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Nathan, da Partinico a Milano: una storia di attivismo Non Binary

Un collettivo siciliano, conosciuto tramite facebook, mi ha intervistato. Mi ha rivolto domande difficili, e ho parlato di cose molto intime. Riporto l’intervista sul blog perché penso che possa avere un valore.

partinico LGBT

Grazie per aver accettato questa richiesta di intervista per il collettivo SiculQueer.

Prego

Ti va di presentarti per noi?

Sono Nathan, sono una persona gender non conforming e non binaria, e utilizzo il genere maschile per parlare di me. Farò 30 anni tra qualche giorno e sono attivista LGBT dal 2009, anno in cui ho fondato Progetto Genderqueer e ho iniziato a fare cultura al Circolo Harvey Milk di Milano, di cui l’anno dopo sarei diventato presidente e di cui lo sono tutt’ora. Si tratta di una realtà molto inclusiva, con circa 300 soci.

Allora, tu vivi, hai studiato e lavori a Milano, ma sei siciliano, giusto?

Di dove esattamente?

Di Palermo, anche se ci ho vissuto solo 5 anni, e dai 6 ai 18 ho vissuto in provincia, a Partinico, dove ho fatto le scuole, dal 1990 alla metà del 2002.
Ormai, a quanto pare, non sono più siciliano, ma non sono neanche milanese. In Sicilia vige lo “ius soli”, quindi chi se ne va orma è “di Milano” per loro. A Milano invece c’è lo ius sanguinis, quindi se uno ha un nonno siciliano è “siciliano”. Quindi sono tragicomicamente apolide.

Sei andato a studiare a Milano per cercare un ambiente più LGBT friendly?

No. Fu mio padre a volere che studiassi a Milano per avere un’istruzione migliore. Ai tempi non mi consideravo un appartenente alla comunità LGBT.

Come mai?

L’acronimo LGBT ai tempi non era utilizzato. Le mie uniche conoscenze del mondo LGBT erano legate ad alcuni film che avevo visto al cineforum della scuola, ma per quanto i film avessero come scopo il creare immaginari positivi, ricorrevano molti stereotipi: donne transgender che facevano le sex workers ed erano sieropositive e uomini gay la cui identità veniva ricondotta ad abusi giovanili. Una volta vidi, in un talk show, un transgender ftm, ma veniva inscenata una storia di non accettazione da parte della sua famiglia di origine.
Si vociferava sull’appartenenza alla comunità LGBT di alcune persone del paese, ma erano sempre persone trattate da “zitelli” e “zitelle” e impiegati nella cura dei figli dei fratelli e degli anziani.
Non mi identificavo in questi modelli, perché provenivo da un’educazione che mi portava verso un unico obiettivo: l’affermazione professionale.
I modelli che richiamavano la marginalità sociale li sentivo come molto lontani da me e volevo che lo fossero.

Tuttavia, non c’era una presa di distanza totale dalla non conformità: anche se ai tempi non avevo relazioni sentimentali né le cercavo, quando si parlava di relazioni, tra compagni di scuola, dicevo che non escludevo niente e che, sebbene avessi sempre avuto simpatie o cotte per ragazzi, non escludevo un possibile interesse verso una ragazza. Era più che altro una posizione politica, anche se ai tempi non l’avrei definita così.

Ti trovavi bene a Partinico?

Purtroppo non ho grandi ricordi di Palermo, perché sono andato via troppo presto, e mi dispiace, perché questo non ha permesso di sentirla come la “mia” città. Delle elementari non ricordo molto: avevo fatto la “primina” e senza passare dall’asilo, e non avevo ancora grandi strumenti sociali per interagire con questi compagni che erano più grandi di me. Le medie sono state un incubo. La mia scuola faceva “classi ghetto” in cui collocava ragazzi provenienti da realtà in difficoltà. C’ero finito per sbaglio, perché avevo scelto il francese. Ricevetti molto bullismo: mi ruppero addirittura il naso. Il preside non volle cambiarmi di classe.

