Bentrovati/e/* dopo le feste natalizie, in cui sicuramente siete ingrassati, e non vi sentite affatto “beautiful”.
Ecco un articolo che invece vuole valorizzare la bellezza della differenza, al di là della retorica del passing, dell’accettabilità, e del filtro del “cis-sessismo” nel considerarci attraenti.

trans is beautiful

Trans is beautiful?

Ho esitato a lungo prima di scegliere una parola “beautiful”, per via del tormentone che vorrebbe “beauty-full” come qualcosa che riguardi solo le donne (e in questo caso le donne transgender). Ho poi valutato che handsome o good lucking non sarebbero stati abbastanza “potenti”, e gorgeous, che considero per certi versi adeguato, sarebbe stato volgare, quindi alla fine ho ripreso Trans is beautiful, di Laverne Cox, splendida donna trans afroamericana, che ha lanciato questa campagna ripresa in Italia dall’attivista transgender Monica Romano e che sarà oggetto di un evento culturale che, insieme a Monica, faremo al Circolo Culturale TBIGL Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), col progetto Transgenerità, cultura ed autocoscienza.
Ovviamente la mia elaborazione, che vuole essere il più possibile universare dal punto di vista di sessi e generi, avrà sempre una prospettiva “ftm”, e questo è inevitabile.

Cis-sessismo e cisplaining

Dobbiamo partire da due concetti: cis-sessismo e cis-planning.
Così come il sessismo (che considera un sesso biologico migliore dell’altro), e l’eterosessismo (che considera normale l’eterosessualità e la complementarità tra i sessi), il cis-sessismo riguarda il considerare “normale” (ed unica meritevole di dignirà) la condizione cisgender (non transgender), delineando come punto d’arrivo quello di sembrare il più possibile simili ai cisgender, esemplari indistinguibili dagli uomini nati maschi, dalle donne nate femmine.
Così come in mansplaining è quell’atteggiamento in cui l’uomo sa già tutto quello che deve fare una donna “per il suo bene”, il cisplaining riguarda quelle persone cisgender che hanno già deciso cosa deve fare la persona transgender per il suo bene, magari caricandola di aspettative binarie rispetto ai suoi comportamenti ed al suo aspetto.

La retorica del “passing”.

Il concetto di “passing” (apparire all’osservatore come una persona nata nel sesso relativo al proprio genere d’elezione) ha radici profonde nel cis-sessismo e nel cis-planning.
Nel cis-sessismo, che spesso è interiorizzato nella persona transgender, perché, senza modelli alternativi e senza “pillole di orgoglio trans” (che si ricevono presso le associazioni LGBT e il contatto con gli attivisti T), la persona transgender riesce ad immaginare se stessa solo come una “persona cis mancata“, e che quindi deve fare tutto il possibile per “assomigliare alla persona cis del suo genere d’elezione“, il tutto condito dalla triste e pietista retorica del “nato nel corpo sbagliato“.
Complice di tutto ciò è anche il cisplaining, che diventa ingerente se si pensa alle transizioni medicalizzate, e a parole che i professionisti della transizione (endocrinologi e chirurghi) pronunciano alla persona trans, come “risultato” e “passabilità“, in un’ottica per la quale la persona trans, secondo questi professionisti, non sta modificando il suo aspetto per trovare una maggiore rispondenza nell’immagine di sé (anche nei casi in cui quest’immagine dovesse divergere dalle aspettative binarie del “sembrare” maschio e femmina biologicamente tali), ma sta facendo il tutto per apparire “credibile”, per mimetizzarsi, per cancellare la sua peculiarità trans.
Secondo questo punto di vista, presente in molti operatori delle transizioni medicalizzate, il medico non è un ausilio per la persona transgender, nell’elaborare un aspetto che possa rispecchiare le sue aspettative su di sè, nella sua unicità, ma è a servizio della comunità, nel “tamponare” l’orrore che la comunità prova nel momento in cui si relaziona ad una persona visibilmente trans.
In quest’ottica di cisplaining ci sono anche avvocati e giudici, e questo è ravvisabile in alcune, molte, sentenze per il cambio nome e genere legale, in cui l’autorizzazione è concessa non tanto perché la persona ha raggiunto un suo equilibrio, ma perché essa è pronta (soprattutto da un punto di vista estetico) per rientrare nella comunità come appartenente al genere d’elezione senza “turbare” lo sguardo binario della popolazione.

