E’ il coming out con se stessi che dà inizio al percorso

Non tutte le persone transgender e non binary sono interessate al percorso medicalizzato. Le ragioni sono molteplici e non sono per forza legate alle aspettative sui risultati estetici/funzionali del percoro med: alcune persone, semplicemente, hanno trovato un equilibrio senza ricorrere ad ormoni e chirurgia, e talvolta questo equilibrio prosegue per tutta la vita.

Far coincidere il concetto di percorso con la metamorfosi del corpo è una forzatura. Come le persone gay, bi e pansessuali, le persone transgender affrontano il momento della presa di coscienza prima e del coming out dopo, e spesso sono questi i momenti che paragonano ad una “nuova nascita“, anche le caso di cambiamenti fisici che arrivano dopo.

Misgendering e Deadnaming sul lavoro e alle visite mediche

L’eventuale coming out delle persone transgender “non med” (in un percorso che non ricorre alla medicalizzazione), fatto in ambiente sanitario, viene spesso ignorato ed è quindi vissuto con angoscia. I medici pensano che si tratti di informazioni non rilevanti dal punto di vista medico e quindi interagiscono con la persona con nome (deadnaming) e genere (misgendering) coerenti con i documenti, e queste esperienze ricorrenti portano la persona a non “prendersi più cura di sè”, o, se c’è la disponibilità economica, a prediligere la sanità privata, che però, spesso, non risulta più preparata a far sentire accolti i e le pazienti non med.

Difficoltoso è anche l’accesso al mondo del lavoro, la gestione dell’invio del curriculum e il colloquio. La persona non med non può ricorrere a precedenti o alla documentazione tipica del percorso medicalizzato.
I candidati e candidate non med, sono quindi vittima dei già citati deadnaming e misgendering da parte del recruiter, abituati a dare per scontato il genere della persona esaminata.

 

Aspetto disturbante ed “improvvise” esclusioni: si può parlare di transfobia?

Non esistere nell’immaginario collettivo, non poter esibire un “diploma di transgenderismo“, fornito dal un professionista cis-het (etero e cisgender) non rende le persone non med immuni da episodi transfobia, a cui invece risultano più esposte.

Il non ricorrere ad ormoni e chirurgia fa sì che la persona non med non abbia un gran “passing”, e quindi non venga riconosciuta come appartenente al genere d’elezione, e di conseguenza venga percepita come di aspetto “disturbante” agli occhi di chi desidera che i corpi rispecchino le aspettative di genere.

E’ quella transfobia difficile da riconoscere, che “non osa dire il suo nome“, e che fa accadere episodi apparentemente immotivati: l’esclusione da un salone di un barbiere da uomo (o di un parrucchiere da donna) per via di strane lamentele dei clienti, sfratti di persone regolarmente paganti, prenotazioni improvvisamente disperse dal ristorante in cui ci si era regolarmente prenotati tramite un’app apposita.

Di certo, la persona che subisce episodi come questi potrebbe pensare che non dipenda dal suo aspetto, se non si confrontasse, negli appositi gruppi di autocoscienza, con altre persone non med che hanno vissuto casi simili. Quando non è il ristorante, è il bar, quando non è la parrucchiera, è la manicure, e così via.

Chi, per vari motivi, però, non ha la fortuna di far parte di questi gruppi di confronto, potrebbe pensare di essere “la causa del problema”, di “meritarsi” le esclusioni, le discriminazioni, il mobbing e il bullismo, e pensare di farla finita.

La legge 164/82 non sembra poter includere i percorsi “non med”, inclusi invece in molte realtà europee.

 

In non poche nazioni europee (“In Irlanda, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Belgio, Danimarca” – come segnala l’attivista LGBT Peter Herold), le persone transgender in percorso non med possono avere un riconoscimento identitario nei propri documenti.
In Italia, invece, chi è non med non viene neanche consideratə una persona transgender, ma un uomo ordinario, se nato maschio, una donna ordinaria, se nata femmina.

Qualcuno potrebbe pensare che l’evoluzione delle interpretazioni della legge italiana negli ultimi anni possa portare ben presto all’inclusione delle persone non med, senza bisogno di intervenire sulla legge stessa…ma è davvero possibile?

“La Legge 14 aprile 1982, n. 164 non prevede esplicitamente la necessità di sottoporsi a interventi chirurgici di riassegnazione, – come spiega Laura Caruso, attivista non med e tra i fondatorə di Acet (Associazione per la Cultura e l’Etica Transgender) –  ma nel corso degli anni la giurisprudenza ha consolidato una prassi che li ha, di fatto, imposti. Si è dovuto attendere la sentenza 221/2015 della Corte Costituzionale, pubblicata il 5 novembre 2015, che ha stabilito che l’assenza di un riferimento testuale alle modalità (chirurgiche, ormonali, ovvero conseguenti ad una situazione congenita), attraverso le quali si realizzi la modificazione, porta ad escludere la necessità, ai fini dell’accesso al percorso giudiziale di rettificazione anagrafica, del trattamento chirurgico, il quale costituisce solo una delle possibili tecniche per realizzare l’adeguamento dei caratteri sessuali”.

Le parole di Laura Caruso portano a pensare che la condizione non med sia esclusa dall’applicazione della Legge 164/82, che nell’interpretazione prevalente si riferisce ai percorsi medicalizzati.

La possibilità del cambio documenti, per una cittadinanza d’esistenza

Sarebbe importante veicolare l’idea che esista anche l’opzione non med, soprattutto tra le persone più giovani, affinché siano liberi di decidere in modo consapevole, ricorrendo ai cambiamenti fisici solo nel caso lə aiutassero a raggiungere la propria immagine di sè. Resta comunque difficile proporre una possibilità se non ha nessun tipo di riconoscimento legale.

Potersi liberare di un nome anagrafico che genera umiliazione e disagio renderebbe confortevole e dignitosa la vita delle persone non med, che accederebbero con serenità a formazione, mondo del lavoro e sanità.
Qualcuno pensa che un documento, senza l’aiuto del “passing”, sarebbe inutile, ma sottovaluta la portata culturale e sociale di una legge che legittima una soggettività. Le unioni civili hanno fatto entrare la coppia omosessuale nell’immaginario collettivo , migliorando la situazione anche di molte persone gay non unite civilmente, e persino delle persone gay single.
Una soggettività inizia ad essere rispettata anche dalle persone meno aperte quando un riconoscimento legale la rende ordinaria.