Alle superiori andò molto meglio, soprattutto nel triennio. Ho trovato vari amici e compagni di giornate. Alcuni professori erano un punto di riferimento, mentre altri sono stati delle figure molto negative, per via della loro misoginia. Una volta un professore mi disse che secondo lui molti dei miei problemi si sarebbero risolti andando dal parrucchiere, e un’altra volta un altro docente mi tirò un ombrello. Dei compagni invece ho un bel ricordo.

E quindi, arrivato a Milano, hai fatto subito coming out?

No, perché ancora per un bel po’ di tempo non ho avuto una consapevolezza LGBT. Ero una persona non conforme e questo non riguardava il genere in particolare, anzi ai tempi non avevo nessun rilevatore estetico che mi collocasse come persona gender non conforming.
Sono stati anni in cui le mie energie erano tutte impiegate ad ambientarmi a Milano in anni in cui la città non era poi così accogliente verso i suoi nuovi cittadini.
Al primo anno mio padre si ammalò di leucemia e l’ho perso in meno di un anno. Al quarto anno ho avuto un grave incidente e mi hanno operato al legamento crociato anteriore, ma, per non rimanere indietro con gli esami, visto che mia madre era da sola a “mantenermi”, non ho fatto la fisioterapia e sono rimasto “zoppo”.
In tutta quella fretta di laurearmi in 5 anni esatti per non pesare più sulla mia famiglia non trovavo il tempo per riflettere sulla mia identità di genere.

Erano gli anni Zero: si parlava già di LGBT?

Si parlava di orientamento sessuale, ma non di transgender e neanche di non binary. Si usavano ancora parole come transessuale e trans. Entrambe veicolavano l’immagine di una donna T, in percorso dal maschile al femminile, eterosessuale, straniera, sex worker e al servizio del piacere dell’uomo “curioso”. L’unica che cercava di proporre altri modelli era Luxuria, in televisione, da cui ho sentito per la prima volta il termine transgender, con un significato particolare: persona al di là dei generi. Probabilmente ero io che non frequentavo gli ambienti in cui questo tipo di consapevolezza era sviluppata. Ma del resto non consideravo ancora quella la mia comunità.

Hai bei ricordi degli anni dell’università?

Sì. A parte il primo anno, funestato dalla “terronfobia” di chi mi circondava e dalla malattia di mio padre, in pochi anni mi ambientai. La “terronfobia” derivava dal fatto che io avevo avuto una preparazione scolastica molto buona, tanto che ero arrivato terzo al test d’ingresso, ma questo riguardava soprattutto le materie scientifiche, tecniche e grafiche. A livello di espressione verbale, utilizzavo molti di quelli che erano a mia insaputa dialettismi. Ci ho messo molto a “sciacquare i panni in Arno”, o meglio nel Lambro. E prima che accadesse ho ricevuto molte battute e frecciatine. Ancora adesso mi chiedono come mai “non cambio il mio accento”. L’accento si sviluppa nei primi anni di vita. Chi lo cambia dopo i venti probabilmente si sente “sbagliato” e io non mi considero tale.

Avevo un fidanzato. Era un ragazzo androgino, con i capelli lunghi, metallaro. Non aveva avuto relazioni prima di me, e quindi non dovevo confrontarmi con modelli di femminilità (o di mascolinità). Siamo stati insieme per tutto il periodo universitario. Erano anni in cui suonavo il basso in varie band e ho fatto tanti live. A volte qualcuno, osservando i miei modi di fare non femminili, mi faceva domande sul mio orientamento sessuale, che in realtà c’entra poco con i modi che una persona ha. Anche ai tempi rispondevo che sebbene stessi con Jacopo, non mi riconoscevo nella definizione di “donna etero”.

Come è andato l’accesso al mondo del lavoro?

