La guerra ai ruoli di genere non è una prerogativa delle radfem: riguarda anche il movimento transgender/antibinario. 
Le ultime aberrazioni, come il movimento “gender critical”, hanno creato un’incapacità di vedere ciò che ci unisce.

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L’incontro con la cultura transgender e antibinaria

Fin dall’adolescenza ho avuto accesso ad internet e la possibilità di aprire miei spazi di discussione sui temi che sentivo a me cari. Inizialmente fu un sito web, poi arrivarono forum e blog.
Mi incuriosivano molti punti di vista, ma non avevo trovato “il mio” finché non conobbi la cultura transgender, un po’ come un musicista (e sono anche quello) ascolta tutti i generi, ma poi si innamora solo di alcuni che gli “calzano” a pennello.
Credo ci sia ignoranza su ciò che si intende per “cultura transgender”. Da fuori, si pensa che “trans” sia quella cosa che ti fa sentire “nato nel corpo sbagliato” e ti fa desiderare di “cambiare sesso“, tutto questo in un contenitore binario, eteronormativo ed eterosessista.
La condizione “transessuale” per alcuni è questo, ma sono persone che vivono la “condizione” trans, ma non sono immersi nella “cultura transgender”.
Premetto, a scanso di equivoci, che anche questi percorsi così binari hanno dignità e cittadinanza, ma è importante chiarire che sarebbe scorretto ricondurre la cultura transgender solo a questo.

La cultura transgender/antibinaria combatte i ruoli di genere e le relative aspettative sociali

La prima cosa che ho amato della cultura transgender/antibinaria era la contestazione del “binarismo obbligatorio”: sostanzialmente si affermava che qualunque sia il tuo sesso di nascita, tu puoi esprimere la tua identità di genere e/o il tuo ruolo di genere in qualsiasi modo tu voglia, e che ogni “aspettativa sociale” riguardo al tuo sesso biologico e/o al tuo genere socialmente percepito va ignorata, oltre al fatto che va contrastato il concetto di “aspettativa” riguardo a ruoli, sessi e identità di genere.

In quest’ottica, ho orientato da sempre il mio impegno non solo per la libertà di identità di genere (quindi combattendo lo stigma riguardo alle persone transgender e di identità di genere non binaria e promuovendo leggi inclusive su queste condizioni personali), ma anche promuovendo la totale libertà riguardo ai ruoli di genere.
Se una donna biologicamente femmina desidera non depilare i polpacci e indossare pantaloncini o gonne corte rendendo visibili i suoi peli, deve poterlo fare senza lo sgomento generale e senza che un datore di lavoro (che permette ai maschi di presentarsi coi pantaloncini) vieti di farlo.
Inoltre, una donna che non è interessata agli “orpelli” non deve essere percepita come “sicuramente lesbica”.
Allo stesso modo, anche l’uomo biologicamente maschio deve esprimersi liberamente senza per questo essere considerato poco virile, effeminato, “sicuramente gay” e così via.
Allo stesso modo, non si deve dare per scontato che una donna che si esprime esteticamente e coi comportamenti come Marilyn Monroe, e dice di farlo “per se stessa e non per i maschi“, non deve essere ostacolata. Va bene promuovere una riflessione su quanto facciamo per noi e quanto per gli altri, ma questo non deve censurare le espressioni di genere vicine alle aspettative canoniche.

Ruoli di genere obbligatori? Neanche per le persone transgender!

Allo stesso modo, le aspettative non devono soffocare le persone transgender. Quante volte le persone transgender devono inseguire un “passing” che le legittima come transgender dichiarati? Da un ftm non medicalizzato o da un non binary di biologia xx ci si aspetta, ad esempio, un taglio di capelli corti o corredato da rasature, o che vada per forza sempre in giro col petto fasciato. Anche se ciò non concede il “passing” e l’irriconoscibilità rispetto ad un uomo biologicamente maschio, è come se ciò concedesse un “patentino” di persona T o non binary, che altrimenti non verrebbe concesso, e ci sarebbe diffidenza e sospetto.
Lo stesso deve riguardare le donne trans: se alcune di loro preferissero i capelli corti, la tuta, un look sportivo o acqua e sapone, nessuno dovrebbe mettere in dubbio il loro essere donne, cosa che invece viene fatta dalle gender critical.

radfem femminismo radicale

Il femminismo radicale, senza “se” e “ma

Anche se non mi interesso di femminismi, non è mia intenzione o curiosità farlo, le ingerenze femministe nel mondo LGBT ormai sono una realtà, dal 2016, quindi ho osservato alcune pagine che promuovono il femminismo secondo la loro visione: radicale, della differenza, intersezionale.

