Le persone transgender subiscono discriminazioni e vivono esperienze che talvolta riguardano il sesso d’appartenenza, talvolta il loro genere, talvolta i ruoli sociali che incarnano. E hanno tanto da dire, lo hanno sempre fatto…prima della “censura” ricevuta da parte da alcune correnti di femminismo.

Hands Up

Libertà di pensiero transgender: si stava meglio quando si stava peggio

Negli ultimi giorni ho riflettuto su come e in che modo è cambiato il mio modo di scrivere e di fare attivismo negli anni, anche in relazione al cambiamento dello scenario dell’attivismo italiano, a sua volta cambiato a causa dello scenario internazionale.
In anni come il 2008, il 2009, il mio contributo era narrare ciò che accadeva ad una persona di biologia xx e di identità e ruolo genere non conforme al sesso biologico, e corredare queste narrazioni personali con le riflessioni politiche che ne scaturivano, nella speranza di dare sostegno e costruire un immaginario per chi, in quegli anni privi di riferimenti, quella condizione la viveva.
Discriminazioni e disavventure che subivo e vivevo erano legate a molti elementi: al mio sesso biologico (se veniva percepito e ad esso si legavano presunzioni sulla mia identità di genere ad aspettative sui miei ruoli), al mio genere (tutte quelle aspettative che vengono trasposte in chi è uomo perché biologicamente maschio ma anche in chi rivendica questa identità di genere) e al mio ruolo (a volte in quanto difforme al mio sesso e quindi al genere percepito relativamente ad esso, a volte in quanto difforme a ciò che “dovevo” essere in quanto uomo).

Cambia lo scenario: il sodalizio tra movimento LGBT e femminismi e il pericolo di colonialismi e maternalismi

Negli anni tra il 2008 e l’inizio del 2016, io ho sentito grande libertà di espressione, sia nella mia esperienza di Blogger e fondatore del movimento transgender “non med”, sia nella mia esperienza di saggista e vignettista per la rivista Il Simposio e per altre testate, sia in quella di presidente del Circolo Milk (oggi Rizzo Lari) di Milano.

Poi, qualcosa è cambiato. Tutto è successo a cavallo tra la proposta di legge sulle unioni civili e la discussione sulla stepchild adoption, e la successiva approvazione della legge “ritoccata”.
In quel momento sono successe due cose, in parallelo: la perdita di identità del movimento LGBT e l’entrata nel nostro movimento dei femminismi in varie forme (radicale, intersezionale, della differenza), col “cavallo di Troia” del tema “Gpa”.

Ad essere contesa tra i due movimenti, LGBT (che personalmente sento come “mio” Movimento) e femminista è soprattutto la lettera T, che viene vista come a cavallo tra due mondi: quello “rainbow” e quello dei “gender studies”.
Queste ingerenze sulle tematiche T ha provocato quello che oggi, con una parola “rubata e riadattata dal femminismo”, che però rende bene, ovvero il “cisplaining”.
Se prima gli autori T erano liberi di esprimersi sui loro temi, oggi sembrano oggetto di un maniacale controllo esterno da parte di esponenti dei vari femminismi.

Un altro grosso problema è stato l’imposizione del linguaggio femminista: nel giro di due anni abbiamo dovuto “imparare” i grandi nomi dei femminismi, le viventi e le non viventi, ma anche un sacco di parole chiave e concetti che non facevano parte della nostra subcultura: partire da sé, autocoscienza, mansplaining, indisponibilità, e via dicendo.
Forse, erroneamente, abbiamo provato ad adattare questi loro termini alla nostra elaborazione, a farli nostri, adottarli, senza renderci conto di come in realtà stavamo solo facendo la parte dei nativi americani nella colonizzazione, in un meccanismo condito di maternalismo e gerarchia di subculture.

La censura: ” se vuoi essere trattato da uomo, smetti di parlare della discriminazione che subisci per il tuo corpo xx”

La cosa peggiore, però, è stata la censura: se un tempo potevo sentirmi libero di raccontare cosa avevo provato di fronte all’insistenza di un uomo arabo, o ad essere buttato fuori dal bagno degli uomini e anche da quello delle donne, oppure potevo condividere le mie analisi di ingegneria sociale ottenute grazie ad iscrizioni come uomo, donna, “altro”, nei portali di dating, per ricavarne articoli sul tema del binarismo dei ruoli nel mondo etero (uno dei temi centrali del mio blog, anche se non l’unico), oggi mi viene “gentilmente” chiesto di tacere su tutto ciò che non sia maschile o transgender.
Oggi mi si dice che, se parlo delle disavventure che avvengono nella mia vita a causa del mio corpo xx, e delle aspettative che crea in quanto visibilmente tale (cosa tipica dei transgender non med e delle persone non binary “afab”), io sovrascriverei le donne.
Loro mi “invitano” a parlare “da uomo”, con frasi (involontariamente trans-avverse) come “se vuoi essere riconosciuto come uomo, limitati a fare l’uomo!”.
Quello che non capiscono, nella loro visione binaria in cui, nella partita a Risiko della vita, puoi essere solo il carrarmatino rosa o quello celeste, è che una persona T appare tante cose diverse, e molte di queste sono la fonte della multiforme discriminazione che subisce.
Se la persona T non “apparisse” altro rispetto a ciò che, identitariamente, è, sarebbe una persona cis (ah già, ora non si può usare più neanche questo termine!), e quindi non avrebbe nessuna discriminazione (relativa all’essere transgender) da “narrare” (ma potrebbe averne altre, relative all’etnia, al sesso biologico, all’orientamento sessuale o ad altro ancora, ma questo è off topic rispetto al mio articolo).
Quindi a che titolo viene chiesto alle persone trans di limitarsi a parlare solo come appartenenti al proprio genere e non relativamente al proprio sesso biologico? (o il contrario).
Il binarismo tipico di altre subculture non si applica alle nostre vite, alla nostra politica, al nostro approccio.

