Negli ultimi dieci anni, il panorama non binary è cambiato profondamente. Se prima l’identità non binaria appariva soprattutto come un terreno di sperimentazione radicale — fatto di nuovi nomi, corpi medicalizzati o meno, abiti e accessori pensati per “sabotare” le categorie del maschile e del femminile — oggi la situazione sembra diversa, soprattutto per quanto riguarda la componente AFAB (assigned female at birth).
Questa trasformazione solleva una domanda scomoda: stiamo assistendo a una nuova forma di avanguardia politica o a una sorta di retroguardia adattiva, dove alcune scelte sembrano più dettate dal desiderio di non disturbare che dalla volontà di reinventare i generi?

La prima generazione non binary: corpi-laboratorio
Quando si iniziava a parlare di non binarismo, le persone AFAB che si riconoscevano in questa categoria spesso vivevano il proprio corpo come un vero e proprio laboratorio di sperimentazione.
C’era chi sceglieva un nuovo nome, neutro o inventato, che rompeva con l’anagrafe.
C’era chi modificava capelli, abiti, accessori per costruire un’estetica ambigua.
C’era chi, con o senza ormoni, cercava di performare una presenza non riconducibile al femminile né al maschile, per mostrare che un’altra via era possibile.
Il corpo, in questo senso, era un gesto politico: disturbava, disorientava, obbligava chi osservava a fare i conti con un’identità non catalogabile.
La nuova generazione: nome anagrafico e sobrietà
Oggi, invece, la realtà sembra più sfumata e complessa. Molte persone AFAB non binarie scelgono di continuare a usare il proprio nome anagrafico. Alcuni lo politicizzano, spiegando che si tratta di una provocazione: rifiutarsi di aderire a una nuova etichetta onomastica può essere visto come un modo per smontare le regole stesse dell’identità.
In altri casi, però, la scelta sembra meno radicale e più legata a incertezza, timore o mancanza di coraggio di esporsi. Ci sono persone questioning, che non si sentono pronte a cambiare nome o estetica perché temono le conseguenze sociali.
Poi ci sono coloro che un nuovo nome lo scelgono, ma rimane coerente col sesso biologico, quasi come se il cambio fosse solo simbolico e non una vera rottura con l’ordine vigente.
Estetiche che non disturbano
Un altro fenomeno evidente è quello delle estetiche femminili riproposte come non binarie. Capelli lunghi, trucco tradizionale, vestiti aderenti: uno stile che, pur dichiarandosi non binary, coincide in tutto e per tutto con ciò che l’immaginario eterosessuale maschile legge come desiderabile.
Questa scelta può essere difesa come diritto individuale — nessuno dovrebbe dire a qualcun altro come essere non binary —, ma apre un interrogativo politico: se il corpo non “disturba”, se non rompe alcuna aspettativa, quanto resta di quella carica sovversiva che ha reso visibile il non binarismo nella prima fase?
Privilegio e accessibilità
A volte mi chiedo se questa nuova sobrietà non sia anche un modo per mantenere un privilegio. Presentarsi con nome anagrafico, estetica femminile e tratti rassicuranti può aprire più facilmente le porte di eventi, case editrici, festival culturali e spazi mainstream.
Un corpo che appare come “una donna femminista” è molto più facilmente accolto di un corpo che si presenta come transmasc disturbante, con un nome che “non torna” con la faccia, con vestiti androgini difficili da comprare, o con un taglio di capelli che provoca fastidio.
Non è una questione di colpe individuali, ma di dinamiche sistemiche: il mondo “normale” accoglie più facilmente ciò che non lo mette in crisi. E questo può portare alcuni corpi non binary AFAB a volare basso, per non rischiare l’esclusione violenta che altri subiscono ogni giorno.
Avanguardia o retroguardia?
Ecco allora la domanda: questa nuova comunità di persone non binary AFAB che sembrano, almeno esteticamente, “binary femminili”, rappresenta una nuova avanguardia o una retroguardia?
Da un lato, può essere avanguardia: politicizzare il nome anagrafico, rifiutarsi di produrre segni visivi di non conformità, dire “sono non binary anche se sembro conforme” è un atto di rottura rispetto all’idea che l’identità debba sempre essere inscritta sul corpo. È una forma di resistenza simbolica che sfida le regole stesse della visibilità queer.
Dall’altro lato, però, rischia di diventare retroguardia: se il risultato pratico è che non si disturbano più i codici dominanti, si finisce col rafforzare lo status quo. Senza corpi che mettono in crisi, la parola “non binary” rischia di diventare un’etichetta vuota, facilmente digerita dal mercato e dalla cultura mainstream.
La tensione necessaria
Forse la verità sta nel mezzo. Il mondo non binary AFAB oggi è attraversato da tensioni, contraddizioni e percorsi molto diversi tra loro. Non c’è una sola strada: c’è chi sperimenta corpi-laboratorio e chi politicizza la conformità, chi osa disturbare e chi preferisce sopravvivere.
La sfida sarà capire se queste pratiche apparentemente opposte possano dialogare, e se la comunità saprà riconoscere che la diversità interna è una ricchezza, ma anche che senza corpi che mettono in crisi l’ordine binario, il non binarismo rischia di essere neutralizzato.
La domanda rimane aperta: avanguardia o retroguardia? Forse entrambe. Forse, come sempre nel queer, la risposta sta nel continuare a vivere le contraddizioni, senza temere di nominarle.