Forse sconvolgerà i miei lettori sapere che le pagine di femminismo radicale che non si interessano del tema trans (e quindi non mancano di rispetto alle persone trans) mi trovano spesso d’accordo con loro: il loro perseguire l’antibinarismo (loro non userebbero questi termini) con metodi integralisti, in modo perentorio, severo, è interessante, perché spesso hanno il coraggio di prendere posizioni sulle quali molti altri (altre femministe, movimento LGBT) soprassiedono, ed è per questo che sono considerate fondamentaliste e “talebane”, ma è anche per una volontà di “non voler ascoltare” ciò che affermano senza sfumature, “se” o “ma“, ad esempio riguardo alla donna nel mondo musulmano, o alle reazioni completamente diverse che si hanno quando una donna fa qualcosa e quando la stessa cosa viene fatta da un uomo.

Spunti interessanti e limiti radfem: nuove possibili chiavi di lettura

Questo tipo di femminismo “integralista”sessuofobia, anche se il tipo di sessualità che loro vogliono combattere è quella pensata per il fruitore uomo (gay o, molto più spesso, etero). Il mio stile è invece spingere verso un ri-pensare la sessualità in chiave non eterosessista e non eteronormativa, ma pensando il soggetto donna/femmina (donne biologicamente femmine, donne biologicamente maschi, uomini biologicamente femmine) non come qualcosa di candido e innocente, ma come qualcosa che può avere interesse per il fetish, la dominazione psicologica, o altro.
Immaginare la donna come amante di un sesso romantico, coronato dall’amore, ci farebbe cadere in visioni di “determinismo biologico dei ruoli” in cui il femminismo radicale sembra non voler cadere (da quello che ho letto, il corpo rimane, per questa corrente di femminismo, un dato biologico che non deve limitare lo spaziare tra ruoli ed opportunità).
Non ci vedo nulla di male in una donna etero che voglia dedicare una notte ad un’esperienza con un sex worker preparato al piacere del corpo femminile (cosa a cui raramente l’uomo etero, il marito o il compagno, è preparato), o che voglia vedere una pole dance con uomini eterosessuali senza ombra di calvizie e panza, oppure ancora un bel porno o film erotico pensato per eccitare lei e non lui.
Quello che combatto, quindi, del porno, della prostituzione, del bdsm, degli streptease, è che siano “pensati” sempre e solo per l’uomo pagante (gay ed etero), che ci sia un “oggetto” sempre femminile o effeminato, e un oggetto sempre e solo maschile.
E, permettetemi di finire, sono completamente d’accordo che gli “eh ma esistono i gigolò” suonano un po’ come “e i Marò?“, e non devono distrarci dal combattere l’eterosessismo, che permea tutti gli aspetti del vivere sociale, ma ancor di più i temi legati alla sessualità.

Quando dal femminismo radicale si passa al movimento “gender critical” (negazionismo dell’identità di genere)

Avrei piacere a condividere molti status delle RadFem, ma poi ci sarebbe qualcuno che mi chiederebbe come faccio a condividere qualcosa di ragionevole postato dalle stesse persone che, in altri spazi, insultano le persone trans, le delegittimano, le misgenderano.

Se posso, in questi spazi dedicati al movimento “Gender Critical” (negazionista dell’identità di genere), vengono rafforzati quegli stessi stereotipi in cui i ruoli di genere vengono ricondotti ai sessi biologici: la donna trans viene sempre ricondotta alla violenza, alla delinquenza, al desiderio sessuale verso la donna, all’insistenza sessuale, mentre la persona trans di biologia xx (spesso presentato come donna desister) viene rappresentata come arrendevole, piagnona, manipolabile, costretta a transizionare da persone che l’hanno plagiata, e via dicendo.

E io, da persona xx, mi sento offeso in questa rappresentazione piagnona, miserabile e tendente al farsi manipolare che costruiscono su di noi.

libertà dai ruoli di genere

Lotta ai ruoli di genere obbligatori: possibile causa comune?

 

La lotta per combattere le aspettative sui ruoli di genere viene fatta da sempre dal movimento transgender/antibinario, e non è affatto in contraddizione con la lotta per il rispetto delle identità di genere.
Non è affatto vero che le persone trans “rafforzino” gli stereotipi di genere, cavallo di battaglia delle pagine Gender Critical (una corrente del femminismo che ormai ha una propria “anima”, se così si può chiamare, e ha un attaccamento monotematico al contrasto e alla delegittimazione della condizione transgender).
In un mondo sano, femministe radicali e persone transgender dovrebbero portare avanti la battaglia comune della distruzione dei ruoli di genere obbligatori e delle aspettative di genere legate ai sessi (o genere percepito, nel caso di persone T con buono o cattivo passing).

