Green Pass e tamponi: gestiranno con discrezione i dati delle persone non binary e transgender non rettificate?

Green Pass e Tamponi sono necessari per gestire l’emergenza pandemica, ma è necessario trovare prassi efficaci per garantire la privacy alle persone transgender e non binary, in modo che le persone attorno a loro (amici, ma anche estranei), quando si trovano in ristori, locali o altri luoghi, non vengano a conoscenza del loro nome anagrafico.

Sempre più burocrazia: le difficoltà delle persone transgender e non binary

Un tempo esistevano persone che vivevano intere vite nel genere d’elezione senza rivelare il proprio sesso biologico, e succedeva per vari motivi, tra cui l’assenza totale di burocrazia. Si pensi al personaggio di Albert Nobbs, ad esempio.
Oggi le persone transgender e non binary in percorsi che, in Italia, non conducono al cambio dei documenti, sopportano a fatica quei contesti in cui rivelare i dati anagrafici è necessario ed inevitabile: iscrizione ad un concorso pubblico, esibizione di un titolo di studio, rapporti con la sanità, prenotazione di un aereo, votazioni.
Tanti erano, però, i contesti in cui si entrava in un luogo senza dover dichiarare il proprio nome anagrafico o esibire un documento di identità. Persino molti albergatori finiscono per chiedere i dati solo a chi prenota e non al o alla partner, così come, quando si prenotava in un ristorante, si usava un nome (o, talvolta, un cognome), di cui non veniva verificata alcuna corrispondenza, né venivano richieste le identità degli altri ospiti al tavolo.
Altri contesti sono diventati “anagrafici” solo da poco: si pensi ai biglietti dei concerti, fino a poco tempo fa non nominali.

E’ un mondo che ha sempre di più voluto una burocratizzazione e un’identificazione continua della persona, come in Minority Report, al netto della scansione oculare, che generava una serie di ologrammi che salutavano la persona, con messaggi pubblicitari, usando il nome anagrafico.

Situazioni sgradevoli, possibile transfobia dei gestori, outing con persone che non sanno il nostro “deadname”

Sono molto favorevole a tamponi e green pass per l’accesso ai luoghi condivisi con altre persone, ed è importante

Il problema è come verrà gestita la privacy in un mondo che non tiene conto delle persone transgender e non binarie.
Ci ritroveremo in contesti con persone a cui non abbiamo voluto dire il nostro nome anagrafico (perché dirlo ha sempre ricadute emotive su di te e sull’altra persona, mai davvero annullabili)
e chi gestirà questi dati potrebbe pronunciare il nome ad alta voce, ad esempio, magari anche per la sorpresa che sia quello il tuo nome, senza sapere esattamente se sei una persona transgender o non binaria, e prendendola sul ridere.

Potrebbero crearsi, e sicuramente si creeranno, situazioni spiacevoli. A gestire tutto ciò saranno persone che non sono abituate a maneggiare dati sensibili: gestori di locali, camerieri, buttafuori.
Inoltre, potrebbero esserci anche gestori transfobici che, dopo la prima verifica, e dopo aver scoperto la nostra identità, potrebbero non desiderarci più nel loro locale.

Esempi all’estero e alcune idee per l’Italia

In alcuni stati del Nord Europa (ad esempio in Danimarca, dove si usa CoronaPass) appare solo il QR e non i dati anagrafici, e il loro protocollo non prevede l’esibizione della carta di identità, per una precisa scelta di salvaguardare la privacy.
In Italia, invece, il nome anagrafico appare, sia nello smartphone della persona esaminata, sia in quello del gestore che verifica, ed è prevista l’esibizione del documento come conferma.
Andrebbe richiesto un protocollo chiaro, che richieda:

  • di non pronunciare a voce i dati della persona esaminata
  • che ci sia uno spazio significativo tra una persona esaminata e la successiva da esaminare.
  • che pretenda che eventuali verifiche, con esibizione del documento, o spiegazioni a voce, sia rimandato in altro luogo, non davanti agli altri utenti del locale
  • che queste prassi siano estese a tutte le persone e non solo a quelle nel percorso 164/82
  • webinar di formazione obbligatoria per i gestori e per le persone che dovranno esaminare i green pass e i tamponi

Già solo queste prassi, che sono molto meno che adeguarci all’app danese, renderebbero più confortevole la partecipazione delle persone transgender ed enby alla vita civile.
Sarebbe necessaria una campagna da parte delle associazioni LGBT, ma è una stagione infelice, perché molte persone sono in vacanza, e tutte le energie sono, giustamente, impegnate per il Ddl Zan. Purtroppo, però, i tempi sono stretti, visto che il controllo del Green Pass entrerà in vigore già il 6 agosto.

Se vuoi aiutarci a fare una petizione, contattaci 

Ho scritto un dossier più approfondito su Neg Zone

 

Disclaimer

mi dicono dalla regia che io, come Christian Cristalli di Gruppo Trans Bologna, e come Massimo Cacciari, siamo vittima di un repost da parte di testate di destra. Come vedete dal contenuto, questo blog non è e non è mai stato né di destra, né contro il vaccino o il green pass, come del resto è scritto nell’articolo sin dalla sua stesura originale.