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Ayzad racconta “Il libro nero del BDSM”: un’intervista su consenso, comunità e relazioni

Quasi dieci anni fa avevo già intervistato Ayzad per Progetto Genderqueer.
In questi anni ho avuto modo di approfondire molto di più il mondo del BDSM attraverso libri, saggi, interviste e il confronto con persone e progetti che si occupano di questi temi. Più che essere cambiato radicalmente il BDSM, è cambiato il mio punto di osservazione e la capacità di leggere con maggiore consapevolezza alcune dinamiche.
Nel frattempo sono cambiati anche i canali con cui se ne parla e la quantità di contenuti disponibili.

Progetto Genderqueer, online dal 2009, ha sempre cercato di osservare questi cambiamenti senza limitarsi alle formule rassicuranti. Il blog nasce per parlare di identità, orientamenti, corpi e relazioni fuori dagli schemi normativi, dando spazio tanto all’esperienza personale quanto all’analisi culturale. Proprio per questo tornare a dialogare con Ayzad, a distanza di quasi un decennio, non significa ripetere una conversazione già fatta, ma verificare quanto sia cambiato il terreno sotto i nostri piedi.

Negli ultimi tempi mi sto dedicando anche a Etikink, un progetto editoriale nato per spiegare il kink in modo accessibile, inclusivo e culturalmente consapevole. Il progetto si sviluppa attraverso il blog, dove trovano spazio articoli di approfondimento su pratiche, dinamiche, relazioni e cultura BDSM, ma anche attraverso una presenza attiva su Instagram, Facebook e Telegram, con contenuti divulgativi pensati per pubblici e modalità di fruizione differenti.
Etikink non racconta il BDSM come una vetrina di pratiche spettacolari, né come un universo automaticamente più libero, evoluto o sicuro del mondo “vanilla”. L’obiettivo è piuttosto tradurre dinamiche, linguaggi e simboli, mettendo al centro consenso, responsabilità, comunicazione e benessere, senza ignorare gli squilibri di potere, le criticità e gli stereotipi che attraversano anche le comunità kinky.

L’uscita de Il libro nero del BDSM mi è sembrata quindi l’occasione giusta per tornare a intervistare Ayzad. Non per chiedergli ancora una volta che cosa sia il BDSM, ma per affrontare ciò di cui si parla molto meno: manipolazioni inconsapevoli, ferite psicologiche, sex positivity tossica, relazioni non monogame, autorità costruite sulla notorietà, comunità idealizzate e uso del linguaggio kink per coprire dinamiche tutt’altro che sane.

Il punto di partenza del libro è personale e doloroso. Ayzad racconta di avere cominciato a scriverlo dopo due eventi che hanno incrinato la sua stessa visione degli ambienti delle sessualità alternative: il suicidio di un kinkster e una telefonata capace di mettere in discussione convinzioni costruite in quarant’anni di esperienza. Da quella frattura nasce un libro che non vuole demonizzare il BDSM, ma sottrarlo alla retorica del paradiso perfetto.

Le risposte che seguono non sono concilianti per mestiere. Ayzad mette in discussione gli slogan sulla sicurezza, la superficialità di molta divulgazione social, l’idea che basti dichiararsi consenzienti per essere davvero liberi e persino alcuni concetti considerati quasi intoccabili nelle comunità alternative. Lo fa con posizioni talvolta nette, sulle quali chi legge potrà concordare o dissentire, ma che difficilmente lasciano indifferenti.

Ne emerge una conversazione sul BDSM, ma ancora di più sulle persone che lo vivono: sulle loro fragilità, sulle loro responsabilità e sulla facilità con cui ruoli, pratiche ed etichette possono diventare maschere. Perché il problema, come ricorda più volte Ayzad, raramente è costituito da un “supercattivo” riconoscibile. Molto più spesso nasce da persone normali che non comprendono il danno che stanno provocando. Compresi noi stessi.

Ayzad intervista su Il libro nero del BDSM

Table of Contents

Perché Ayzad ha scritto Il libro nero del BDSM

1) Perché sentivi il bisogno di scrivere un “libro nero” dopo tanti testi divulgativi?