La facoltà di architettura, superate le prime difficoltà dovute all’essere “terrone”, si è rivelato un ambiente protetto, in cui ognuno era chi voleva e si poteva vestire e comportare come voleva. In questo contesto di grande libertà, non mi rendevo conto delle catene di genere che la società mette agli adulti.
Ragazzi e ragazze sono “ragazzi”, senza che ci sia un rigido spartiacque tra loro, mentre dopo la laurea mi fu molto chiaro che stavo entrando in un mondo di “uomini” e “donne”, e che in questo binarismo non riuscivo a collocarmi.
Anche il nome anagrafico, che non usavo quasi mai (il mio nome di battaglia da bassista era Copper, rame, per via dei capelli rossi che avevo all’epoca), cominciò a governare le mie giornate, su curriculum vitae e nei colloqui di lavoro. Mentre durante il primo tirocinio, al terzo anno, in un dipartimento universitario, potevo andare in jeans e veniva valutato il mio lavoro, il mio primo stage in azienda, al quinto anno, mi faceva sentire sbagliato. Sentivo il rumore dei tacchi percorrere i corridoi e mi veniva fatto presente che il mio modo di apparire era inadeguato.
Era il 2008, il 2009, gli anni della grande crisi e noi neolaureati in Architettura, anche noi a pieni voti, eravamo carne da macello per gli studi tecnici, che volevano macellarci in gavette infinite a finta partita iva. Una volta uno di questi titolari mi disse che dovevo andare nel negozio di abiti della moglie e comprarmi dei vestiti da donna.
Partinico, Milano… in pratica i parrucchieri e i negozi delle mogli avrebbero risolto ogni mio problema!

Il binarismo di genere ti opprimeva?

Di fatto mi opprimeva, ma non ne conoscevo il concetto. Tutto è iniziato per caso, nel 2008, in un gruppo Yahoo e tramite una ragazza transgender, Eleonora di Roma, con cui chattavo su MSN. Fu lei la prima a parlarmi del non binarismo, mi spiegò che transgender non è un termine che parla solo di donne in percorso dal maschile al femminile, etero, e che ricorrono a ormoni e chirurgia. Transgender è un termine ombrello sotto il quale possono trovare rifugio tutte le persone gender non conforming, quindi anche le persone non binarie.
Inoltre, mi venne spiegato il significato di affermazione di genere: le persone gender non conforming, transgender e non binarie possono riconoscersi in un nome d’elezione diverso da quello anagrafico, possono chiedere alle persone di rivolgersi con un genere grammaticale che non coincide con la propria biologia.
La magia di tutto questo è che essere se stessi non fa male a nessuno, ma può fare emergere una persona che ha trovato la sua strada.

Cosa hai fatto quando hai preso consapevolezza di te?

Inizialmente ho cercato delle community online con cui confrontarmi, e poi ho iniziato ad andare a delle manifestazioni. La prima fu una fiaccolata contro l’omotransfobia, nel 2009, dopo che la legge Concia non era passata. Lì nacquero delle amicizie, e conobbi il Circolo LGBT Harvey Milk Milano.

Nel frattempo, sempre nel 2009, avevo fatto coming out con mia madre e mio fratello, entrambi residenti a Partinico. Il mio fidanzato invece sapeva da tempo, ma la viveva come un gioco, e quando capì che invece volevo vivere sul serio questa identità, la relazione finì. La cosa curiosa di questo mio ex, tecnicamente etero, è che anche altre persone con cui lui ha avuto delle relazioni sono persone LGBT, quindi questo mi convince che persino lui non fosse poi così “conforme”.

Prima della scoperta di te, andavi spesso a Partinico?

Inizialmente ero costretto a passare il Natale e l’estate a Partinico: alloggiavo in uno studentato che l’estate chiudeva. Poi sempre meno.
Dopo la morte di mio padre ci furono situazioni conflittuali con i parenti di parte paterna. Non dipendevano da me, da quello che ero e che ancora non sapevo di essere, ma da conflitti familiari, che però mi sono costati anche delle botte, e quando accadono cose simili ti passa il piacere di far parte di un luogo.
La cosa che mi dispiace di più è che non è dipeso da me, dai miei comportamenti e dalla mia identità.  Questo perché, in queste realtà paesane, tutto viene vissuto nella dimensione collettiva e non rimane spazio per l’individualità. Quindi si rimane a vita il figlio di tizio, o il figlio di caia, e di queste origini si continua a rispondere.
In questi paesi il cognome delinea chi tu sei, mentre a Milano un cognome può al massimo dichiarare delle origini meridionali, ma spesso sei tu l’unico ad averlo, e quindi a dare un volto a quel cognome. E ne puoi fare persino un brand. Il mio cognome qui a Milano è talmente ignoto che lo scrivono e lo pronunciano quasi tutti senza accento.

