Julian McMahon e l’immaginario queer della mia adolescenza
La notizia della morte di Julian McMahon mi ha colpito più di quanto avrei creduto. Mi ha colto alla sprovvista, come se fosse arrivata a disturbare una memoria sacra e adolescenziale, intrisa di serie TV, demoni dal cuore spezzato e chirurghi senza etica. Un colpo basso, arrivato da quel passato in cui il maschile era rappresentato con arroganza, fascino e una certa dose di immoralità televisiva.
Ero alle superiori, in quegli anni in cui ci si interroga più sul “chi voglio diventare” che sul “chi sono davvero”. E mentre cercavo di capire la mia identità di genere, e mi dibattevo tra la mia educazione eteronormata e un’identità ancora in costruzione, uno dei personaggi televisivi che più mi colpì fu Cole Turner, interpretato proprio da Julian McMahon nella serie Streghe.

Cole Turner in Streghe: tra dannazione e desiderio
Cole era un demone, sì, ma anche un uomo capace di amare, di redimersi, di cedere e di tornare indietro. Un personaggio tormentato, dalla doppia identità, seducente senza volerlo, oscuro senza compiacersi. In lui c’era quel tipo di maschile forte, magnetico, che mi attraeva non come oggetto del desiderio romantico, ma come modello da studiare, forse da emulare.
Non mi sentivo una fan innamorata: mi sentivo un giovane uomo queer che, nel caos della propria formazione, cercava punti di riferimento. E nel piccolo schermo li trovava, spesso in figure che sembravano uscite da tragedie greche travestite da fantasy anni 2000.
Nip/Tuck e il Dottor Troy: un maschile scomodo, ma affascinante
Poi, all’università, è arrivato lo shock. Scopro che Julian McMahon è protagonista in una nuova serie, Nip/Tuck, dove interpreta Christian Troy, un chirurgo plastico carismatico, sessualmente vorace, cinico e seducente. Il Dottor Troy è tutto quello che la cultura contemporanea oggi etichetterebbe come “maschile tossico”. Ma per me, in quegli anni formativi, rappresentava un archetipo di potenza, intelligenza e sensualità.
Christian Troy era l’uomo che avrei voluto essere: elegante, colto, provocatore, amante del design, dei soldi e del sesso in ogni sua forma. Un uomo che si prendeva tutto, senza chiedere scusa.
Era anche un uomo profondamente rotto, certo. Ma era proprio in quella crepa che trovavo un riflesso. Il mio maschile queer è passato anche da lì, da quei bisturi, da quei corpi perfetti, da quel lusso disfunzionale.

Il peso delle critiche postume: un cattivo gusto contemporaneo
Ed è proprio per questo che, in questi giorni in cui Julian McMahon è scomparso, resto anche un po’ disgustato da ciò che sta accadendo online. Leggo post, commenti, perfino articoli, in cui alcuni gruppi femministi — non tutti, per fortuna — usano la sua morte come pretesto per criticare i personaggi che ha interpretato, definendoli veicoli di una maschilità tossica da archiviare.
Siamo davvero a questo punto? L’uomo è appena morto. La moglie è in lacrime. E solo ora scopriamo che per mesi ha nascosto la malattia, il cancro che l’ha portato via. E in questo silenzio dignitoso, c’è chi trova il tempo per colpire non lui, ma le icone che ha rappresentato in un’epoca diversa. Un’epoca televisiva in cui il maschile era raccontato con sfumature complesse, e non sterilizzato in nome di una purezza posticcia.
Io, che abbraccio l’attivismo e che nel movimento LGBTQIA+ ho trovato una casa, non riesco a ignorare il cattivo gusto di queste critiche. Perché anche il maschile queer ha bisogno di archetipi imperfetti, sensuali, sbagliati e provocatori. E Julian McMahon, nel suo piccolo, ce li ha dati.
Film e programmi TV di Julian McMahon: una carriera fatta di icone
Tra i film e programmi TV di Julian McMahon, i ruoli più noti sono senz’altro quelli in Streghe (Cole) e Nip/Tuck (Dottor Troy), ma non sono gli unici. È apparso anche in Fantastic Four, interpretando Doctor Doom, un altro personaggio oscuro, potente, emblematico. Ancora una volta, un maschile che fa paura ma affascina. Un maschile che sa di essere in bilico.

Il mio maschile oggi: un’eredità che resiste
Oggi ho fatto pace con molte delle mie contraddizioni. Ho imparato a parlare di transfemminismo, ad abbracciare la fluidità, ad amare le zone grigie. Ma dentro di me c’è ancora un po’ di Christian Troy, quello che ama il design, l’imprenditoria di successo e il lusso un po’ volgare. Quello che non vuole essere addomesticato per risultare presentabile.
E va bene così.
Perché anche la volgarità può essere queer. Anche l’arroganza può avere una storia da raccontare. E anche i personaggi televisivi che oggi ci sembrano “problematici” possono aver avuto, per qualcuno come me, un impatto salvifico.
Julian McMahon non era solo un attore. Era un pezzo del mio viaggio. E oggi che non c’è più, lo ringrazio.
Perché senza Cole e senza il Dottor Troy, forse oggi non saprei ancora che tipo di uomo posso permettermi di essere.