Una recensione personale e appassionata di “American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace”, pensata per chi l’ha già vista e vuole riflettere su nuove chiavi di lettura, o per chi vuole vederla, ma non ha paura di incappare in alcuni particolari prima della sua visione.

andrew cunanan criss albo scolastico

Ho iniziato a seguire Ryan Murphy ancor prima di sapere che lo stavo seguendo: Nip/Tuck ha avuto un ruolo centrale negli anni che hanno preceduto il mio coming out, ma anche scoperta di me stesso.
Gli anni seguenti ho potuto apprezzare altre sue opere, come Glee e Pose.
E’ stato per puro caso che la mia attenzione è andata ad una delle sue opere più recenti: American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, appartenente ad una serie antologica che, nel suo primo capitolo, ha trattato il caso di O.J. Simpson.

Non è stato solo perché non sono indifferente al fascino di Darren Criss, attore interessante da tanti punti di vista: i lineamenti particolari dovuti alle sue origini filippine e irlandesi (anche se non ama essere definito per questo), il fatto che conosce la lingua italiana (ha studiato ad Arezzo, forse questo dato ha contribuito a fargli avere questa parte, anche se l’attore aveva già lavorato con Murphy), e infine il dato curioso che riguarda la sua vita personale, un eterosessuale quasi “specializzato” in parti gay.
L’altro motivo per cui questa serie ha richiamato il mio interesse è il fatto che il caso Versace me lo ricordo bene: avevo 13 anni, l’estate che divideva la mia infanzia dalla mia adolescenza e ingresso al liceo, e i media insistevano in modo morboso sull’omosessualità di vittima e carnefice.
A colpirmi non era tanto Versace, ma il giovane assassino. Per me, erano nuove tante parole: gigolò di lusso, serial killer di omosessuali. Nonostante le parole della stampa, o forse anche per l’omofobia contenute in esse, non riuscivo a vedere Cunanan come carnefice. Qualcosa dentro di me mi faceva vedere entrambi come vittime di un mondo che non dava loro libertà e legittimità come persone omosessuali, in quegli anni in cui “gay”, nella mia testa, era solo un “campanello” che risuonava e che non sapevo ancora quanto potesse appartenermi.
Poi, però, ho dimenticato questo caso mediatico, anche quando poi sono entrato come attivista nella comunità LGBT.
Nel tempo, ho sempre simpatizzato per chi viveva da gay o bisex in anni difficili e che non ho vissuto: Freddie Mercury, Harvey Milk, e in questo caso Versace e Cunanan.

darren criss interpreta cunanan


Murphy ha scelto un cast d’eccezione, anche se potrebbe essere opinabile il fatto che i personaggi italiani sono impersonati da attori ispanici: una splendida Penelope Cruz come Donatella Versace, un “attempato” Ricky Martin (aveva fatto un cameo anche in Glee) come il compagno di Versace, Antonio D’amico, e Édgar Ramírez come Versace.
Penelope, tra l’altro, ha fatto un ottimo lavoro col suo accento italiano (la diva sa l’italiano, e lo ha parlato nel film “Non ti muovere” con Castellitto).
Le ambientazioni, perfettamente ricreate, si spostano nel tempo e nello spazio, tra San Diego, Miami, San Francisco e Minneapolis.

La ricostruzione dei fatti è abbastanza accurata, ricavata dalla documentazione delle forze dell’ordine, da vecchie foto, da cartelle cliniche e da racconti di persone coinvolte, nonostante il fatto che alcune cose non sono piaciute alla famiglia Versace: la rappresentazione contrita di D’Amico, ma anche la sottile allusione sulla possibile sieropositività di Versace.