E ora invece vieni spesso in Sicilia?

Diversamente da tanti lavoratori a Milano, di origini meridionali, che sono stati “adulti” anche al sud, e hanno loro case in cui tornare, io quando vengo in Sicilia dipendo interamente dalla mia famiglia, per ogni minimo spostamento. Non ho luoghi miei e non ho mezzi di trasporto miei (e si parla di posti dove ci sono pochi mezzi pubblici).
Alcune persone della parte materna della mia famiglia non hanno accettato la mia identità, e io ho preso una decisione netta: non interagisco con chi non mi include.
Lo stesso è valso per alcuni compagni e compagne di scuola che avevo a cuore: la mia migliore amica delle superiori ha respinto il mio coming out e il mio compagno di banco è letteralmente sparito dal web. Ho cercato di rintracciarlo tramite una cugina ma nulla di fatto. E stando così le cose che vengo a fare?
A volte credo che questi silenzi assordanti siano una forma di omertà, anche se non di natura mafiosa.
Nel 2013 sono venuto tre volte, per votare, per il Palermo Pride, dove ero coinvolto come attivista e relatore, e per completare un percorso con uno psicologo che in teoria doveva aiutarmi a fare terapia familiare, ma ha fatto solo casino. Al momento non ho grandi motivazioni per venire.

Quindi si può dire che tu abbia fatto coming out a Partinico?

I coming out che ho fatto con persone che hanno fatto parte della mia giovinezza a Partinico li ho già descritti. Con i parenti di parte paterna non ho avuto occasione di fare coming out perché ero già stato vittima di quei conflitti familiari precedenti alla mia consapevolezza, ma ritengo difficile che non sappiano (poi tutto è possibile, perché sono territori molto chiusi e poco “digitalizzati”).
Alcuni di loro mi hanno nel tempo chiesto amicizia nel profilo in cui uso il nome d’elezione e non quello anagrafico, e quindi sanno che genere uso per parlare di me, sanno che attività fa il circolo LGBT di cui sono presidente, e probabilmente hanno visto o letto varie interviste LGBT che negli anni ho rilasciato a testate e tv nazionali.
Ufficialmente non sanno, o fanno finta di niente, ma non inseguo nessuno: se hanno domande da farmi, possono farmele. Non sono di certo io che mi nascondo.

 

Partinico LGBT Queer

Perché non vai a Partinico e lo dici a tutti?

La vita delle persone transgender e non binaria non va immaginata come una puntata di C’è posta per te di Maria De Filippi. L’affermazione delle persone gender non conforming, in un luogo, è possibile se ci sono degli alleati, che contribuiscono a facilitarti la cosa e prepararti il terreno per farti vivere momenti confortevoli.
Io non ho questi alleati. Sarebbe stato bello ma non è andata così.
Anzi credo che si porti avanti una memoria di un alter ego di me, etero e cisgender, che compie i mie stessi passi, ma senza essere LGBT.
Quando questo alter ego si prende degli spazi che sono tuoi è difficile esistere in un posto, e da attivista rodato dico anche che in guerra non ci si va da soli, uno contro mille.

Io andrò a Partinico quando troverò una comunità queer, di persone LGBT o quantomeno inclusive. Però il problema è che sono tutti velati (non dichiarati, nascosti).
L’anno scorso ho aperto la pagina Partiniqueer, in cui ho inserito anche un contatto mail e whastsapp, ma nessuno mi ha contattato.
In compenso, nel 2013, mentre ero in Sicilia, ho installato delle app LGBT, ed erano tutti e tutte là, senza volto, a dirsi insospettabili.

E perché non inizi tu?

A Milano sono stato il primo. Ho portato dei temi importanti come quello delle identità non binary e sono stato, in Italia, pioniere per alcuni temi sconosciuti anche in città enormi come Milano, ma non posso, non voglio, essere la nave scuola, anche per Partinico.
Il destino ha voluto che vivessi e studiassi in un’altra città. Non è stato facile. C’era ancora “terronfobia” quando mi sono trasferito nel 2002. Ma ci sono rimasto, perché non ho visto alternative.

