Il caso di attualità delle tre professioniste che hanno ottenuto la possibilità di scelta del timbro con la A finale (su cui le donne hanno diverse posizioni, tutte legittime), ha scatenato un rigurgito di maschilismo, che ha coinvolto non pochi colleghi uomini, ma anche diverse donne, che, indipendentemente dal punto di vista sulla questione grammaticale, hanno riempito di like le battute sessiste ed ad argomento sessuale dei colleghi uomini, dimostrando di avere poca “coscienza di genere”, e un gran bisogno di “compiacere” i colleghi maschilisti, per non essere loro stesse il bersaglio della loro misoginia.

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Premessa

Come tutte le persone, anche io convivo con tanti aspetti e sfumature di me: sono un architetto, ma sono anche un attivista per i diritti civili, oltre che un bassista e tante altre cose.
Un tempo pensavo che un’unica pagina facebook potesse ospitare tutte le persone con cui mi relaziono sui social, avendo con loro almeno uno, spesso uno solo, di questi aspetti in comune: col tempo, ho capito che gli status di attivismo “davano troppo fastidio” ai colleghi architetti, e alcune questioni professionali davano troppo fastidio ai colleghi attivisti, alcuni dei quali molto più “anticapitalisti” di me. Volendo, però, relazionarmi sia agli uni che agli altri, concentrandomi su ciò che univa, piuttosto che ciò che ci divideva, ho diviso la pagina da attivista da quella in cui promuovo il mio blog a tema architettura, tecnologia e design.
Questo, mi ha portato a vedere quanta differenza ci fosse tra la scala valoriale degli uni e degli altri: a volte ero infastidito dall’esagerato “politically correct“, dal cosiddetto “boldrinismo/sinistrismo“, dalla monomania tematica, dei miei contatti dell’attivismo, a volte ero invece infastidito dal “trumpismo” imperante dei miei colleghi architetti, spesso conservatori, se non reazionari, lettori delle principali testate di destra, ma paradossalmente interessati ai miei saggi d’architettura e design, ai problemi dell’elevata tassazione dei liberi professionisti, dell’insostenibilità di Inarcassa, e dei problemi legati alla finta partita iva tra i giovani.

L’ambiente professionale degli architetti: tanto studio…ma poca coscienza politica

Per tanto tempo ho pensato di poter interagire con entrambe le subculture: attivisti con una profonda coscienza politica, ma poco emancipati professionalmente, non coscienti delle problematiche della libera professione, e dall’altro lato, persone con il mio stesso percorso accademico, abilitate alla professione come me, ma, a dispetto della grande cultura di settore, con scarsa coscienza politica, o capacità di approfondire le tematiche sociali, scarso rispetto delle minoranze.
Pensavo di potermi tappare il naso e condividere con ognuno di questi due gruppi i temi pertinenti ai relativi gruppi, ma quando sei attivista da 10 anni, e hai acquisito una certa consapevolezza, diventa difficile tacere quando viene proposta una questione che tocca sia l’attivismo, sia la professione: il tema del sessismo nelle professioni tecniche.

Il fatto di cronaca

E’ per caso, da un professionista maschio etero ed anziano, spesso avvezzo ad esprimersi con toni beceri e qualunquisti, che ho saputo dell’articolo di giornale che parlava delle tre professioniste che avevano chiesto, ed ottenuto, la possibilità di avere, come alternativa, “Architetta” nel loro timbro, tramite un modulo di richiesta facoltativo.
Ovviamente il “gentil signore” vomitava su queste tre professioniste un sacco di stereotipi e polemiche in malafede, tra cui delle “preoccupazioni“, tra cui che si “rischiasse” che le donne non pagassero più InArCassa e che fossero “favorite” nel lavoro.
A questo si aggiungevano link a giornali populisti che avevano dato la notizia in modo becero, con insulti alla Boldrini, provocazioni che non trovano riscontro nella grammatica (InarcassO, entO, autistO), battute a sfondo sessuale, o in generale sessiste.

Ho provato a scrivere in merito sul mio blog di architettura, ma, a parte alcuni preziosi contatti di alcune colleghe lettrici, e anche alcuni lettori uomini (colleghi e non) molto acuti, equilibrati e colti, ho dovuto accettare qualcosa che già temevo da tempo: l’analfabetismo funzionale dei miei arch-amici facebook che, in gran percentuale, hanno commentato l’articolo senza leggerlo (spero non progettino seguendo le stesse logiche, progettare senza l’analisi del territorio).

Nessuno, neanche le lettrici professioniste donne, sembravano essersi accorte del punto dell’articolo: non tanto l’introduzione della parola architettA (per cui l’articolo dichiarava la mia preoccupazione per l’imposizione del femminile come unica opzione), ma il rigurgito becero, che rappresenta una cartina tornasole di quanto questo machismo sia presente nel mondo dei professionisti e delle professioniste dell’edilizia, e di quanto le donne se ne siano abituate, tanto da non riconoscerlo durante episodi come questo.