La narrazione inizia con l’omicidio, che vede Andrew Cunanan compiaciuto per quanto da lui fatto. Si vedono i primi momenti della fuga, ma poi parte una narrazione a ritroso fatta di flashback a mosaico che mostrano la sua efferatezza nei mesi di follia che hanno preceduto l’assassinio di Versace.
Le prime puntate (su un totale di dieci), ci fanno odiare il personaggio del viziato e volubile Cunanan: la sua mancanza di rispetto verso le persone che sostiene di amare, la leggerezza con cui uccide anche persone tangenzialmente coinvolte (un uomo a cui ruba un furgone), o la scena di sadismo (e qui c’è molto di Nip/Tuck) con cui mette un anziano cliente a rischio di vita per poi salvarlo all’ultimo minuto con l’adrenalina a mille…ma forse c’è più sadismo nella scena successiva, quella in cui l’anziano, un velato con l’anello al dito, non riesce a denunciare.
All’incapacità di denunciare, scoraggiati dall’omofobia delle forze dell’ordine, sono dedicate molte scene, che spiegano anche molti dei fatti accaduti.

cunanan criss
Man mano che si procede a ritroso, si scopre cosa ha portato Andrew al compiere queste azioni con leggerezza: la carriera di gigolò, nata dall’incapacità di integrarsi a causa della sua omosessualità evidente e spesso ostentata con una fierezza che non può non fare simpatia, la sua immensa cultura dovuta ad un’istruzione di base impartitagli in un ottimo istituto e dai suoi studi personali, la sua voglia di proporsi da solo, a uomini maturi, dopo il rifiuto, dovuto a motivi razzisti, di una casa di escort, la sua resilienza, il suo modo di sopravvivere alle avversità con trovate “picaresche” e geniali, come cambiare nome per nascondere le origini asiatiche, ma anche la sua incapacità di concludere percorsi canonici, studiare, ottenere da solo il successo che, con la sua intelligenza, poteva avere, ma a cui aveva preferito la menzogna e lo sfruttamento degli altri.

Murphy ammette di aver ricostruito i dialoghi immaginandoli, e ai personaggi mette in bocca aneddoti sicuramente ricavati dal dialogo con amici di infanzia e parenti delle vittime e di Cunanan, ma fa di più: i personaggi, l’amico sieropositivo degli ultimi mesi, o Andrew stesso, ma anche, nella narrazione parallela dedicata allo stilista, Gianni e il suo compagno, denunciano l’omofobia presente a Miami a fine anni ‘90, persino in ambienti protetti come quelli della moda. A nessuno frega niente degli omosessuali fin quando non succede qualcosa di eclatante, in anni in cui, nonostante cure sperimentali che cominciavano ad avere efficacia, ancora di Aids si moriva, oltre a vivere con un grande stigma.

andrew cunanan
L’omofobia viene rappresentata anche nelle forze di polizia, in una detective lesbica velata (che abbiamo amato in Orange is the new black, nel ruolo di Dayanara) rigida e disorientata nell’affrontare il caso, nei poliziotti che non capiscono “cosa intenda” Antonio D’Amico quando si definisce “compagno”, ma anche in Donatella, che, sebbene esprima concetti “ragionevoli” per l’epoca (cerca di scoraggiare Gianni a fare coming out, dovendo fare affari in paesi omofobi, e ricordando che fine avevano fatto alcuni stilisti gay dichiarati) cerca di togliere tutto a D’Amico, come se la loro relazione dalla durata di 15 anni non avesse valore, causandogli una profonda depressione. Molti dei personaggi ribadiscono l’illegalità e l’illegittimità delle unioni gay proprio per ribadire come ciò abbia poi condizionato, in modo paradossalmente simile, la vita di Andy e quella di Gianni e del compagno.
Anche se la storia di Gianni rimane in sordina rispetto a quella di Andrew, possiamo vedere come lui abbia stimolato la sorella a diventare una stilista nel periodo in cui credeva di morire per un raro tumore all’orecchio, e voleva lasciare il suo impero alla sorella, talentuosa ma incapace di emergere.

Indagate in modo profondo ed efficace anche le vite dei due giovani uomini legati ad Andrew, e in seguito sue vittime: un ufficiale, Jeff Trail, che aveva denunciato l’omofobia in marina, e aveva salvato dal bullismo un commilitone gay,  che aveva perso tutto esponendosi, ma anche un giovane architetto brillante di umili origini, David Madson, un bravo ragazzo apprezzato da tutti per i suoi valori, con un padre conservatore ma ragionevole, che a modo suo lo aveva accettato.
Nella vita descritta di questi due personaggi si respira l’omofobia dell’epoca, e lo spettatore LGBT vive dei momenti di rara commozione.
Bellissime le scene, montate in parallelo, che mostrano il coming out di Gianni ad una rivista gay e la denuncia alla stampa, di Jeff, dell’omofobia nelle forze dell’ordine.
“Gli etero omofobi, a viso scoperto, parleranno della loro omofobia, mentre tu sarai costretto a parlare col volto oscurato”. Murphy, dalle labbra di Cunanan, ci fa riflettere sull’omofobia americana dell’epoca, non troppo diversa dall’omotransfobia attuale che assaporiamo in Italia.