In realtà anche questo è un libro di divulgazione – solo che si concentra su quegli aspetti del kink di cui di solito non si parla, ma non per questo meno sono meno importanti.

La storia dietro al Libro nero del BDSM è semplice e triste: un giorno mi è arrivata la notizia che un kinkster all’apparenza molto sereno e realizzato si fosse tolto la vita perché il BDSM gli stava causando problemi personali insostenibili. Poi, la sera stessa, ho ricevuto una telefonata che mi ha devastato. In un attimo si sono sgretolati tutti i miei valori, e mi sono reso conto che la bolla cognitiva in cui ero vissuto negli ultimi quarant’anni fosse stata tanto confortevole quanto pericolosa. La narrativa da cui ero circondato mi aveva reso cieco rispetto alle molte criticità degli ambienti delle sessualità alternative. Passata la crisi iniziale, ho quindi fatto una delle cose che mi vengono meglio: scrivere un “manuale delle istruzioni” che permettesse di riconoscere, evitare o gestire quel tipo di problematiche.

 2) Qual è l’equivoco più grande che speri di correggere?

L’idea, molto diffusa, che le sessualità alternative (non solo il BDSM) siano una specie di paradiso perfetto pronto da fruire. La realtà è che i giochi in sé sono meravigliosi, ma come in tutte le sottoculture ci sono anche problemi molto seri che spesso si preferisce ignorare – e così facendo non fanno che crescere e diventare sempre più pericolosi. Soprattutto, che in genere la colpa non è di nessun supercattivo da fumetti, ma di gente normalissima che magari non si accorge neanche del danno che provoca. Compresi noi stessi.

I rischi del BDSM raccontati ne Il libro nero del BDSM

3) Nel libro descrivi diverse forme di abuso e manipolazione che spesso passano inosservate. Quali sono quelle che, secondo te, vengono ancora sottovalutate dalla comunità? 

Tutte quelle che a prima vista è difficile notare proprio perché sono involontariamente integrate nella sottocultura stessa. L’esempio più eclatante è la sex positivity tossica, in cui i giustissimi principi di libertà erotica finiscono col trasformarsi in pressione performativa, che spinge tante persone ad adeguarsi a modelli di comportamento non adatti alle loro esigenze e volontà, fino a subirne danni psicologici, emotivi e relazionali. Ma ci sono dozzine di casi differenti, e la cosa più spaventosa è che gli abusi volontari sono in netta minoranza – di norma ci facciamo molto male inconsapevolmente, per pura ignoranza.

4) Nel dibattito sul BDSM si parla spesso di sicurezza fisica, mentre nel tuo libro emerge con forza quanto possano essere profonde le conseguenze delle dinamiche emotive e relazionali. Pensi che oggi si sottovalutino ancora questi aspetti? Perché, secondo te, la sicurezza psicologica riceve ancora meno attenzione rispetto a quella fisica?

Il fatto è che una ferita fisica si vede e fa molta impressione. Una ferita psicologica resta invisibile, spesso nascosta dalla vittima stessa, e non diventa necessariamente critica subito. È molto più frequente che si manifesti a scoppio ritardato, o che chi l’ha subita preferisca allontanarsi dalla scena anziché lamentarsene.  Oltre a questo, l’eros viene spessissimo visto più come un insieme di attività anziché come il rapporto fra due persone. Anzi, tanti approdano ai kink proprio per evitare di confrontarsi con la complessità delle relazioni umane, specie con se stessi – e quindi evitano accuratamente l’introspezione necessaria a proteggersi dai danni emotivi e relazionali, o di proteggere i partner.

5) Dove finiscono gli slogan (SSC, RACK ecc.) e dove inizia la complessità delle relazioni?

