Cosa si intende per Mascolinità Tossica

“Maschile Tossico” è un concetto relativamente recente, che cerca di togliere l’accezione negativa, portata avanti da alcuni femminismi del passato, del “maschile”, e riconducendo il problema a quando il maschile è “tossico”.
Si parla di maschile “tossico” quando una persona di sesso o genere maschile ricalca gli stereotipi maschili veicolati da una mentalità patriarcale, sessista, omotransfobica e binaria.
La “tossicità” del maschile “tossico” non è un problema solo per le donne o gli uomini non conformi (ad esempio, gli uomini LGBT ma non solo), ma si considera vittima anche quel tipo di uomo, di solito eterosessuale, che cresce convinto di dover incarnare il ruolo di genere maschile tradizionale, evitando di apparire dolce e sensibile, dovendo per forza apparire interessato a tutte le donne, sentendosi in dovere di fare battute sessiste, omofobe e transfobiche per non “rischiare” di essere considerato un “mezz’uomo”, un uomo gay, o comunque un “maschio beta”.
Questo ruolo sociale, che viene inculcato genera sicuramente un privilegio sociale, ma anche una fatica a mantenere sempre alta la “performance”, per non rischiare l’esclusione dal branco e il passare, immediatamente, anche solo per una défaillance, dalla parte del “vero uomo” alla parte di tutte quelle tipologie umane che vengono prese in giro dal “vero uomo”, essendo oggetto di scherno e dileggio.

Esiste anche il Femminile Tossico?

Si parla, anche se molto meno, anche di “femminile tossico”, per indicare le donne che ricalcano gli stereotipi femminili, il ruolo sociale femminile stereotipato e socialmente accettato, perseguitando chi non incarna questa espressione: madri che perseguitano le figlia, diventando infine una “voce interiore” disapprovante, anche quando le figlie sono adulte, ma anche la collega di lavoro che guarda con sufficienza o dà consigli non richiesti alla collega poco “femminile” per scelta.
Si tratta di donne che diffondono una cultura binaria ed eteronormativa secondo cui la donna, “ovviamente” eterosessuale, per essere valida, debba puntare tutto sull’estetica, la femminilità, e le capacità seduttive sul maschio, perché quello è l’unico modo per avere potere e prestigio, e se insegue la realizzazione in altro modo, scavalcando l’approvazione sessuale del maschio, o la sua accondiscendenza, aderendo totalemente al ruolo femminile imposto dalla società, di seduttrice prima, di madre e moglie dopo, non è una “vera donna”.
Anche il “femminile tossico” è legato alla mentalità patriarcale e binaria.


Ma cerchiamo di riflettere: esiste una “viriltà” positiva?


Nella lingua italiana, virilità assume diversi significati, sia dal punto di vista fisico, che dal punto di vista psicologico/sociale. Dall’encliclopedia Treccani, leggiamo che uno dei significati di Virile è “La qualità propria dell’uomo forte, sicuro di sé e risoluto, coraggioso, che si manifesta nelle sue azioni”, qualità che potremmo associare all’eroe, al “vir” Greco-Romano.
Si può parlare di qualità “negative”? Possiamo dire che queste caratteristiche sono “proprie” solo della persona di sesso, o di genere maschile?
Una donna non può essere “sicura di sé, risoluta, coraggiosa”? E’ forse obsoleto associare queste qualità ad una parola la cui radice è la parola latina “vir”, che significa uomo?
Sono un attivista antibinario da sempre, ma ho sempre chiarito che l’espressione individuale delle persone può anche essere aderente al binarismo, sia estetico che comportamentale, se quelle persone stanno bene, e se non opprimono gli altri.
In pratica, sto dicendo che non c’è nulla di male ad essere Marilyn Monroe o Arnold Schwarzenegger, se poi si fa parte di quel meccanismo che afferma che queste sono le uniche manifestazioni estetiche e comportamentali legittime.


Riguardo agli uomini LGBT, come si relazionano col maschile, tossico e non?

Velatismo e maschile tossico


Pensiamo ai tanti uomini gay e bisessuali che scelgono il velatismo sociale (gli stessi che si arroccano in una performance stereotipata maschile e che si iscrivono sulle app gay definendosi “insospettabili”), e, come tanti uomini “beta” eterosessuali, decidono di assecondare le pressioni sociali che li vogliono “uomini” a tutti i costi. Se passa una bella ragazza, questi uomini si sentiranno obbligati a fare un complimento, magari pecoreccio, se è presente un “presunto maschio alpha”, che osserva e giudica. E, forse, sarà più il gay/bisessuale velato che avrà voglia di aderire a questo spettacolino, che magari l’uomo “beta” eterosessuale, che porta avanti valori progressisti, e si opporrà a questa pantomima.
Lo stesso vale per quegli uomini transgender che hanno ormai cambiato i documenti ed acquisito un passing che li rende indistinguibili, esteticamente, da un maschio “nativo”.
Nel film “Romeos”, il protagonista, uomo ftm, perde il suo “packer” (protesi genitale) e i maschi, ad una festa, lo lanciano allegramente chiedendosi di chi è. La sua amica donna, sapendo che è suo, ammonisce gli amici di tanto sessismo stupido, ma il ragazzo, per non essere sospettato, si unisce al clima pecoreccio, deludendo l’amica femminista.
Allo stesso modo, alcuni uomini ftm, soprattutto eterosessuali (attratti da donne), performano un maschile tossico, prendendo le distanze, ad esempio, dall’omosessualità (anche dagli stessi “fratelli” ftm gay), ebbri dell’euforia di genere dovuta al passing.

E l’uomo LGBT “dichiarato e risolto”? Ha il “dovere” di essere migliore?


Parlando invece di chi è un uomo LGBT (uomini gay, bisessuali, pansessuali, persone transgender di identità maschile o non binary), ma è interiormente risolto, come può fare tesoro della sua diversità per “costruire” un maschile sano?
Un uomo LGBT può essere virile quanto un uomo “cishet” (cisgender ed eterosessuale). L’orientamento sessuale o l’essere nati in un corpo non maschile non comportano una maggiore sensibilità, o predisposizione a comportamenti che vengono considerati “femminili” da stereotipo. Ed è per questo che un anno fa ho “ammonito” la Bignardi, che considerava “migliore” l’attivista ftm Gianmarco Negri “a causa della sua origine femminile”, chiarendo poi che tali elogi di mascolinità sana vengono rivolti anche agli uomini “gay”, considerati “sensibili e profondi” in automatico, solo perché attratti dagli uomini.
E’ importante, quindi, dire, che un percorso di vita “diverso”, che comporta un’accettazione di una diversità dalla norma eterosessista, e un processo di rivendicazione di cittadinanza, in un mondo che “prevede” e “include” altri tipi di maschile, può rendere l’uomo LGBT un uomo migliore. Tuttavia, è importante chiarire che questo non sempre accade, e non va preteso dagli uomini LGBT, e che pretenderlo, o aspettarselo, è comunque una forma di discriminazione “al contrario”. L’uomo lgbt non è per sua natura “migliore”.
E’ poi il ruolo dell’attivismo che combatte binarismo ed eteronormatività “ispirare” gli uomini LGBT, fornire spazi di confronto, laboratori (come quello che ho organizzato con l’allora Milk Milano, Ripensare il Maschile – mascolinità xx e non binary, ma anche altri, aperti a uomini cis, gay, bisessuali, o eterosessuali che si stanno mettendo in discussione), in modo che possano, tramite il confronto e l’autocoscienza, elaborare modelli più evoluti di mascolinità sana.