Questo articolo è stato scritto per genitori, amici e partner di persone transgender, non binarie e questioning. Spesso, quando si sente parlare di “terapia esplorativa neutrale di genere”, il nome stesso può apparire rassicurante, suggerendo apertura e la possibilità di esplorare ogni sfumatura dell’identità. Però, dietro questo appellativo, alcuni critici sostengono che l’approccio possa nascondere pratiche che, invece di promuovere una vera esplorazione, tendono a imporre una visione ristretta e castrante dell’identità di genere.
L’obiettivo è fornire strumenti di riflessione per chi vive da vicino le esperienze di persone che attraversano un percorso di affermazione o questioning della propria identità, evidenziando come un nome apparentemente inclusivo possa celare dinamiche potenzialmente invalidanti.
Terapia esplorativa neutrale e criticità
Di recente si è diffusa in alcuni ambienti – in particolare tra i gruppi gender‐critical – la pratica definita “terapia esplorativa neutrale di genere”. Tale approccio, che si presenta come un percorso “esplorativo” volto a comprendere e analizzare le sfumature dell’identità di genere, viene invece criticato per essere, a detta dei suoi oppositori, un vero e proprio strumento di terapia riparativa mascherata. In altre parole, secondo queste critiche, l’unico “campo di esplorazione” sarebbe l’adesione al sesso biologico, mentre pratiche come il deadnaming e l’assegnazione di pronomi basati sul sesso biologico – e non sull’identità di genere dichiarata – farebbero parte di un modus operandi finalizzato a confermare una visione ristretta e biologica del genere.

Terapia esplorativa neutrale di genere: cos’è?
Un ulteriore elemento da analizzare riguarda l’origine e la struttura della “terapia esplorativa neutrale di genere”. Secondo fonti online, questo modello è emerso nei primi anni 2010 come risposta da parte di alcuni terapeuti e gruppi gender‐critical – tra cui Genspect e GenerAzione D – alla diffusione della psicologia affermativa di genere, che accoglie acriticamente l’autodichiarazione dell’identità di genere senza ulteriori verifiche. I promotori di questa terapia sostengono che sia necessario “esplorare” in modo neutro e approfondito il funzionamento del Sé, analizzando le eventuali incongruenze tra il sesso biologico e l’identità dichiarata, al fine di aiutare il paziente a comprendere se il proprio percorso di questioning rappresenti un’esperienza transitoria o una condizione da trattare con interventi più strutturati.
In pratica, il modello prevede un iter che combina sessioni individuali o di gruppo focalizzate sull’esplorazione delle dinamiche familiari, sociali e personali che potrebbero influenzare il disagio di genere, con l’obiettivo finale – secondo i suoi sostenitori – di individuare se vi sia la necessità di procedere verso terapie ormonali o chirurgiche. Tuttavia, i critici evidenziano come, nonostante il nome suggerisca apertura e pluralità, il percorso si traduca spesso in una sorta di “terapia riparativa” volta a ripristinare la corrispondenza tra sesso biologico e identità, limitando così la possibilità di vivere e riconoscere identità di genere non conformi.
Un percorso “esplorativo” o una terapia riparativa?
Le organizzazioni come Genspect e GenerAzione D hanno sollevato critiche nei confronti della psicologia affermativa di genere, proponendo invece un percorso psicoterapeutico definito “esplorativo” o “neutrale di genere”. Secondo i critici, il termine “esplorativa” è fuorviante: l’unica “esplorazione” proposta riguarda la verifica dell’aderenza al sesso biologico, piuttosto che l’indagine sulle molteplici dimensioni dell’identità di genere.
Da questo punto di vista, il nome stesso del percorso – che sembra voler trasmettere un’apertura verso una pluralità di identità – servirebbe in realtà a mascherare un approccio riparativo volto a “correggere” l’identità di genere nei minori, spesso presentato come un’opzione per genitori in buona fede che desiderano esplorare tutte le possibili sfumature.
Il deadnaming e l’uso dei pronomi
Un altro aspetto al centro delle critiche riguarda le modalità linguistiche adottate durante tali terapie. Diverse testimonianze e studi evidenziano come, in questi contesti, le persone possano essere chiamate col nome anagrafico – ovvero il cosiddetto deadname – anziché utilizzare il nome di elezione scelto in seguito al percorso di affermazione di genere. Inoltre, sembra che vengano utilizzati pronomi che si allineano esclusivamente alle caratteristiche anatomiche osservabili, piuttosto che rispettare l’identità di genere dichiarata dal paziente. Tali pratiche sono viste dai critici come espressione di una visione cisnormativa che nega la validità dell’autodichiarazione di genere, contribuendo a una forma di invalidazione identitaria.
