Per un caso fortuito, ma fortunato, un mio precedente articolo sul tema “BDSM, LGBT e binarismo” è stato inviato da un collaboratore di Progetto Genderqueer ad Ayzad, giornalista, scrittore e ricercatore tra le figure più note della divulgazione BDSM in Italia.
Qualche giorno dopo ho ricevuto una sua email. Aveva letto con interesse le riflessioni pubblicate sul blog e si rendeva disponibile a confrontarsi sui temi delle sessualità non normative, proponendo un’intervista incrociata che permettesse di mettere in dialogo due mondi spesso raccontati separatamente: quello BDSM e quello LGBT.
La proposta mi ha fatto particolarmente piacere perché Progetto Genderqueer non si è mai occupato soltanto di identità di genere. Da anni il blog affronta temi legati alle sessualità non conformi, alle relazioni non convenzionali, ai ruoli di genere, alle dinamiche di potere tra sessi e generi, agli stereotipi sociali che influenzano il modo in cui viviamo desiderio, affettività e sessualità.
Il BDSM rappresenta quindi un terreno di riflessione particolarmente interessante. Da un lato mette in scena ruoli, gerarchie e dinamiche di potere; dall’altro offre spesso spazi di sperimentazione che sembrano sfuggire alle regole tradizionali legate al genere, all’orientamento e alle aspettative sociali. Comprendere fino a che punto queste dinamiche riproducano gli schemi culturali esistenti o, al contrario, li mettano in discussione è una domanda che mi accompagna da molto tempo.
In attesa di pubblicare l’intervista che Ayzad ha realizzato a me sui temi LGBT e del binarismo/non binarismo, ho il piacere di proporre ai lettori quella che ho avuto l’opportunità di fare a lui.

Buongiorno Ayzad. Sul blog affrontiamo spesso temi legati a identità, sessualità e relazioni non convenzionali, ma il BDSM rimane per molti lettori un territorio poco conosciuto. Potresti presentarti e raccontare come sei arrivato a occuparti di ricerca e divulgazione in questo ambito?
Certamente! Nonostante il nome sono italiano, ho 48 anni, abito a Milano e sono un giornalista pentito, convertitosi da parecchi anni alla ricerca e alla divulgazione nel campo delle sessualità non normative. Ho scritto diversi libri sull’argomento, soprattutto sul BDSM che è anche una grande passione personale, e oltre a pubblicare sul mio sito collaboro con diverse riviste italiane e straniere.
In aggiunta a questa attività principale mi occupo di personal coaching per le problematiche legate alle sessualità insolite, di educazione e formazione su questi temi, e dell’organizzazione di eventi.
Sotto l’etichetta BDSM convivono pratiche, dinamiche e immaginari molto diversi tra loro. Al di là dell’acronimo, come definiresti il BDSM a chi non ne ha mai avuto un contatto diretto?
La risposta standard è che si tratta dell’acronimo di: ‘Bondage, Dominazione, Sadismo e Masochismo’ – ma c’è pure chi sostiene che le lettere centrali stiano per ‘Disciplina e Sottomissione’, o varie combinazioni di questi termini. A conti fatti è solo un modo veloce per indicare tutte quelle situazioni in cui una persona si mette a disposizione dell’altra, che decide quali sensazioni ed emozioni farle provare.
Molte persone raccontano di aver riconosciuto i propri interessi kinky molto prima di conoscere termini come BDSM o fetish. Qual è stato il tuo percorso personale?
Le prime curiosità le ho avute da piccolissimo vedendo scene di bondage addirittura nei cartoni animati che passavano in TV e nelle immagini sadomaso che venivano usate come metafora dalla controcultura degli anni ’70. Il primo contatto concreto l’ho avuto a 18 anni visitando un club specializzato in Olanda, e da lì in poi non ho mai smesso di esplorare e studiare questa vastissima cultura.
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In che modo un interesse personale per il BDSM si è trasformato in un’attività di ricerca, divulgazione e formazione a tempo pieno?
Scrivo per mestiere da sempre, e quando all’inizio del secolo una crisi del settore editoriale mi ha spinto a lasciare il settore di cui mi occupavo mi sono preso un anno sabbatico nel quale realizzare un libro che raccogliesse tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento sul BDSM, per rendere l’esplorazione più facile ad altri appassionati. Pensavo sarebbe stato un’opera per pochi fissati, e invece è diventato un best seller adottato anche in ambito professionale: d’un tratto ho cominciato a ricevere moltissimi ringraziamenti da parte di lettori felici perché il mio lavoro aveva permesso loro di accettarsi, o di salvare relazioni in crisi – e così ho fatto la scelta etica di continuare a impegnarmi per la divulgazione delle sessualità alternative.