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L’incapacità di tacere del maschilista: il bisogno di avere voce in capitolo su tutto

Mi ha sorpreso l’esigenza dei alcuni, non pochi, colleghi maschi di “buttare tutto in caciara” per far sì che nessuno, nella discussione, potesse prendere sul serio il tema. Molti colleghi uomini, hanno cercato in tutti i modi di sminuire il problema facendo sì che gli altri lettori e lettrici percepissero il tutto come qualcosa di inutile e frivolo.
Un altro strumento per minimizzare il problema posto dall’articolo è stato il benaltrismo: l’importante era chiudere l’argomento, con un risentimento che l’argomento fosse stato persino preso, talvolta ricordando altri problemi” delle donne (di cui però chi è intervenuto non si occupa, né intende occuparsene), o addirittura “i problemi del professionista”, cancellando la tematica femminile e lasciando intendere, o proprio dichiarando, che la donna, nelle professioni tecniche, non è affatto danneggiata, ma sarebbe addirittura avvantaggiata.
Poi ci sono stati quelli che, per non rischiare di apparire maschilisti (dopo “ho tanti amici gay“, “ho una compagna donna“), hanno chiarito che la loro compagna ha le palle e lotta ogni giorno (…).
Poi sono arrivati quelli (e quelle: anche le donne), che hanno cominciato con la storia che quando si tratta di un “ruolo”, il neutro maschile va bene. Chissà come mai invece “operaio/a” e “impiegato/a” non è un “ruolo”: il femminile disturba solo quando si tratta di posizioni di punta?
Infine (e avrei voluto risparmiarveli, ma ci sono anche loro), quelli che hanno iniziato a fare battute sulle tette, uomini dai 30 ai 70 che non potevano fare a meno di eccitarsi alla pronuncia di una parte del corpo femminile, come fossero dei sedicenni brufolosi in calore.
Certo, è importante chiarire che questa tipologia di uomo rappresenta solo una parte dei professionisti “tecnici”, che ci sono anche uomini illuminati, e non per forza elettori/attivisti radicali o di sinistra. Però non si deve essere ciechi: i sessisti sono ancora molti, e le professioni tecniche sono uno degli ambienti che soffre maggiormente il problema del maschile tossico.

La connivenza di non poche professioniste col maschio machista e benaltrista

Poi sono arrivate le donne. Prima le ingegnere che hanno dovuto ribadire l’infantile contrasto Ing VS Arch dicendo che solo gli architetti possono “masturbarsi” su questi temi frivoli (una forma di machismo che al posto di avere “xy” che vessa “xx”, stavolta avrebbe il duro ingegnere, maschio o femmina che sia, che sfotte il leggiadro ed eccentrico architetto frou frou e dedito a ciò che è lezioso).
Poi sono arrivate quelle che, difendendo i colleghi uomini, appena “vilipesi”, ne hanno vantato la “cavalleria”, oppure che hanno chiarito di essere capaci di farsi rispettare, e che “se una ha le palle non servono battaglie e non serve piangersi addosso (in pratica la disparità va bene, devono essere i singoli ad avere più palle della categoria privilegiata?).
Credo che ci fosse, in queste donne, un bisogno estremo di dimostrare appoggio all’uomo, mettendo persino dei like alle loro battute sessiste, e chiarire una distanza dalle tre “femministe”, scimmiottando le parole dei colleghi: che si trattava di un tema frivolo, e che le tre professioniste erano tre pazze, ridicole, e ideologizzate, (ma a volte anche lesbiche, solo perché non avevano i tacchi a spillo) oltre che, udite udite, l’insulto peggiore: di sinistra!
Infine, ci sono state quelle che, colpevolizzando la donna, dicevano che devono essere le altre donne ad evitare termini che possano scatenare machismo (parole che finiscono con tetta e tette), come se il problema non fosse il machismo dei colleghi. Insomma, siamo ai livelli della donna che viene violentata perché esce con la gonna. E queste sono signore laureate ed abilitate, e non certo in scienze del passeggio.
Nessuna sembrava indignata dal fatto che il 90% dei commenti era di uomini che credevano di avere il diritto di decidere come è giusto che la professionista donna venga chiamata o gradisca essere chiamata. Anche chi, legittimamente, non desidera la desinenza in A, se sollecitata a prendere posizione sul rigurgito machista e benaltrista dei colleghi maschi, si è negata, come se non volesse/potesse esprimersi, terrorizzata delle ricadute di una posizione ferma ed ostile ai colleghi maschi.
Ci sta, in un mondo di fine partite iva in cui quel maschio è il tuo “capo”, di cui sei “collaboratrice” senza alcun vincolo, da mandare via quando lui vorrà, anche senza “giusta causa”.