Gli slogan e qualsiasi etichetta (e nei kink ne usiamo parecchie!) smettono di avere senso nell’istante in cui si interagisce fuori dall’online. Nessun tribunale, pronto soccorso o psicologo prenderà mai sul serio le formulette che usiamo fra kinkster: il mondo reale se ne frega delle parole e delle intenzioni. Quel che conta sono i fatti – e, come in qualsiasi altro ambito, per agire correttamente bisogna sapere bene cosa si sta facendo. Lavorare su questo aspetto può essere vissuto come un’avventura entusiasmante o un fastidio, ma nel secondo caso probabilmente sarebbe meglio darsi ad attività meno rischiose per se stessi e per gli altri.

6) Quali segnali d’allarme dovrebbe imparare a riconoscere chi si avvicina per la prima volta al BDSM? 

Nel Libro nero del BDSM c’è anche un lungo elenco di red flag cui fare attenzione. Una buona regola di massima però credo sia diffidare da qualsiasi situazione in cui quel che si fa venga considerato più importante di chi si è – o in cui serenità e piacere passino in secondo piano rispetto a qualsiasi altro obiettivo.

7) Come si può costruire una cultura della responsabilità senza creare allarmismo?

In teoria è semplice: basta rendersi conto che nel cosiddetto “sesso estremo” è solo normale porre l’attenzione e il rispetto richiesto da qualsiasi attività “estrema”. Naturalmente richiede un po’ più di impegno in confronto a buttarsi allo sbaraglio, ma merita lo sforzo e non toglie nulla all’emozione, anzi. L’alternativa è come fare paracadutismo senza avere fatto un corso preparatorio né sapere di preciso quale maniglia vada tirata per aprire il paracadute e non sfracellarsi a terra: un approccio poco furbo, che prima o poi produce conseguenze sgradevoli.

Potere, relazioni e cultura nel BDSM

8) Nel libro racconti diverse situazioni in cui gli squilibri di potere portano a relazioni poco sane o apertamente manipolatorie. Quanto contano le responsabilità individuali e quanto, invece, incidono le idee e i modelli culturali con cui molte persone arrivano al BDSM? 

Sono entrambi aspetti importanti, che peraltro funzionano esattamente come nelle relazioni vanilla. A conti fatti stiamo parlando di mettere le nostre vite nelle mani di un’altra persona (e questo vale anche per chi ha ruolo dominante): farlo sulla base di fantasie, equivoci, stereotipi o comportamenti improvvisati non può portare a nulla di buono, specie sul lungo periodo. Il problema non è lo squilibrio di potere in sé, ma la maturità e la consapevolezza con cui viene vissuto. Il bello è che, proprio come nel caso del rapporto più tradizionale che ci sia, le risorse per imparare a fare le cose per bene ci sono: basta usarle. Il concetto di fondo è che la vita dovrebbe essere, in tutti i campi, qualcosa che si fa, non che viene solo subita arrangiandosi un po’ come viene.

9) Negli ultimi anni si discute spesso del rischio che alcune persone utilizzino il linguaggio del BDSM per giustificare comportamenti abusanti. Dal tuo punto di vista, quali sono i segnali che distinguono una relazione D/s sana da una dinamica in cui il potere viene usato come strumento di manipolazione? 

Il fatto è che né io, né nessun altro può assumersi il ruolo di “Polizia del BDSM”: è giusto che ognuno viva queste cose come meglio crede, anche quando magari agli occhi della maggior parte delle persone può sembrare una dinamica eccessiva o “troppo strana”. L’unico parametro oggettivo è il benessere reale dei partecipanti – dove per “reale” intendo ciò che va al di là del semplice dichiarare “sto bene così”, che potrebbe essere solo il sintomo di un rapporto disfunzionale ma normalizzato. Un vero benessere è fatto di autodeterminazione, libertà, felicità, crescita, amore, e della maturazione di tutte le sfaccettature della personalità anche al di fuori della dimensione erotica.

10) Nel libro affronti anche il tema delle relazioni non monogame. Oggi parole come “poliamore” sono sempre più diffuse, ma spesso vengono utilizzate in modi molto diversi tra loro. Quali caratteristiche, secondo te, distinguono una non monogamia realmente etica da una semplice ricerca di libertà senza responsabilità condivise?