Da allora ho compiuto un percorso anomalo ma di grande soddisfazione in cui ho anche collaborato in progetti di ricerca e accademici, e che piano piano mi continua a portare riconoscimenti sempre più importanti. Pochi mesi fa, per esempio, è uscita l’edizione internazionale in lingua inglese del mio libro più famoso, che sta cominciando a farsi conoscere e a essere molto apprezzato perfino negli Stati Uniti, che è un po’ la patria dove la cultura BDSM è nata.
Molte persone appartenenti a comunità non conformi, artistiche o marginalizzate scelgono di ridefinirsi anche attraverso il nome. Che significato ha per te la scelta dello pseudonimo Ayzad?
Uso da molti anni un nome d’arte (come Sting, Lady Gaga o Cicciolina!) un po’ per questioni di privacy ma soprattutto perché ritengo che scegliere il proprio nome sia un atto di libertà e autoaffermazione importante.
Chi appartiene a minoranze sessuali o identitarie si trova spesso a decidere quanto rendersi visibile nello spazio pubblico. Nella comunità BDSM come viene vissuto il rapporto tra visibilità, privacy e stigma sociale?
In realtà molte persone si presentano molto pubblicamente. Tante altre no sia per il motivo che dicevo sopra, sia perché c’è ancora molta ignoranza sull’eros estremo e purtroppo può ancora capitare di subire gravi ricadute negative sul lavoro o sociali per colpa di chi, come nell’800, confonde ancora innocui giochi erotici con crimini orrendi e patologie mentali.
Poiché non c’è nessuna necessità di sbandierare ai quattro venti come ci si diverte con i propri partner, molti scelgono una educata riservatezza e dichiarano le proprie preferenze sessuali solo ai diretti interessati.
Essere pubblicamente associati al BDSM può ancora comportare conseguenze sociali, lavorative o familiari? Penso ad esempio al lavoro, alle separazioni o alle questioni legate all’affidamento dei figli.
La giurisprudenza italiana si è dimostrata sorprendentemente ragionevole nei confronti di chi pratica BDSM, ma sicuramente nessuno avrebbe piacere a sentire la frase «…e poi mi costringeva a fare quelle cose orribili!», nemmeno se si trattasse di una palese menzogna. I rischi sociali e lavorativi sono come dicevamo all’inizio legati più che altro all’ignoranza e ai pregiudizi; benché il fenomeno 50 sfumature di grigio abbia fatto capire anche al pubblico di Rete4 che si può essere brave persone anche facendo certi giochini, in un contesto professionale non c’è alcun vantaggio nell’avere la fama del sadico o del masochista. Considera pure che è ben difficile che ci sia un motivo reale di dover dichiarare pubblicamente i propri gusti.
Si tratta anche di una questione di rispetto nei confronti di chi avrebbe difficoltà a capire (per esempio: alcuni miei parenti molto anziani), senza contare che a volte questo scatena le rappresaglie e le strumentalizzazioni di chi con l’odio per il non conformismo ci si guadagna da vivere. Se hai un po’ di tempo consiglio per esempio di leggere la saga della persecuzione che mi ha colpito anni fa quando mi invitarono a tenere una conferenza in università, o la delirante interrogazione parlamentare scaturita da un’altra mia conferenza in ambito accademico.

Molte riflessioni sul genere mettono in discussione le categorie rigide e i modelli binari. Nel BDSM esistono polarità molto forti come Dom/sub, Top/bottom o Master/slave: si tratta di ruoli realmente binari oppure di strumenti più fluidi e negoziabili di quanto appaia dall’esterno?
Ho l’impressione che il binarismo sia un po’ un’ossessione solo per il popolo del Family Day, i media e una certa frangia di attivismo, mentre parecchia gente non gli dia più di tanto importanza. Nel contesto del BDSM, per esempio, se l’immaginario si rifà ad archetipi che sono per definizione assoluti, la realtà dei praticanti è molto più fluida. Naturalmente tutti hanno preferenze personali che si sviluppano e affinano col tempo, ma lo spirito generale è di esplorazione critica di corpi, ruoli, menti e così via.