E ora cosa fai di bello a Milano?

Abito stabilmente nel quartiere di Loreto, vicino a Porta Venezia, una zona vivace e inclusiva. Lavoro sempre in questa zona, a tempo indeterminato, in una grande azienda. Ho un lavoro a due passi da casa e ben pagato, nel settore dell’editoria digitale e della comunicazione. 

Hai una relazione?

Come ho detto all’inizio dell’intervista, il mio interesse sentimentale, forse per caso, si è mosso sempre verso ragazzi. Ora sto con un ragazzo gay, anche lui attivista LGBT. Stiamo insieme da anni e conviviamo. Oggi come oggi considero lui la mia famiglia, ma anche le persone del circolo Milk, di cui sono presidente.

A Milano hai fatto attivismo e portato temi importanti come quello non binary, ma non hai mai avuto il rimpianto di non aver fatto attivismo in Sicilia?

Come blogger, sono stato spesso ospite, sia dal vivo che telefonico, di molti eventi di attivismo, al Sud in generale ma anche in Sicilia. E seguo le attività della comunità LGBT di Palermo.
Tornerei a Partinico ma c’è un ricordo, di quando ero piccolo, che mi spinge a non tornare stabilmente. Ricordo, ma sono i ricordi confusi di un bambino, questa sindaca, Gigia Cannizzo, estremamente in gamba, e che aveva vissuto fuori, per poi tornare a portare innovazione nel paese. Aveva fatto cose meravigliose, ma era stata attaccata da conservatori e invidiosi, anche per le sue battaglie antimafia, ma soprattutto per il suo essere progressista e aver provato a modernizzare il paese.
Ecco, questo ricordo mi condiziona a non voler tornare. A voler vivere una vita felice altrove e a non lottare contro i mulini a vento.
Qui sono molto stimato in tutti gli ambiti, ho un lavoro e una relazione: perché rischiare di cambiare? Soprattutto vista l’assenza totale di persone LGBT dichiarate e i “silenzi assordanti” che hanno seguito i miei coming out.

Ma non pensi che a Partinico ci sia più bisogno di attivismo?

Sicuramente io qui a Milano faccio un attivismo di frontiera, su temi di nicchia. A Partinico farei un attivismo diverso, non specifico transgender e non binario, ma più ampio, LGBT, per diffondere la cultura del coming out e per combattere l’omobitransfobia. Il problema, però è alla base. Come si fa a fare attivismo da soli?
Se già le persone a cui l’ho detto hanno reagito con questo silenzio assordante, ed erano persone che consideravo open, che senso ha lanciarsi in contesti dove nessuno mi conosce? Considera che io ho vissuto a Partinico dai 5 ai 18 anni e quindi le uniche persone che potrebbero ricordarsi di me, oltre alla famiglia, sono i compagni di classe, spesso andati via per ragioni di lavoro, e i professori, alcuni già morti di vecchiaia.
Se togli queste persone, per me Partinico è un paese composto da estranei, che se mi vedessero non mi riconoscerebbero, ma non per il cambiamento della mia espressione di genere, ma perché non sanno chi sono. Quegli estranei oggi vivono quei luoghi in cui ho ricordi della mia infanzia.
Qualcosa in me mi porta a pensare che questi “estranei” siano chiusi così come lo sono state le persone ai tempi a me vicine, ma non è detto. Di certo, ri-costruire una rete di persone aperte e inclusive a Partinico sarebbe un modo per creare un ponte tra il mio passato e il mio presente.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Adesso io devo impiegare tutte le mie energie nella mia relazione, nel circolo di cui sono presidente e nel migliorarmi nella mia professione, ma se Partinico bussasse alla mia porta per conoscermi, per ri-conoscermi, io ci sarei. Non rimane quindi che aspettare.

1 commento su “Nathan, da Partinico a Milano: una storia di attivismo Non Binary”

  1. Pingback: Partinico: da vittima dei bulli al coming out. Lo scrittore Fabio Davì

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