Il femminismo della differenza che chiede “l’imposizione” della A

Nel mio profilo da attivista, i feedback sono stati, invece, tutti ottimi, tranne per quanto riguarda le femministe della differenza.
Loro, che avrebbero potuto essere consapevolmente indignate del rigurgito maschilista, dei colleghi, e delle colleghe “ancelle”, non rese consapevoli da un percorso femminista: tuttavia si sono solo concentrate sul fatto che è ancora possibile “la scelta”: secondo loro, andrebbe “imposto” architetta, a maggior ragione per punire le colleghe, di certo “misogine interiorizzate”, che la A non la vogliono.
Attacchi anche alle soggettività transgender e non binarie che precisano che ogni femminismo, o movimento di liberazione, assume posizioni diverse sul linguaggio: che renderlo maggiormente binario non è per forza una soluzione, ma che neanche mantenere il maschile è una soluzione, e quindi propone di trovare soluzioni maggiormente neutre e inclusive, per garantire il benessere dei e delle professioniste non binary, non ancora tutelate da leggi che permettano il riconoscimento legale della loro autodeterminazione di genere.
Da parte loro, un tentativo di maternalismo e superiorità morale rispetto alle colleghe che non richiederanno il timbro con la A: nessuna volontà di ascoltare le motivazioni, di confronto in uno spazio protetto. Vanno “punite” perché sono “troppo indietro nel percorso di consapevolezza“.

Le colleghe attiviste chiedono la LIBERA SCELTA, ma si fa fatica a parlarne tra DIRETTE INTERESSATE

Ad ogni modo, a causa dell’analfabetismo funzionale, nessuno sembra essersi accorto che le colleghe impegnate in questa battaglia stanno lottando per la libera scelta, fornendo un servizio di informazione a chi vuole fare richiesta di cambio timbro, e non per l’imposizione. E questo dato non può essere irrilevante, perché cancella tutte le obiezioni di chi teme l’imposizione.

Sembra impossibile far sì che siano le dirette interessate a parlarne, in uno spazio protetto, in assenza dell’insopportabile manplaining, dove le donne si sentirebbero libere di dire la loro senza “scimmiottare” il maschio capo e cercare il suo consenso: è possibile che non si possa fare una conferenza, un webinar, un laboratorio, dove hanno voce in capitolo solo le persone che quel timbro lo devono poi usare?

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Il binarismo del linguaggio e le soggettività non binarie

Come Architetto, come attivista per il non binarismo, non posso tacere davanti al maschilismo delle professioni tecniche.
Da 10 anni mi occupo dei diritti delle persone gender non conforming, quelle non anagraficamente rettificate (perché l’attuale legge italiana non lo permette), e quelle di identità “non binaria”, quindi non allineata ai due poli (maschile e femminile), che preferirebbero forme neutre e che, in un mondo dove la grammatica non sia così connotata dalle “A”, dalle “O”, o da così grandi differenze linguistiche e sociali a seconda se hai un pene o una vagina, ci starebbero meglio.
Imporre differenze grammaticali di genere (sto dicendo imporre, come unica possibilità) significherebbe mettere a disagio persone gender non conforming di biologia xx (femminile) ed xy (maschile) che, in un mondo in cui le professioni esistono solo con quella differenza grammaticale, oltre a dover subire un nome e genere errato sui loro documenti, sentirebbero imposta la vocale sbagliata nei loro timbri professionali.
Ci sono già parole la cui declinazione riguarda solo gli articoli e i plurali: docente, insegnante, progettista, geometra: perché non trovare un equivalente anche per descrivere la nostra professione?
Per le donne impegnate nel femminismo, questo è chiaramente un problema secondario: per noi, che non rientriamo nelle aspettative di genere binarie, è ahimè IL problema (ad ognuno il suo, no?).
Se rimanesse la scelta tra Architetto e Architetta, o se (ancora meglio!) si aggiungesse la possibilità di usare forme neutre (progettista, architect, arch.), anche singolarmente e su richiesta, molte persone potrebbero stare meglio, ma questo non sembra importare a molte “femministe”, soprattutto della corrente “della differenza”, che problematizzano anche la nostra stessa esistenza.

Conclusioni personali

A questo punto, dopo aver visto atteggiamenti beceri da uomini machisti, da donne poco consapevoli, da donne ideologizzate, e tanti altri, mi chiedo davvero se io non abbia fatto bene a scegliere una carriera aziendale, circondato da donne che si sposano, partoriscono, supportate da un contratto a tempo indeterminato, perché non sono soggette ai ricatti della vita al femminile come finte partite iva, in un mondo basato sul binarismo di genere, quello dove a regnare è chi è “forte” socialmente, quindi il solito maschio etero che legge la stampa reazionaria.