Un classico è per esempio che un nuovo partner sia anche l’occasione per resettare tutto e scoprire insieme quale sia il modo di interagire più piacevole per tutti. Il genere in particolare è una di quelle barriere culturali che nel contesto di un BDSM vissuto serenamente viene superata abbastanza facilmente, anche perché la seduzione è più una questione di cervello che di cosa si ha nelle mutande o di quanto definita sia la muscolatura.
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Quanto incidono il genere e la socializzazione di genere nel modo in cui le persone costruiscono una relazione BDSM? Hai osservato elementi ricorrenti diversi tra coppie composte da uomini, donne o persone di generi differenti?
Ogni relazione ha una dinamica a sé stante che non si può ricondurre o ridurre a una questione di genere, proprio perché parte invece dall’anima delle persone. Le differenze dipendono più dalla consapevolezza di sé e dal livello di conoscenza delle varie pratiche, oltre che naturalmente dalle preferenze personali.
Il BDSM viene spesso raccontato come uno spazio di libertà rispetto ai ruoli tradizionali. Quanto pensi che gli stereotipi di genere continuino invece a influenzarne immaginari, dinamiche e rappresentazioni?
Direi per niente, specie se consideri che sotto lo stesso acronimo puoi trovare tanto ruoli stereotipati quanto donne dominatrici, genderbending e perfino chi si identifica con un animale.
Se queste influenze sono sottolineate, di solito è per sovvertirle con personaggi tipo il manzo palestratissimo vestito da camerierina, o la signora che indossa un’uniforme da generale.
Hai citato il genderbending. Per i lettori che provengono dal mondo LGBT e queer il termine può avere significati abbastanza specifici: cosa si intende per genderbending nel BDSM?
La stessa cosa che si intende in altri contesti: la creazione di identità che rompono gli stereotipi di genere, mescolandoli o stravolgendoli.
L’esempio che viene fatto più spesso è Conchita Wurst, ma il genderbending può prendere forme anche molto raffinate e provocatorie in modo assai sottile.
Come interpreti il fatto che alcune persone si definiscano eterosessuali pur vivendo fantasie, desideri o esperienze erotiche con persone del proprio genere, nel BDSM e non solo? Pensi che l’esistenza di uno stigma verso le identità LGBT possa influenzare il modo in cui queste persone si definiscono?
Non saprei risponderti, più che altro perché non riscontro questo fenomeno. Presumo che ci siano contesti sociali in cui dichiararsi “bi-curious” possa inutilmente esporre a pregiudizi, ma nell’ambito di chi definisco ‘esploratori dell’erotismo estremo’ di norma si interagisce fra persone – con tutte le loro complessità – e non fra sigle o definizioni che finiscono col causare questi problemi.
Nel BDSM e nel fetish esistono pratiche come crossdressing, sissy e altri gender play che non coincidono necessariamente con l’essere transgender. Nella tua esperienza le persone transgender rischiano di essere lette attraverso questi immaginari?
Non credo di avere capito perché le persone trans dovrebbero fare caso a sé, ma suppongo che tutto dipenda dal modo in cui ci si propone. Nella mia esperienza ciascuno viene vissuto né più né meno che con l’identità con cui si presenta: poco cambia che sia temporanea, permanente, canonica o fuori da ogni schema.
Nelle dinamiche BDSM conta maggiormente il genere con cui una persona si identifica e si presenta oppure il corpo e le caratteristiche sessuali della persona?
Come dicevo prima, conta l’identità con cui ci si presenta. Che, detto per inciso, mi sembra anche il modo più normale e rispettoso con cui interagire in generale, non solo in contesti erotici.
Tra gli attivisti antibinari è piuttosto diffusa l’idea che alcuni uomini in posizione di potere vivano la sottomissione BDSM come una parentesi privata, senza mettere realmente in discussione i propri modelli relazionali o gli stereotipi di genere. Nella tua esperienza si tratta di una dinamica frequente? E, se sì, da cosa dipende?
È davvero così diffuso? Pensa che ho dovuto fare un attimo mente locale per separare l’immagine di manager donna (o trans, come una mia cara amica)… A ogni modo, è vero che c’è chi usa il BDSM come strumento di compensazione dalle pressioni quotidiane, ed è vero che c’è chi non capisce che il bello di sottomettersi non sta nel prendere frustate ma nel poter “spegnere il cervello” e rilassarsi mentre qualcun altro pensa a prendere tutte le decisioni.
Detto questo, non mi risulta che la dinamica che hai descritto sia particolarmente comune.