Le implicazioni per i genitori e il dibattito pubblico
Per molti genitori – preoccupati per il benessere dei propri figli – l’idea di intraprendere una terapia che, a prima vista, si presenta come un percorso di esplorazione aperta a tutte le sfumature di genere, risulta rassicurante. Tuttavia, se il percorso si traduce nella conferma esclusiva del sesso biologico, il nome “esplorativa” rischia di indurre in errore chi si affida a professionisti con intento genuino di aiuto. In questo senso, i critici sostengono che il termine venga usato per “ingannare” genitori in buona fede, promettendo un’approfondita analisi dell’identità di genere mentre, nella pratica, si orienta verso una terapia riparativa.
In alcuni ambienti del Regno Unito, ad esempio, esistono raccomandazioni psicoterapeutiche che, sebbene etichettate come “esplorative”, seguono un approccio fortemente influenzato dalla visione gender-critical. Questi protocolli enfatizzano il ritorno a una corrispondenza tra sesso biologico e identità, piuttosto che sostenere la pluralità delle esperienze di genere.

Terapia esplorativa-neutrale di genere: una testimonianza
Leggendo la pagina “Ho seguito la “terapia esplorativa di genere” che alle Gender Critical piace tanto” (link ai piedi dell’articolo), dove una persona transgender in direzione ftm racconta la sua testimonianza con questa terapia, si evincono i seguenti punti:
Contesto e aspettative: La persona era depressa fin dall’adolescenza e sperava di trovare aiuto in una terapia “specializzata in questioni di genere”. Aveva anche fatto coming out con i genitori come transgender ftm, immaginando un sostegno che non è mai arrivato.
La terapeuta e il metodo “esplorativo”: La figura professionale si è rivelata sgradevole e ostile. Ha minimizzato la depressione della persona (nonostante tentativi di suicidio), ha insistito su una presunta diagnosi di autismo e cercava di parlare con i genitori senza la sua presenza. Inoltre, utilizzava l’approccio che si usa con i pazienti psichiatrici che soffrono di dismorfofobia.
Approccio di conversione mascherato: La terapeuta applicava tecniche simili alla CBT ma finalizzate a invalidare l’identità di genere maschile dichiarata dalle persona. Cercava la “vera causa” della disforia, considerandola frutto di fattori estranei (autismo, influenze esterne), e spingeva l’idea di “neutralità corporea”, invitando a dissociarsi dal proprio corpo.
Isolamento e dubbio di sé: Si tentava di rompere i legami con chi sosteneva l’affermazione di genere e di instillare dubbi continui. Il paziente si rende conto di come una persona più fragile o più giovane avrebbe potuto subire danni maggiori.
Conseguenze emotive: La terapia non è stata traumatizzante in sé per il paziente ftm, ma lo è stato lo scontro con la realtà dei genitori ostili. Ha provato a “mettere in pratica” alcune tecniche per ridurre la disforia, arrivando a negare sé stesso: ha cambiato ambiente, ignorato i vecchi amici, represso ogni pensiero disforico. La disforia è diminuita, ma la depressione e l’ideazione suicidaria sono rimaste, non avendo apparentemente più una causa razionale.
Conclusione: La “terapia di esplorativa” (quindi l’approccio di “conversione”) può apparentemente ridurre la disforia, ma non rende felici: si limita a “spostare” il dolore invece di risolverlo. Secondo i sostenitori di questo approccio, è preferibile all’opzione dell’affermazione di genere, ma per la testimone la felicità autentica non si ottiene in questo modo.
Analisi dello scenario
Il dibattito sulla “terapia esplorativa neutrale di genere” riflette le profonde divergenze che esistono oggi nel campo dei modelli di intervento psicologico relativi alla disforia e all’identità di genere. Da un lato, c’è chi promuove un approccio affermativo e inclusivo, che riconosce la complessità delle identità di genere e la legittimità dell’autodichiarazione; dall’altro, i gruppi gender-critical criticano ciò che considerano pratiche che, sotto una veste apparentemente neutra e “esplorativa”, impongono un ritorno a un modello basato esclusivamente sul sesso biologico – pratiche che includono il deadnaming e l’assegnazione dei pronomi in base al sesso biologico. In questo scenario, il nome con cui viene pubblicizzata la terapia potrebbe risultare fuorviante per quei genitori che, affidandosi a un percorso dall’apparenza imparziale, sperano davvero in un’esplorazione autentica delle diverse dimensioni di genere.
Fonti consultate:
(Disforia di genere – Wikipedia, che menziona le critiche di Genspect e GenerAzione D)
Ho seguito la “terapia esplorativa di genere” che alle TERF piace tanto
(Studio sul misgendering e deadnaming nelle esperienze transgender)
(Discussioni online e raccomandazioni psicoterapeutiche nel Regno Unito in chiave gender-critical)
Questa analisi intende fornire una panoramica critica e documentata delle controversie legate a questa pratica terapeutica, evidenziando le aree in cui ulteriori ricerche e dibattiti sono necessari per garantire il benessere e il rispetto delle identità individuali.