Cominciamo da una premessa importante: c’è una differenza abissale fra la polisessualità e il poliamore. E spiace dirlo – soprattutto a me che l’ho praticato per 18 anni abbondanti – ma quest’ultimo è scientificamente dimostrato che sia pressoché insostenibile per quasi chiunque, perché richiede risorse, maturità e circostanze eccezionali. Detto questo, l’eticità non si esaurisce nel dire a tutti i partner che il rapporto non sia esclusivo: è qualcosa di molto più complesso e impegnativo in ogni fase della relazione, che nella maggior parte dei casi non viene nemmeno preso in considerazione.  Fra l’altro, se il punto è solo “sentirsi liberi” non c’è bisogno di utilizzare alcuna etichetta particolare; basta mettere in conto che, se si usano le persone come passatempi intercambiabili, prima o poi chi rimarrà scartato sarai proprio tu – e la nostra biologia e neurologia sul lungo periodo ci fanno sentire il bisogno di stabilità più che quello di avventura.

La comunità BDSM tra consenso e responsabilità

11) Uno degli aspetti che colpisce del libro è l’invito a guardare la comunità BDSM con lucidità, senza idealizzarla. Il consenso e la consapevolezza sono valori importanti, ma da soli non eliminano dinamiche di potere, errori o abusi. Cosa possiamo fare, come comunità, per costruire spazi più maturi senza rinunciare all’autocritica?

Mi piacerebbe tanto poter dare una risposta semplice, ma temo che non esista. Nel Libro nero del BDSM faccio l’esempio del concetto di ‘giustizia riparativa’, che è una modalità di crescita e supporto collettivi non solo fantastica, ma anche ideale da applicare in un contesto come quello delle community kinky. Il problema è che adottarlo richiederebbe un livello di sforzo e impegno che praticamente nessuno è realmente disposto a investire, perché (comprensibilmente!) chi si rivolge alla comunità e all’eros in generale lo fa con l’intenzione di divertirsi, non di “lavorare”. Il risultato è che a occuparsi di questioni strutturali restano solo coloro che cercano – anche inconsapevolmente – un tornaconto personale da questo sforzo. E purtroppo di norma la motivazione non è del tutto sana, così come la ricaduta sulla community.

Una soluzione potrebbe essere rendersi conto dell’importanza che ha il benessere erotico per la nostra serenità ed equilibrio generali… ma qui entriamo nel ginepraio dell’educazione affettivo-emotivo-sessuale, che andrebbe gestita a livello istituzionale senza pretendere che se ne debba far carico una piccola comunità.

12) Oggi molte persone scoprono il BDSM online e alcune vivono intere dinamiche senza mai frequentare altri praticanti dal vivo. Dal tuo punto di vista quali opportunità offre questa modalità e quali rischi, soprattutto per chi è alle prime esperienze?

Una delle tecniche che uso più spesso come kink coach è la ricontestualizzazione, ed è semplicissima. Prendi la tua domanda, sostituisci ‘BDSM’ con ‘pizza’ e vedi che effetto ti fa.

Quali opportunità offre l’online per chi ha fame e non sa niente di pizza? Informazione, sicuramente – a patto di non fidarsi di quel sito fatto con l’AI che suggeriva di mettere la colla sotto la mozzarella per non farla colare via – ma lo stomaco continuerà a brontolare. Forse è meglio farsi una cultura generale, poi cercare le pizzerie più vicine, sceglierne una e andarci fisicamente, no?

13) C’è chi vive il BDSM soprattutto all’interno della comunità e chi, invece, lo considera un aspetto strettamente privato della propria relazione. Pensi che oggi esista ancora una pressione implicita a “fare comunità” per essere considerati praticanti autentici?

Forse bisognerebbe chiederci perché qualcuno senta il bisogno di una “certificazione di autenticità”, qualunque forma essa possa prendere. Il confronto permesso dalla community e le opportunità di crescita e socializzazione consentite dagli eventi hanno senz’altro il loro valore, ma mi sembrano soprattutto parte di un ecosistema più vasto che comprende anche tanti altri aspetti: introspezione, dimensione di coppia, esperienze relazionali, dimensione semipubblica, lato politico… Ciascuna di queste sfaccettature ha tanto da offrire e alimenta le altre. Poi, ovviamente, ciascuna persona sceglie quali e come viverle a seconda delle proprie necessità.