cunanan e liz
Poi, vengono raccontati altri tipi di uomo gay: la ex marchetta sieropositiva, capace di profonde riflessioni sulla marginalizzazione dei gay nei “civilissimi” Stati Uniti, ma anche l’anziano uomo di successo, sposato con figli, punito da Andrew con la morte per il suo velatismo, e umiliato con indizi della sua omosessualità nella scena del crimine (forse, come dice Andrew, atto dalla vittima più temuto che la morte stessa), e la moglie, una nota presentatrice televisiva, che sopporta il lutto del perdere un compagno di vita, un filantropo, un brav’uomo con un segreto, ma anche l’esposizione mediatica del vedersi pubblicamente tradita da un omosessuale velato.
Ma anche i due ricchi omosessuali, i due anziani compagni che hanno mantenuto Cunanan, di cui uno brutalmente ucciso da una marchetta con elevata omofobia interiorizzata. “Se ci ammaliamo è colpa nostra, se ci uccidono è colpa nostra”, affermerà un amico dopo le dichiarazioni dell’assassino, giustificato dalla polizia per il suo “scatto d’ira”.
Lo stesso personaggio, Norman, altro personaggio positivo della vicenda,  cerca di convincere Andy a smettere di mentire e vivere alle spalle degli altri, indicandogli che avrebbe le doti per vivere nella ricchezza usando le sue capacità, e di terminare gli studi.
Nei dialoghi tra Norman ed Andrew, viene fuori l’enorme attenzione alle apparenze che Cunanan aveva maturato a causa dell’educazione ricevuta: ogni bugia, il vestiario, anche l’accuratissimo arredamento della casa di Norman, ad opera sua, gridano il suo bisogno di apparire.
Vittime e carnefici attaccati dall’opinione pubblica in modo simile, solo perché omosessuali, come dice Donatella in un passo: Gianni è la vittima, ma ma gente giudicherà e mormorerà.

A ritroso, si capisce come le delusioni amorose, il velatismo delle persone che lo circondano, e il razzismo, portano Andy alla depressione e alla droga, fino all’exploit violento degli ultimi mesi di vita, il parallelismo con Versace, omosessuale di successo, che aveva avuto, con caparbietà e coi suoi valori, tutto quello che Andy aveva cercato di ottenere tramite sotterfugi, menzogne ed espedienti.
Entrambi di umili origini, vengono osservati dallo spettatore nelle prime fasi della loro vita: entrambi bullizzati per effeminatezza, avevano avuto riferimenti di vita totalmente diversi: una madre calabrese illuminata, nel caso di Gianni, una fragile madre italoamericana, e un padre filippino, un affabulatore, ossessionato dal sogno americano, nel caso di Andrew, un padre che lo viziava in quanto primo figlio nato in America, e personificazione di quel sogno, un padre truffatore che scappa nelle filippine e che, inseguito e accusato di questo, attacca Andrew per la sua omosessualità.

darren criss
Finita la sfilza di suggestivi flashback, si arriva alla caccia all’uomo, alla fuga, alla solitudine, al rifiuto di aiuto da parte del padre e degli amici, e al suicidio sulla barca galleggiante.

Un’importante colonna sonora ricostruita con pezzi dell’epoca, accompagna ogni scena, mostrandoci i diversi punti di vista di vittime e carnefici della storia.
Ogni scena che non comprendiamo del tutto, viene spiegata in un flashback successivo, introducendoci in un appassionante mosaico a ritroso che si compone solo alla fine della serie.
Murphy avrebbe potuto montare il film in ordine, ma voleva farci odiare Andrew, all’inizio, e farcelo perdonare alla fine.
La serie, assolutamente da vedere, lascia un grande interrogativo nello spettatore: come può non avere influito la vera protagonista, l’omofobia degli anni ‘80 e ‘90.
Il vero messaggio che ci lascia Murphy è questo:
Chi è diverso non può essere innocente.