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Gonne, pantaloni, scuole femminili

Una di queste pagine gender critical ha presentato un caso secondo il quale, in una scuola femminile, un ragazzo si è dichiarato ftm ed ha avuto l’esclusiva possibilità di poter mettere i pantaloni. Si tratta, chiaramente di minorenni, altrimenti nessun ftm maggiorenne sceglierebbe proprio una scuola “femminile”.
Secondo le gender critical, il movimento transgender dovrebbe essere compiaciuto dall’idea che i pantaloni siano concessi solo allo studente ftm, e che non ci sia invece la libertà di scelta per ogni iscritto/a di portare l’uniforme desiderata.
La soluzione suggerita dalle gendercritical risulta transfobica, cieca ed inefficace: che il ragazzo ftm si presenti al femminile “trasmettendo l’idea che anche le donne possano portare i pantaloni“.
Il movimento transgender, invece, propone che quel ragazzo continui a definirsi al maschile e che sia concesso ad ogni iscritta di scegliere tra gonna e pantaloni: questa visione propone il rispetto sia dell’identità di genere, sia delle espressioni di genere. Win win.
Il problema delle Gender Critical è che pensano che “l’oppressore” sia il ragazzo ftm dichiarato. La loro incapacità di analisi, o forse la loro malafede, impedisce loro di mettere a fuoco il problema: la civiltà conservatrice, eterosessista, sessista, eteronormativa, può al massimo tollerare un’eccezione per “i pochi”, ma non metterebbe mai in discussione i corollari del binarismo su cui si fonda. E’ per questo che a loro pesa meno “concedere in via eccezionale” un paio di pantaloni ad un ftm, aspettando con ansia che si diplomi e si “tolga dai coglioni“, piuttosto che rivedere l’uniforme per le iscritte.
La cecità, o la malafede delle gendercritical, è pensare che questa visione danneggi solo le donne, quando danneggia invece qualsiasi persona transgender non sia in un percorso canonico (non med, non binary, persone con scarso passing, ftm gay, e così via).

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Parrucchieri, barbieri e gambe pelose

Tanti sono i laboratori in cui le persone transgender non med e non binary (ma anche med, magari con uno scarso passing) si interrogano su quanto il loro coming out sia educativo o diseducativo per la società.
Ad esempio, se un ftm non med o non binary entra in un salone hairstylist per un taglio di capelli simile a quello dei propri amici, magari portando la foto di un attore o di un cantante, è “educativo” fare coming out come uomo trans, o è maggiormente educativo chiedere che quel taglio lo si riceva indipendentemente dall’essere uomo o donna?
Il fatto che un coming out sia “politico”, “non politico”, faciliti o meno un risultato, non toglie il fatto che la persona che si interroghi sia una persona transgender, ma una persona t, spesso, è interessata anche a voler spaziare tra i ruoli senza l’obbligatorietà di un coming out che la “giustifichi”, sempre ammesso che quel coming out semplifichi la strada verso la propria richiesta (a volte ti guardano sgomenti e ti prendono per pazzo, ed è più semplice dire “sono una lesbica, tagliami i capelli da uomo, che alla mia ragazza piace così”).

Stessa cosa per quanto riguarda le gambe pelose al lavoro: premetto che in Italia un datore di lavoro mediamente ride in faccia ad un ftm non med e non binary e ignora totalmente la sua richiesta di rispetto del genere.
Ammettiamo, però, che così non fosse. Sarebbe giusto che quell’ftm fosse l’unica persona che può presentarsi in pantaloncini con le gambe pelose?
Le Gender Critical immaginano quell’ftm/non binary felice della sua conquista, e magari perculante rispetto alle colleghe donne, rimaste irretite negli obblighi binari, ma in realtà la “cultura transgender” spinge a rendere qualsiasi ruolo ed espressione di genere legittimo per tutte le persone, che siano transgender, non binary o che non lo siano.

donna gambe pelose

Conclusioni

E’ giusto ottenere un “lasciapassare” a un ruolo di genere solamente facendo coming out come transgender?
Se pensate questo, conoscete davvero poco il movimento transgender e le sue battaglie antibinarie.
Vi basterebbe leggere questo blog dai suoi albori (più di dieci anni fa, ancor prima tramite twitter), che ha sempre proposto una cultura antibinaria rispetto a ruoli, stereotipi e aspettative di genere, ma tanti sono gli autori e le autrici che troverete nella bibliografia del blog.
Il perentorio “Studia!” potrebbe essere rivoltato e proposto a chi ha studiato il femminismo, ma non i classici del pensiero transgender.