In generale credo che il richiamo della community sia più forte per chi sente più urgente il bisogno di essere riconosciuto e accettato nella sua dimensione erotica, anche da se stesso. Nessuno però può essere ridotto solo a questa dimensione, anche quando rappresenta un comodo porto sicuro in cui sentirsi liberi dalle responsabilità e dalle complessità del “mondo esterno”.

Le criticità che si incontrano negli spazi di socialità kinky spesso dipendono proprio da questi disequilibri personali. Sarebbe bello che la scena si occupasse anche di offrire strumenti di riequilibrazione.

14) Nel BDSM convivono dinamiche molto diverse: c’è chi vive la D/s come una presenza continua nella relazione, anche al di fuori dell’erotismo, e chi invece la concentra in sessioni o momenti ben delimitati. Dal tuo punto di vista, quali differenze comportano questi due approcci, sia nella relazione sia nel modo di vivere il BDSM?

Hmm. Partirei col dire che impostare il rapporto sui ruoli, in ottica 24/7, è una forma di erotismo se le persone coinvolte condividono quel tipo di visione. In effetti, è quel che rende erotico anche momenti banali come l’andare a fare la spesa, cucinare o guardare un film insieme. Tuttavia può nascere un problema – e pure bello grosso – quando i partner non sono completamente allineati sul modo in cui interpretano il rapporto; lì prima o poi uno dei due si sentirà soffocato dal ruolo, e un semplice intoppo di comunicazione può mandare tutta la relazione a gambe all’aria. 

Questo tipo di difficoltà però si ripresenta perfettamente identico anche fra chi si limita a fare “sessioni di gioco”: quel che cambia è solo la probabilità che si manifesti, ma per pura statistica. La risposta finale pertanto è: alcune persone hanno vite vanilla in cui ogni tanto fanno entrare il kink, e altre hanno vite kinky in cui sono obbligate a far rientrare impegni vanilla. Entrambi gli approcci possono dare grandi soddisfazioni, ma per evitare problemi è sempre essenziale imparare a comunicare, modificare il rapporto in base al benessere di tutti, e non ingabbiarsi in modelli rigidi.

15) Un’altra differenza riguarda il rapporto tra BDSM e vita affettiva. C’è chi vive il kink all’interno della propria relazione e chi, invece, lo tiene separato, affidandolo a play partner o a uno spazio distinto della propria vita. Quanto questa scelta influisce sul modo di vivere il BDSM? E quanto diventano centrali, in questi casi, trasparenza, comunicazione ed etica nei confronti delle persone coinvolte?

Non mi vengono in mente molte situazioni, in generale, in cui trasparenza, comunicazione ed etica siano poco importanti. Negli anni ho visto rarissimi casi di relazioni in cui, di comune e sereno accordo, per non compromettere ottimi equilibri di coppia consolidati i partner decidevano di ritagliarsi momenti di gioco erotico con terze persone. Più spesso ho visto rapporti in crisi dove uno o entrambi i membri della coppia cercavano sfogo con altra gente, di solito di nascosto, per poi tornare a essere insoddisfatti col partner ufficiale. Questo vale sia in ambito vanilla che kinky: nel secondo però c’è qualcuno che mette la propria vita letteralmente nelle mani di un altro… francamente non so quanto sia furbo tenere qualcosa di così importante separato dalla propria vita affettiva.

Ayzad e la divulgazione del BDSM

16) Cosa ti preoccupa del BDSM raccontato sui social?

Soprattutto due cose. La prima è l’eccesso di semplificazione e sintesi su temi a volte molto complessi: si tratta di un limite di formato che tuttavia può spingere tante persone a sottovalutare le criticità che potrebbe incontrare lanciandosi in un mondo spettacolare e attraente, ma anche piuttosto rischioso da gestire.

