maschili, neutri, neopronomi, più serie di pronomi oppure soluzioni differenti a seconda della lingua e del contesto.
Lo stesso vale per nome, abbigliamento ed espressione.
E soprattutto non esiste un percorso medico necessario per essere androx.
Una persona può desiderare testosterone, chirurgia o altre modificazioni corporee. Può desiderarne soltanto alcune. Può non desiderarne nessuna.
L’affermazione di genere può essere anche profondamente sociale: scegliere il proprio nome, utilizzare determinati pronomi, modificare capelli e abbigliamento, lavorare sulla voce o semplicemente essere riconosciuti dagli altri nel modo che si sente proprio.
Medicalizzazione e autenticità dell’identità non sono sinonimi.
Perché abbiamo bisogno di identità così specifiche?
Davanti a una parola come androx è facile reagire chiedendosi se serva davvero un’altra etichetta.
La domanda è legittima. Ma può essere posta anche al contrario: perché pretendiamo che poche parole debbano riuscire a descrivere tutte le possibili esperienze del genere?
Le microlabel hanno vantaggi e limiti.
Possono permettere di riconoscersi, trovare persone con esperienze simili e nominare sensazioni che una categoria più generale lascia indistinte.
Possono però diventare controproducenti se iniziamo a trattarle come specie naturali rigidamente separate, ciascuna dotata di caratteristiche obbligatorie.
Una parola dovrebbe aiutarci a descrivere un’esperienza, non costringerci a modificare l’esperienza affinché corrisponda alla definizione.
È qui che una microlabel come androx diventa interessante anche per chi non la utilizzerà mai.
Androx e post-binarismo: oltre la necessità di scegliere tra uomo e non binary
Forse l’aspetto più interessante di androx non è stabilire al millimetro dove debba essere collocato su un ipotetico spettro del genere.
È la domanda che ci costringe a porci.
Abbiamo imparato che non esistono soltanto uomini e donne. Ma rischiamo qualche volta di sostituire quel binarismo con un altro:
binary / non binary.
Da una parte gli uomini e le donne. Dall’altra “le persone non binary”, immaginate quasi come una terza categoria coerente e separata.
Le esperienze reali possono essere molto più disordinate.
Una persona può sentirsi profondamente vicina alla mascolinità e contemporaneamente non riconoscersi completamente come uomo. Può percepire una dimensione androgina senza desiderare affatto un’espressione estetica androgina. Può definirsi non binary e transmasc contemporaneamente. Può trovare in androx una parola più precisa. Può cambiare definizione nel tempo.
Non c’è bisogno di stabilire quale di queste esperienze sia “più non binary”.
Da una prospettiva post-binaria, il punto non è costruire un catalogo sempre più sofisticato di scatole nelle quali collocare le persone. È riconoscere che il genere può essere organizzato e vissuto senza l’obbligo di produrre categorie perfettamente separate, coerenti e contrapposte.
Androx rende particolarmente visibile questa possibilità perché occupa proprio uno di quei territori che le classificazioni nette fanno fatica a raccontare.
Non è necessariamente “metà uomo e metà non binary”.
È, semmai, una delle parole nate perché per alcune persone quella divisione non descrive abbastanza bene la realtà.
Domande frequenti sull’identità androx
Androx è un’identità non binary?
Generalmente sì. Le risorse comunitarie che documentano il termine classificano androx come un’identità non binary collocata tra uomo e androgyne.
Una persona androx è transgender?
Può riconoscersi sotto l’ombrello transgender, ma non è necessario imporre automaticamente questa ulteriore etichetta a chi utilizza androx. Le parole con cui una persona descrive la propria esperienza restano una questione di autodeterminazione.
Androx significa transmasc?
No. Le due definizioni possono sovrapporsi, ma indicano concetti differenti. Transmasc è un termine ombrello legato alle esperienze transgender orientate verso il maschile; androx indica più specificamente un genere tra uomo e androgyne.
Androx e androgino significano la stessa cosa?
No. Androgino può descrivere un’espressione o un aspetto che combina caratteristiche culturalmente associate al maschile e al femminile. Androx è invece utilizzato come identità di genere.
Qual è la differenza tra androx e androgyne?
Androgyne descrive generalmente un’identità associata a una combinazione o posizione intermedia rispetto a maschile e femminile. Androx viene invece collocato tra androgyne e uomo, quindi più vicino al versante maschile.
Una persona androx deve assumere testosterone?
No. Nessun trattamento ormonale rende una persona più o meno androx. Alcune persone possono desiderare una medicalizzazione completa o parziale; altre possono non desiderarla.
Quali pronomi usa una persona androx?
Non esistono pronomi specifici obbligatori. Per sapere quali utilizzare con una determinata persona, bisogna conoscere i pronomi che quella persona ha scelto per sé.
Una parola può essere precisa senza diventare una gabbia
Androx è una microlabel. Non pretende di sostituire termini più ampi come non binary, genderqueer o transmasc e probabilmente continuerà a essere molto meno diffusa.
Ma la sua esistenza racconta qualcosa di importante.
Il linguaggio identitario non serve soltanto a dividere l’umanità in categorie. Può servire anche a rendere visibili territori che le categorie precedenti lasciavano senza nome.
Per alcune persone androx potrà essere esattamente quella parola.
Per altre sarà una definizione troppo specifica, inutile o semplicemente distante dalla propria esperienza.
Entrambe le possibilità sono legittime.
Il problema comincia quando una parola nata per rendere il genere più descrivibile viene trasformata nell’ennesima regola su come una persona dovrebbe essere.
Il post-binarismo può fare qualcosa di più interessante: utilizzare anche queste parole per comprendere la complessità, senza pretendere che la complessità finisca dentro le parole.