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Femminismo, sinistra e intelligenza artificiale: perché la diffidenza è un errore

Negli ultimi anni, ogni volta che il tema intelligenza artificiale (IA) compare in dibattiti femministi, LGBT o più in generale nella sinistra politica, noto quasi sempre lo stesso atteggiamento: diffidenza, paura, rifiuto. L’IA viene raccontata come minaccia distopica, strumento del capitalismo più selvaggio o addirittura arma patriarcale.

Eppure, da attivista queer e da attivista AI, vivo questa situazione con disagio: i movimenti che dovrebbero immaginare futuri radicalmente alternativi si fermano alla porta dell’innovazione tecnologica, lasciando campo libero a chi vuole usarla in senso escludente e oppressivo.

Manifesto Cyborg” di Donna Haraway

La diffidenza della sinistra verso l’IA

La diffidenza nasce da motivi reali. Il capitalismo della sorveglianza ha usato e abusa dei dati personali. Algoritmi razzisti e sessisti hanno già fatto danni concreti in tema di riconoscimento facciale, selezione del personale e decisioni giudiziarie. Le big tech hanno colonizzato l’immaginario collettivo e producono software proprietari inaccessibili ai più.

Queste preoccupazioni sono legittime. Ma il problema non è l’IA in sé: è l’uso capitalistico, patriarcale, estrattivo che se ne fa. E allora la domanda diventa: perché lasciarla in mano solo a loro?

Il “Manifesto Cyborg” come bussola

Qui entra in gioco una delle opere femministe più visionarie: il “Manifesto Cyborg” di Donna Haraway (1985). Haraway scriveva in un’epoca in cui la tecnologia veniva guardata con sospetto dai movimenti sociali. Eppure, il suo testo è una chiamata a immaginare un’alleanza diversa:

  • Il cyborg non è né uomo né donna, né naturale né artificiale. È ibrido, fluido, queer.

  • Haraway invita a non rifiutare la tecnologia come “altra da noi”, ma a ibridarci con essa, usarla per costruire alleanze post-genere, post-umane, post-capitaliste.

  • L’idea centrale è radicale: non esiste purezza da difendere, ma contaminazione da abbracciare.

A quasi quarant’anni di distanza, il Manifesto Cyborg rimane attuale perché ci parla di un immaginario politico che non si limita a denunciare, ma che osa immaginare futuri ibridi.

Dove il dibattito attuale fallisce

Oggi, molti spazi femministi e queer parlano di IA come se fosse solo una minaccia. Nei festival culturali, nei panel, nei dibattiti, raramente vengono invitati attivisti queer che lavorano con l’IA. La discussione rimane appannaggio di accademici scettici o di tecnici legati al mercato.

Il risultato? Da queer che si muove in entrambi i mondi — quello delle lotte sociali e quello dell’intelligenza artificiale — mi sento esclusə. Come se non ci fosse spazio per un punto di vista che è allo stesso tempo critico e immaginativo.

Eppure sappiamo bene che esclusione = riproduzione del potere. Se non costruiamo un discorso queer e femminista sull’IA, qualcun altro lo farà al nostro posto, e quasi certamente in chiave neoliberista.

Perché l’IA serve anche ai movimenti

Rifiutare l’IA significa perdere un’occasione storica. Perché questa tecnologia può anche essere:

  • Strumento di accessibilità: traduzione automatica, riconoscimento vocale, strumenti inclusivi per persone disabili.

  • Archivio queer e femminista: reti semantiche che raccolgono e preservano memorie, storie e linguaggi minoritari.

  • Produzione artistica: possibilità di creare arte transfemminista senza chiedere permesso a istituzioni culturali spesso escludenti.

  • Educazione: chatbot e strumenti didattici che diffondono conoscenze femministe e queer a chi non ha accesso a spazi accademici.

In altre parole, l’IA non è solo un’arma nelle mani del capitale: può diventare nostro strumento di resistenza e di invenzione.

Paura vs immaginazione

Capisco la paura. Capisco anche la rabbia. Ma la paura, se resta paura, diventa paralisi. E la paralisi lascia che siano altri a decidere.

Il femminismo ci ha insegnato a trasformare la rabbia in azione politica. L’attivismo queer ci ha insegnato a immaginare mondi che ancora non esistono. Perché allora, davanti all’IA, smettiamo di immaginare e ci rifugiamo solo nella critica?

Una posizione scomoda ma necessaria

Scrivo queste parole da un luogo scomodo. Dentro i collettivi queer vengo guardatə con sospetto perché difendo l’IA; nel mondo tech vengo guardatə come “troppo politico” perché porto discorsi queer e transfemministi.

Eppure è proprio in questa intersezione scomoda che credo ci sia il futuro: non rifiutare la tecnologia, ma hackerarla. Non demonizzarla, ma queerizzarla. Non lasciarla in mano al capitale, ma immaginare insieme come trasformarla in strumento di liberazione.

Recuperare lo spirito cyborg

Il Manifesto Cyborg non è un testo del passato, è una chiamata al presente. Haraway ci invita a vedere nel cyborg una figura che spezza i binari: uomo/donna, natura/macchina, oppressione/liberazione.

Oggi, l’IA è il nuovo cyborg. Non è pura, non è neutra, non è automaticamente liberatoria. Ma può essere sporcata, trasformata, contaminata dalle nostre lotte.

Se femminismo, movimenti LGBT e sinistra vogliono davvero cambiare il mondo, non possono permettersi di voltare le spalle all’intelligenza artificiale. Devono piuttosto prenderla tra le mani, con spirito critico e creativo, e usarla per costruire futuri radicalmente diversi.

Perché se non lo facciamo noi, lo farà qualcun altro. E allora sarà davvero troppo tardi.

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