L’altra è lo spirito di questi racconti. Vengono fatti da persone competenti con l’intenzione di informare davvero, o da personaggi in cerca di numeri e monetizzazione? Molto spesso vedo più il secondo caso, che i rischi li moltiplica esponenzialmente perché il pubblico viene considerato solo uno strumento da manipolare senza riguardo per il suo benessere.

17) Quali errori fanno più spesso creator e divulgatori?

A parte investire decisamente troppa vita in qualcosa che è molto raro che restituisca loro vantaggi proporzionali allo sforzo? Credo dipenda tutto dai loro obiettivi reali: quello più diffuso è non sapere davvero di cosa stiano parlando, il che dimostra scarso rispetto per il pubblico. Poi però c’è chi nel concreto sta vendendo sex work, o consulenze improvvisate, o prodotti discutibili – c’è chi è molto abile nel farlo e sicuramente in quest’ottica non fa “errori”… ha solo poca onestà, e ognuno tirerà le sue conclusioni. Detto questo, c’è pure una manciata di personaggi (soprattutto fuori dall’Italia) che porta avanti un lavoro eccellente. Di solito si distingue perché fa ragionamenti che si applicano altrettanto bene al kink quanto al vanilla.

18) Nel libro inviti spesso il lettore a non confondere l’autorevolezza con l’autenticità. In una comunità dove esistono figure molto visibili e molto esperte, come può una persona alle prime esperienze sviluppare spirito critico senza cadere nella sfiducia verso chi ha davvero competenze?

“Molto visibili” e “molto esperte” non necessariamente coincidono. Il criterio mi sembra lo stesso che si adotta in qualsiasi altro campo: basta chiedersi quali siano le qualifiche concrete di chi abbiamo davanti. Ha una certificazione? Un’esperienza dimostrabile al di là di ciò che racconta? Ha prodotto materiale valutabile oggettivamente come libri, lezioni, conferenze o altro? Da quanto si occupa di questo tema? Quanto è specializzata? Che approccio ha nei confronti delle critiche? Cosa vuole in cambio della sua conoscenza? Quanto punta ai nostri soldi (o al nostro corpo) e quanto al nostro benessere?

Come cambia il BDSM oggi

 19) Molti esempi presenti nel libro riguardano coppie uomo Dominante e donna sottomessa, probabilmente anche perché rappresentano una parte importante dell’immaginario BDSM. Pensi che questo immaginario influenzi ancora oggi il modo in cui il BDSM viene raccontato e percepito? E quanto spazio vedi, invece, per rappresentazioni più diverse delle dinamiche D/s? 

Sinceramente non mi sembra. Nelle note della prima pagina specifico che, per comodità lessicale, uso il maschile sovraesteso ma chiarendo bene che si tratta di un testo inclusivo e intersezionale anche perché tratta di mente, emozioni e relazioni più che di corpi. Oltretutto basta fare una ricerca online per rendersi conto che l’immaginario femdom (donna dominante, uomo sottomesso) sia forse più diffuso del contrario, e sicuramente l’unico pesantemente commercializzato.

La mia impressione è che, come è normale che sia, ciascuno si approcci alle fantasie erotiche partendo dal proprio immaginario e dai propri pregiudizi. Per esempio: chi non cerca “BDSM trans”, “furry kinky”, “queer bondage” o altro non vedrà mai contenuti di quel tipo – ma si tratta del classico confirmation bias degli algoritmi, non di limiti di un universo estremamente vasto e sfaccettato.

20) Quando si parla di dinamiche femdom, molto spesso entrano in gioco contesti professionali o commerciali. Come se ci fosse una domanda molto elevata da parte di uomini sottomessi e un’offerta relativamente limitata di donne interessate a quel ruolo, con la conseguenza che si sviluppa più facilmente un mercato.
Mi chiedevo se, secondo te, questo fenomeno esista davvero e, in caso affermativo, quali possano esserne le cause.