Essere ed essere percepiti: due modi di sperimentare la discriminazione

Una volta un mio amico etero mi disse che era stato percepito come gay e bullizzato per questo, e quell’esperienza lo aveva sensibilizzato sul tema dell’omofobia del nostro Paese.
Allo stesso modo, il mio amico di colore, adottato da neonato, ogni volta che gli danno del “tu”, e presumono (non si dice “assumono”! piccola frecciatina ai millennials che si formano su siti anglofoni) che sia un migrante, prova qualcosa di simile a quello che proverebbero loro.
Questi contributi sono preziosi, sia perché possono illuminare una persona sulla discriminazione che colpisce chi è a lui vicino, ma anche perché, da queste narrazioni, un individuo esterno può imparare tanto.

Alla luce di questo, perché io dovrei limitarmi a parlare solo di alcuni aneddoti della mia vita, e non di altri?
Recentemente, un ragazzo gay che stavo frequentando, dal portale luixlui PlanetRomeo, si è tirato indietro dalla prospettiva di un’eventuale relazione a causa della mia visibilità di attivista gay (si, gay, non trans) in quanto la sua famiglia non lo accetta e al lavoro non sanno di lui.
Ecco, questa è un’esperienza da me vissuta che sarebbe potuta accadere ad un altro gay qualsiasi (anche biologicamente maschio), esattamente come quando, da giovane, io e il mio ex fummo aggrediti e spintonati da un gruppo di bulletti che ci rivolgevano frasi omofobe.
Poi però è anche capitato che in treno una ragazza e il suo compagno si convincessero che io stessi guardando lei “con concupiscenza” (avevo lo sguardo perso nei cavoli miei) e mi aggredissero presumendo che io fossi donna e lesbica, e anche questo mi insegnò molto su quello che potrebbe provare una ragazza lesbica, o magari mascolina (considerata lesbica in quanto tutto ciò che non si esprime in modo consono in relazione al desiderio dell’uomo etero viene considerato tale) che vive questa situazione, e anche su come le persone etero credono di essere automaticamente l’oggetto del desiderio delle persone omosessuali.
Qualcuno mi potrebbe dire che quello che prova un ftm offeso come lesbica è completamente diverso da quello che prova una lesbica offesa come lesbica, e che anche una donna butch scambiata per uomo ftm e pertanto offesa proverà qualcosa di completamente diverso da un ftm a cui accade, ma questo significa che le nostre esperienze non sono significative e che non abbiano un valore?

Altre volte, tante volte, io vengo visto dagli estranei, percepito erroneamente, come giovane donna che non si comporta e veste in modo adeguato, soprattutto se sanno o capiscono che mi interessano gli uomini, e quindi per loro il mio essere/agire è incomprensibile, e anche sbagliato.
Perché io non dovrei poter dire la mia in merito?
E’ ovvio che io, in quanto uomo T, vorrei essere percepito e trattato come l’uomo che sono, ma è anche vero che, visto che nella realtà “materiale” io spesso appaio all’osservatore/trice come una persona xx “e quindi donna”, questi aneddoti quotidiani non possono lasciarmi indifferente verso le aspettative di ruolo riversate sulle donne, e su quel tipo particolare di misoginia che colpisce la donna di ruolo di genere non conforme.
Io non voglio definirmi femminista e non lo sono, ma l’apparire talvolta ragazzo gay, talvolta donna lesbica, talvolta donna etero stramba, talvolta giovane maschietto che deve comportarsi “da maschio” come gli altri, pena l’esclusione, mi ha cambiato: ha modificato la mia sensibilità personale e politica, e allora perché dovrei essere censurato nel divulgare tali punti di vista?

Essere discriminati per il corpo, poterne parlare, ma essere rispettati per la propria identità di genere

Io non sovrascrivo nessuna persona o identità politica: io sarò sempre un uomo T che vive certe situazioni in quanto “percepito” altro, ma le cose che mi accadono in quanto percepito altro da “uomo xx gay” hanno arricchito il mio punto di vista, e creano potenziali scambi di idee con chi “è” una di tutte quelle cose che io potrei essere o sono stato percepito (donna etero di ruolo non conforme, donna lesbica, ragazzo gay biologicamente maschio, ragazzino presumibilmente etero).
E’ sbagliato limitare le persone ad un preciso ambito di pensiero: semplicemente, basta capire che è il “punto di vista” che sarà diverso, e questo non può che essere un contributo positivo nello scambio di idee.

Io pretendo di potermi esprimere su tutto ciò che mi accade, portando il mio punto di vista, e pretendo che nessun movimento esterno al mio mi censuri.

Tornare alla “presa di parola transgender”

Sono molto giudicato per il mio “scetticismo” verso il “connubio” tra movimento LGBT e movimento femminista.
Tutti sanno che, probabilmente, nessuno più di me ha cercato dialogo, e lo dimostrano le amicizie in Libreria Delle Donne, o il confronto con Daniela Danna, ma è giusto riconoscere che questo sodalizio tra mondi rischia di limitare e compromettere la nostra libertà di pensiero e d’espressione.
Dalla penna rossa per l’uso di una “parolaccia” per esprimere un concetto o raccontare un episodio, alla vera e propria censura per l’uso di alcune parole chiave del mio pensiero (cisgender, cis-sessismo, transmisandria, misandria), sono molti i contesti in cui la nostra libertà di attivismo è stata “ridimensionata”, e mai come in questo momento sento l’esigenza di ribadire la necessità di una decisa e indipendente “presa di parola transgender”.