In alcuni ambienti fetish e BDSM si osserva un interesse specifico verso donne transgender, in particolare se non hanno affrontato un percorso chirurgico. Pensi che questo interesse sia legato soprattutto alla dominazione BDSM oppure entrano in gioco anche altri fattori, come il rapporto maschile con la penetrazione ricevuta?
Qui credo che il BDSM c’entri poco e si entri in dinamiche differenti, specie se la persona trans non ha compiuto riassegnazione chirurgica. A rischio di sintetizzare troppo un discorso ben più vasto, il tabù maschile per la penetrazione anale sta statisticamente riducendosi molto: pensa addirittura al modo in cui uno strap-on viene presentato come una variante qualsiasi della vita di coppia etero in un prodotto mainstream e giovanile come il film di Deadpool.
Sicuramente però ci sono tanti uomini che apprezzano il pene in sé, ma non l’intera figura maschile (anche a livello di gestualità, linguaggio, ecc.) e trovano quindi nelle trans non operate partner ideali per questo tipo di esplorazione.
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Alcuni uomini eterosessuali vivono con maggiore serenità pratiche ricettive quando queste vengono inserite in una cornice BDSM anziché in una sessualità di coppia più convenzionale. Nella tua esperienza è un fenomeno reale? E da cosa dipende?
Vedi sopra. Spesso un contesto BDSM rende ogni pratica più coinvolgente dal punto di vista psicologico e permette di “lasciarsi andare” di più, ma in generale fra persone mediamente serene non mi risulta che ci siano particolari tabù in questo senso.
Tra i profani è piuttosto diffuso lo stereotipo della persona dominante e piena di responsabilità nella vita quotidiana che ricerca invece ruoli sottomessi all’interno delle dinamiche BDSM. Quanto c’è di vero in questa rappresentazione?
Come dicevo qualche risposta fa, ci sono persone per cui praticare BDSM rappresenta un modo per abbandonare le responsabilità o le frustrazioni della vita quotidiana, così come ce ne sono altre per cui invece costituisce l’estensione in ambito erotico del proprio carattere e di inclinazioni naturali.
Dubito quindi si possa dare una risposta universale, anche perché le relazioni sane si evolvono comunque nel tempo e possono cambiare a seconda delle circostanze e delle persone.
Nel fenomeno sissy capita spesso che la femminilità venga rappresentata attraverso stereotipi molto marcati e talvolta degradanti. Quanto influisce, secondo te, il sessismo nella costruzione di questi immaginari?
Sicuramente parecchio, ma in ambito BDSM è un fenomeno quantitativamente abbastanza marginale.
Alcuni uomini che si definiscono eterosessuali ricercano dinamiche BDSM con altri uomini. Come interpreti questo fenomeno? Ritieni che entri in gioco l’orientamento sessuale, oppure si tratta principalmente di una ricerca legata alle specifiche dinamiche BDSM?
Non credo si possa generalizzare: può benissimo trattarsi anche di bisessualità consapevole, per esempio. Va comunque detto che – fatte le debite eccezioni – chiaramente il tipo di approccio ed energie messe in gioco da un uomo sono diversi da quelli tipici di una donna e può essere interessante esplorare anche questo aspetto dei giochi, senza particolari connotazioni sessuali.
Hai accennato a differenze tra energie maschili e femminili. A cosa ti riferisci concretamente?
Senza abbandonarsi alle banalità, spesso cambiano gli equilibri fra fisicità e cerebralità, fra pura forza e azione focalizzata, fra seduzione e sopraffazione… Lo stesso vale per chi domina: interagire con un soggetto maschile o femminile di solito stimola modalità di comportamento differenti.
Nella tua esperienza, le persone BDSM che provano attrazione o interesse erotico per più generi tendono a riconoscersi e definirsi apertamente come bisessuali/pansessuali?
Fra chi ha questa preferenza, direi tutti. Il BDSM è un esercizio di onestà soprattutto con sé stessi, quindi se si è parte di quella cultura è difficile che si perda tempo a negare le evidenze.
Molte persone percepiscono una maggiore tolleranza sociale verso la bisessualità femminile rispetto a quella maschile. È una differenza che hai osservato anche nella comunità BDSM?
Non ho notato questa differenza. In compenso va detto che di solito le donne – di qualsiasi inclinazione – hanno un approccio più sensuale ed educato, che le rende socialmente più gradite di certi uomini che ancora si comportano come trogloditi.
Chi frequenta ambienti BDSM incontra spesso anche persone che praticano forme di non monogamia etica. Si tratta soltanto di una sovrapposizione parziale o esiste una relazione culturale tra BDSM e poliamore?