Giovani persone transgender e binarismo delle famiglie

Spesso mi confronto con genitori di giovani persone trans. Nel loro “lutto” c’è molto binarismo. Molte di loro sembrano incapaci di capire che il figlio o la figlia è la stessa persona di prima e con cui hanno trascorso tantissimi momenti felici e di intimità familiare. Il loro binarismo, che riguarda già i ruoli, prima di riguardare le identità, fa si che l’unico modo per accogliere il figlio o la figlia sia vivere questo passaggio mentale del “lutto e della rinascita“, per la quale il precedente figlio (o figlia) è “morto” ed è stato sostituito dalla figlia (o figlio) del genere opposto, permettendo loro di partire, col pilota automatico, con tutti quegli atteggiamenti che riservano a chi è di un genere e non dell’altro. Ho conosciuto madri che trovavano fastidioso che il figlio ftm, universitario e che viveva ancora con loro, avesse interesse per questioni “femminili” (femminili?) come i capelli: quasi prevaleva il poter incasellare il figlio nei loro schemi di ruolo binario che accogliere il figlio transgender nella sua molteplicità e non binarietà.
Questi stessi genitori sono quelli che preferiscono transizioni rapide, indolori e “complete”, ed è per questo che, per questi genitori, è quasi più importante che si passi in fretta dalla figlia cheerleader al figlio quarterback e viceversa. Queste stesse famiglie non sono per nulla pronte ad accogliere, invece, un figlio o una figlia “non binary“, le cui istanze spesso, soprattutto se non c’è una medicalizzazione, vengono totalmente ignorate (quindi il figlio o la figlia viene trattato e appellato come da sesso biologico), nè delle transizioni medicalizzate in parte, ad esempio, senza la ricostruzione genitale.
Il problema di queste famiglie è che spesso gli unici riferimenti sono psicologi, psichiatri e medici non formati, carichi del loro stesso binarismo, e, tranne in casi privilegiati, queste famiglie non entrano mai in contatto con l’attivismo trans e l’orgoglio trans.
Anche da come parlano dei figli, come “affetti da disforia” e non come “persone transgender“, è chiaro che il loro linguaggio sia totalmente mediato da una visione medicalista e psichiatrizzante.

Deborah Lambillotte e i parametri per essere donna.

Deborah Lambillotte, una donna trans che ho stimato quando era in vita e che stimo ancora adesso, aveva una presenza “ingombrante”, ma ad ingombrare non era solo il suo corpo: era soprattutto la sua vivacissima intelligenza, la sua sagacia, la sua cultura.
Quando le fecero notare che non poteva essere “donna” perché le donne non erano così alte, rispose semplicemente che, essendo che “era un fatto” che lei era una donna, allora quei parametri andavano rivisti.
L’orgoglio transgender risiede in particolare nelle donne trans, proprio perché, anche quando medicalizzate (Deborah, ad esempio, aveva fatto una transizione medicalizzata canonica), spesso nel loro corpo permangono caratteristiche del sesso di origine, magari relative all’altezza o alla conformazione ossea, o magari anche il timbro della voce.
Questo, però, ha reso queste donne più forti, migliori, le ha rese le teoriche dell’orgoglio trans, le ha spinte ad immaginare modi diversi di essere donna, di pari dignità. Laverne Cox, ad esempio, sottolinea che una donna può essere bella anche con le spalle larghe, le mani grandi o essendo alta.

L’approccio medicalista

Con gli anni ho potuto analizzare il mio pensiero e trovare parole più precise e pertinenti per descriverlo. Io non ho nulla contro la medicalizzazione (che è il semplice ricorrere a terapie o interventi per trovare l’immagine di sé): io combatto la visione “medicalista” che i cis (e anche alcune persone trans) sovrappongono all’identità trans.
Mi capita spesso di parlare con medici che hanno una visione “dismorfofobica” della nostra condizione. La donna transgender, ad esempio, in questa visione, non è una persona di sesso maschile e di identità di genere femminile, ma è semplicemente un “uomo” che “si sente” donna e “desidera” “diventare” donna dal punto di vista fisico.
Oltre all’errore di linguaggio (l’attivismo trans ha combattuto il concetto di “diventare” e “sentirsi“), e l’errore scientifico (del sesso opposto non ci si “diventa“, ma al limite alcune caratteristiche possono essere adeguate o modificate per rispondere alle aspettative della persona transgender), il problema è che in quest’ottica viene cancellata l’identità di genere, che è il vero “motore” che porta le persone transgender (non tutte) a desiderare quei cambiamenti.
Il cuore della tematica transgender è l’identità, e non ciò che ne consegue, ovvero quei cambiamenti che mettiamo in atto per adeguare la nostra immagine al nostro sentire. Fuori da un’ottica “medicalista”, non c’è poi così differenza tra chi fa palestra, chi cambia alimentazione, vestiario e pettinatura e chi ricorre a forme hard o soft di medicalizzazione: dal punto di vista transgender è un continuum, mentre la visione medicalista (condita dallo delirio di onnipotenza della classe medica) divide in med e non med, considera “realmente trans” solo le persone “med”, e prova un senso di fastidio verso coloro che non hanno avuto bisogno dell’autorizzazione del mondo medico a dirsi uomo o donna.
Ricordo quell’amica trans che disse all’endocrinologo che voleva ridurre l’androcur perché non provava più piacere ed ebbe come risposta “ma così non sarà mai una ragazza“, e non è l’unico caso di “linguaggio tossico” relativo ai corpi trans (risultato, sofferenza..) e di visione cis-sessista e binaria dei nostri cambiamenti.

