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Virilità LGBT: dal dibattito fertile al silenzio imposto

Sta diventando quasi impossibile parlare di virilità nel mondo LGBT. Dal 2016/2017 in poi, con l’ondata femminista che ha ridefinito le regole del dibattito interno, il maschile è stato relegato ai margini. La sua presenza, in molti contesti, appare ammessa solo in funzione di una colpa da espiare: chiedere scusa, continuamente, alle donne per gli abusi del maschio tossico.

Eppure, prima di questo cambio di paradigma, esistevano spazi ricchi di confronto sul maschile queer, trans e gay. Spazi in cui la virilità era discussa, problematizzata, ma anche vissuta come desiderio e possibilità.

Virilità LGBT


Un movimento diverso, prima del 2017

Io vengo da un movimento diverso, precedente a quell’ondata. Era un mondo che forse, come uomo transgender non medicalizzato, mi escludeva o restava turbato dal mio corpo, ma in cui esistevano spazi solidi di riflessione sul maschile non etero cis.

Gli uomini transgender di allora riflettevano molto sul proprio maschile costruito. Era una riflessione non filtrata dal senso di colpa, né da un dovere di neutralità o di androginia. Anzi: a volte il desiderio di incarnare un maschile forte e netto era vissuto senza paura.

Certo, già allora esisteva un sottofondo di colpa: molti FTM con un passato lesbico vivevano la sensazione di essere “traditrici”. Questo sentimento è raccontato bene anche in Testo Tossico di Paul B. Preciado, un libro che ho molto apprezzato e che recensirò a parte. Ma, nonostante queste difficoltà, lo spazio per la discussione era reale.


Maschile nei mondi gay e bisessuali

Non erano solo gli uomini trans a interrogarsi sul maschile. Anche nel mondo gay e bisessuale maschile c’erano riflessioni profonde. Uomini gay e bi, cis e trans, ragionavano su una virilità possibile “anche se” si è gay o bi.

  • Nel mondo bear, si rifletteva su come la virilità potesse essere compatibile con il ruolo passivo.

  • Nel mondo leather, su come potesse essere compatibile con il ruolo sub.

Artisti come Tom of Finland dimostravano con chiarezza che un virile non etero esisteva e poteva essere incarnato. Un virile senza bisogno del desiderio eterosessuale come fondamento.

Molti uomini gay raccontavano come il loro coming out avesse generato, da parte degli etero, aspettative di sensibilità o effeminatezza che non sentivano proprie. Al contrario, rivendicavano una virilità che non si spegneva con l’ammissione della propria omosessualità.

Io adoravo questi spazi. Li abitavo. Erano casa.


La svolta del 2017: dal maschile al maschile tossico

Poi tutto è cambiato. Dal 2017 in avanti, le redini della discussione sul maschile sono passate alle donne femministe o a persone modellate su quel catechismo.

Da quel momento, le discussioni sul maschile si sono ridotte a un unico tema: il maschile tossico. Gli uomini trans, anche nelle realtà che si proclamano inclusive, sono diventati “ancelle” di un dibattito che mette al centro la donna. Se il maschile veniva nominato, era solo per stabilire che non doveva offendere la donna.


Colpevolizzare il desiderio virile

In questo nuovo contesto, il desiderio di incarnare virilità, soprattutto da parte degli uomini trans, è stato sempre più colpevolizzato.

Sono aumentati i tentativi esterni di smontarlo, ridicolizzarlo, svalutarlo:

  • dire che l’uomo FTM diventa una caricatura,

  • spingerlo a “reinnamorarsi” del suo nome anagrafico femminile,

  • imporre la dolcezza, la cura, la rinuncia alla virilità come forma di redenzione.

Una vera e propria teoria riparativa in salsa queer.

E molti se la sono bevuta. Sempre più persone transmascoline oggi rivendicano l’uso di nomi femminili o pronomi femminili. Lo fanno presentandolo come emancipazione, ma a me sembra esattamente il contrario: una forma di riparazione che nega il desiderio virile.

mascolinità LGBT


Una casa perduta

Il risultato è che oggi, in questo contesto “tossico” in cui parlare di maschile significa automaticamente parlare di maschile predatorio e pericoloso, io sento di non avere più casa nel mondo LGBT.

La virilità non è più vista come possibilità queer, ma come un problema da gestire. Come qualcosa che esiste solo se subordinato a un’ottica femminile, anche quando la donna non è al centro del desiderio né dell’affettività di chi ne parla.


Una domanda aperta

E allora mi chiedo: me ne sono accorto solo io?
Oppure davvero il maschile LGBT — FTM, non binario, gay o bi che sia — ha voglia di rimettersi al centro e parlare di sé stesso?

Parlarne non in funzione di qualcun altro. Non come reazione al femminile, non come eterna scusa. Ma come costruzione autonoma di un maschile diverso, queer, post-binario.

Un maschile che non teme di dichiararsi virile, che non ha bisogno di farsi correggere, che non è obbligato a tradursi in androginia o in dolcezza programmata.


Il mondo LGBT ha conosciuto momenti in cui il maschile era discussione viva, fertile, radicale. Oggi sembra che quello spazio sia stato cancellato, sostituito da un unico discorso centrato sul maschile tossico.

Ma non tutto è perduto. Ritornare a parlare di virilità queer è possibile.
Il primo passo è rompere il silenzio, e dichiarare: anche noi vogliamo essere al centro della nostra storia.

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