Poiché il BDSM è sostanzialmente l’esplorazione di dinamiche insolite scaricate da moralismi e pregiudizi, chi lo pratica spesso non ha particolari preclusioni per relazioni allargate (le cosiddette ‘family’) anche molto stabili nel tempo. Le mie esperienze con la cultura poly in Italia mi hanno tuttavia dato l’impressione che molti poliamoristi dichiarati prendano la cosa con molta più leggerezza di come la si veda nella comunità BDSM, e questa differenza di approccio crea un po’ di perplessità reciproche.

Molte persone tendono a considerare BDSM e fetish come aspetti della stessa realtà. Si tratta davvero di fenomeni sovrapposti oppure di culture distinte?
Sono mondi paralleli, che non necessariamente si incontrano. Io di solito li spiego dicendo che il fetish – che, sarà bene ricordarlo, non è la pratica dei feticismi, ma una cultura estetica – è l’estremizzazione della seduzione, mentre il BDSM è l’estremizzazione di tutto quel che succede dopo la fase di seduzione.
Spesso il legame più forte fra le due cose è in termini di dress code alle feste, dove presentarsi con un look un po’ curato dimostra di averci messo un tipo di impegno che nessuna persona in cerca solo di una scopata facile sarà mai disposto a investire.
Fetish, feticcio o “fetido”? Chi osserva da fuori alcuni annunci BDSM e fetish può imbattersi in fantasie che appaiono insolite o difficili da comprendere. Come vengono lette all’interno della comunità?
Premesso che negli ultimi anni ha preso piede l’abitudine sbagliatissima di chiamare “fetish” qualsiasi tipo di lieve preferenza, mentre il Fetish è una cosa specifica e i veri feticismi un’altra ancora, molto rara e che spesso va trattata a livello terapeutico… La curiosità, gli archetipi e l’imitazione degli stereotipi della pornografia spingono un po’ tutti a voler esplorare pratiche anche assai strane.
Il mondo degli annunci è popolato in particolare da persone che per qualche motivo hanno poche occasioni di frequentare eventi nei quali conoscere di persona altri appassionati, e tende ad attrarre anche moltissimi individui che vivono l’eros soprattutto a livello di fantasie anche estreme.
Sia virtualmente che dal vivo, però, escluse le pratiche non consensuali o illegali giudicare i gusti altrui, anche se molto diversi dai propri, è discriminatorio e irrispettoso. La cultura BDSM si occupa anche dello studiare modalità che rendano il più sicure possibile pure pratiche molto estreme quali per esempio il toiletplay e la body modification: una volta che come membro della comunità ho fatto la mia parte per fornire gli strumenti con cui poter vivere qualcosa nel modo più innocuo possibile per tutte le persone coinvolte, mi sembra solo civile che tali persone si divertano come preferiscono, senza dover subire i miei giudizi non richiesti.
Come vengono accolti i nuovi praticanti nella comunità BDSM? Esiste una particolare attenzione verso i cosiddetti “poser” o verso chi si avvicina al BDSM attraverso rappresentazioni superficiali come film, pornografia o stereotipi?
Secondo tante persone la scena BDSM è addirittura troppo aperta perfino verso personaggi improponibili. I poser si autoescludono immediatamente nel momento in cui si rendono conto che per fare BDSM bisogna sia studiare un bel po’, sia mettersi concretamente in gioco; gli sprovveduti figli di Cinquanta sfumature invece sono accolti con benevolenza, ma anche tenuti d’occhio perché le idee strampalate che derivano da fiction e pornografia conducono facilmente a farsi del male serio.
Quali sono i principali siti, community online e app per chi desidera entrare in contatto con altri praticanti BDSM?
Oggi come oggi l’indirizzo di riferimento è Fetlife anche per gli italiani. App specifiche come Whiplr o Knki invece in tutto il mondo fanno fatica a prendere piede, in gran parte perché prima di passare all’azione è utile conoscere bene la persona con cui ci si metterà a giocare, e un approccio alla Grindr è più adatto a incontri sull’onda dell’ormone momentaneo.

avevo lasciato dei commenti su identità di genere e attrazione sessuale verso i corpi in ambito erotico. Sono stati cancellati perchè off topic?
Erano commenti gratuiti e fuoritema
mi piacciono gli interventi di Paolo, anche se fuori tema o off topic e mi chiedo, esistono queste categorie per il nostro cervello, dopo tanto disquisire sul BSDM, GLBT, pastafarianesimo e trascendenza buddista?