Ah, allora c’è da fare un’analisi che tenga conto di più aspetti. Il primo è che la scena pubblica è solo un sottoinsieme minuscolo (circa l’8%) dei praticanti: bisogna sempre ricordare che la maggioranza delle persone vive l’eros nel privato, senza condividere quell’aspetto della sua vita con altri. Poi bisogna considerare gli stigmi sociali: una persona, di qualsiasi genere, che si dichiari sottomessa in pubblico viene ancora percepita come “peggiore” delle altre per via della cultura in cui viviamo. L’eccezione – parziale – è la coppia patriarcale, semplicemente perché è quella che crea meno dissonanza cognitiva, e che quindi si concede di mostrarsi più facilmente.

Le sex worker sono molto visibili nella scena e soprattutto online perché per sopravvivere devono trovare clienti, e benché siano parecchie non vanno confuse con “la normalità”. Al fenomeno del femdom commerciale, dell’industria del disagio e delle differenze fra narrazione del sex work e realtà ho dedicato un intero capitolo del libro, che è un po’ difficile sintetizzare qui.

 21) C’è ancora spazio per migliorare l’inclusività della comunità?

Col passare del tempo trovo sempre più antipatico il termine ‘inclusività’, perché mi sembra presupponga un gatekeeping di qualcuno che concede, dall’alto della sua posizione, il privilegio di essere inclusi nel club. Preferisco quindi parlare di ‘diversità’, che sicuramente può sempre aumentare.

Qui però devo citare un punto che viene trattato anche nel Libro nero del BDSM: l’oggettiva autoghettizzazione – o separatismo – di tanti orientamenti. In parole povere: poiché a conti fatti il motore della comunità è banalmente trovare partner, esistono tante sottocomunity divise per orientamento sessuale. Chi è gay sta fra gay perché non è interessato ad altro, chi è lesbica sta in ambienti lesbici, chi è asessuale con asessuali, chi è queer con queer… e oltre a questo entrano in gioco le specializzazioni. Allora chi fa bondage non va dove si fa tickling, chi ama il fetish non frequenta chi fa BDSM, chi è swinger non cerca persone transgender, eccetera. Di solito la giustificazione sono i presunti pregiudizi e discriminazioni degli “altri”, ed è proprio strano che nessuno pensi mai di essere la persona che discrimina…

 22) Nel dibattito sul BDSM si parla spesso di inclusività e accessibilità degli spazi per persone con orientamenti sessuali e identità di genere diverse. Dal tuo punto di vista, oggi dove si trovano le barriere più significative: nella comunità BDSM oppure nelle dinamiche interne alle sue diverse sottocomunità?

La mia esperienza in Italia e all’estero è che il BDSM percepito come “etero” in realtà sia apertissimo a chiunque, mentre altri orientamenti si ostinino ad alzare barriere forse comprensibili, ma sicuramente poco utili per tutti. Nel libro, che integra anche parecchie testimonianze di persone di tutti i tipi, a un certo punto compare la dichiarazione esterrefatta di una donna bisessuale cui è stato negato l’accesso a un certo contesto perché «non abbastanza lesbica». Di fronte a comportamenti così, certi discorsi si rivelano pura ideologia strumentale.

Ayzad: uno sguardo sul futuro del BDSM

23) Se potessi cambiare una sola cosa della cultura BDSM italiana, quale sarebbe?

Una sola? Che peccato… Il progresso è fatto di tanti fenomeni che si muovono insieme!

Se proprio devo, però, punterei ad avere più lucidità sul rapporto con il BDSM e la sessualità in generale. Sapere come si usano i vari strumenti in fondo è inutile, se come esseri umani continuiamo a nasconderci dietro un dito.

24) Qual è il consiglio che oggi daresti al te stesso di venticinque anni fa?

Di non dimenticare mai che ruoli e pratiche possono essere bellissimi, ma spesso sono solo fragilissime maschere indossate da esseri umani ancora più fragili, imperfetti, spaventati, feriti e con tantissimo bisogno di essere amati per ciò che sono e non per quello che fanno o interpretano. Se lo avessi fatto, forse quel messaggio e quella telefonata non sarebbero mai arrivati.

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