Uomo xx e donna xy

Fuori dalla visione psichiatrizzante (ricordiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la disforia di genere dai disturbi mentali), che spesso ci viene imposta, uomo xx e donna xy sono semplici varianti dell’umanità, da sempre esistite, anche prima della medicalizzazione.
Se la condizione transgender viene rivendicata anche nel linguaggio, chiarendo che uomo e donna sono le identità di genere, e maschio e femmina le realtà genetiche, allora tra med e non med non c’è grande differenza: nessuno “si sente“, nessuno “diventa“, nessuno è più o meno maschio/femmina o più o meno uomo/donna, ma sono solo soluzioni diverse nel raggiungere l’immagine di sé.
Tra un uomo ftm medicalizzato e un ftm non medicalizzato, entrambi sono XX dal punto di vista del sesso genetico, ed entrambi sono uomini per quanto riguarda l’identità di genere. Uscendo dai linguaggi “medicalisti”, la condizione trans recupera la dignità di naturale variante presente nel genere umano.

Essenziale il contatto con altre persone trans: la varietà delle opzioni

Quando una giovane (e non giovane) persona transgender, appena scopertasi tale, entra a contatto con l’ambiente medico, spesso viene presentato di fronte a lui/lei il percorso standard, che ha come coronamento l’intervento ricostruttivo ai genitali.
Quando invece la persona trans entra a contatto con le associazioni e gli attivisti, viene fatto un lavoro sui concetti di identità di genere, ruolo di genere, espressione di genere, sulla visione che si ha di sè stessi, e sullo sguardo che l’altro ha verso di noi, che spesso ci influenza. Dopo un importante lavoro su di sé, la persona diventa cosciente di quali cambiamenti desidera intimamente per se stessa e quali invece sono indotti dall’esterno.
Alla luce di questo, è importante il confronto col variegato mondo dell’attivismo trans, non solo per lavorare sull’orgoglio relativamente alla propria condizione, ma anche per confrontarsi con vissuti divergenti, sia dal punto di vista estetico (med, non med, medicalizzato in parte), sia dal punto di vista identitario (ad esempio, tramite la realtà non binary).

Orgoglio maschile xx, quando si è invisibili

Un tasto dolente riguarda il maschile xx, che non viene “letto” come transgender, indipendentemente dal passing.
Un non med potrebbe apparire come una ragazza mascolina o una lesbica, o come un ragazzino biologicamente maschio, un med potrebbe apparire come un uomo nato maschio.
C’è una radice misogina in questa invisibilità della condizione transgender di biologia xx (tutto ciò che riguarda le persone nate femmine viene ignorato), ma ci sono anche motivi fisiologici (è più facile individuare come trans una persona con un vestiario indubbiamente femminile che ha dei tratti fisici tipicamente xy) e sociali (il vestiario maschile è diventato sempre più unisex, ed è per questo che le passing women venivano percepite come uomini, mentre una persona di biologia xx vestita da uomo, oggi, verrebbe percepita come donna).
Un altro problema è anche la poca caparbia del movimento ftm italiano e mondiale: quale miglior modo di rendere una realtà diffusa ed ordinaria se non quella di fare cultura in merito e diffonderla?

Percorsi alternativi e dignità

Sebbene il cuore mi porti a voler parlare dei percorsi alternativi che può intraprendere una persona transgender, spesso mi chiedo che senso abbia presentare la realtà non med quando questa in Italia non è riconosciuta.
A che titolo posso sensibilizzare le persone T a valutare anche questa opzione, se essa non consente il cambio del nome anagrafico e se le persone non sono sensibilizzate abbastanza per rivolgersi in modo corretto (senza deadnaming e misgendering) ad una persona “senza passing”?
Allo stesso modo, come possiamo esaltare i nostri molteplici modi di essere e di apparire in un contesto cis-sessista in cui il bullismo sui giovanissimi e il mobbing sugli adulti sono all’ordine del giorno?
“Trans is beautiful” non può e non deve essere soltanto uno slogan, un hashtag per il nostri selfie, ma deve essere una campagna quotidiana, per il nostro riconoscimento legale e sociale, per l’inclusione delle nostre particolarità in una società che è già multiculturale e multietnica, e dovrebbe fare un ennesimo salto per includere ed integrare anche noi.
Trans is beautiful è un lavoro costante che gli attivisti e le attiviste devono fare per dare dignità ai nostri percorsi e ai nostri modi d’essere.