Mala Strella, la stilista che propone la moda non binary e libera da stereotipi

Oggi intervistiamo Laura Cimino, in arte Mala Strella, stilista che propone una moda non binaria e libera dagli stereotipi di genere.
Originaria di un paesino a pochi metri dal mio, Mala Strella ( ha da poco aperto un delizioso shop online che potrebbe dare grandi opportunità per diffondere una nuova idea di immagine. Ma passiamo alle domande che le ho rivolto…

Raccontaci un po’ di te. fino a quando hai vissuto in Sicilia? Perché poi sei andat* via? e perché poi hai deciso di tornare?

Ho vissuto in Sicilia, nello specifico a Palermo per quasi trent’anni. Ho viaggiato molto spinta dalla curiosità. Ad un certo punto ho deciso di trasferirmi a Bologna in cerca di lavoro, come molti altri meridionali. Inoltre ricordo che non tolleravo più il clima provinciale della mia città, ma quando me ne sono andata ho pianto tantissimo perché in fondo è stato difficile tagliare questo cordone ombelicale. Poi sono ritornata per assistere mia madre, proprio in un periodo in cui mi trovavo ad un bivio, ovvero rimanere in Italia o trasferirmi in Scozia.

In Sicilia che ambiente c’è per le persone non binarie, transgender, ed LGBT in generale? hai contatti con circoli culturali del luogo?

Da quando sono ritornata ho trascorso gran parte del mio tempo in isolamento sia legato alla pandemia sia in parte volontario avendo scelto di vivere in campagna. Ho contatti con individui appartenenti alla sfera LGBTQIA+ ma non riesco ad avere un’idea d’insieme, anche se mi pare che le iniziative a Palermo non manchino mentre i paesi sembrano una sorta di buchi neri nei quali non avviene mai nulla di vagamente degno di nota.

Come mai il progetto si chiama Mala Strella?

Mala Strella è il soprannome affettuoso con cui chiamavo il mio cane. Quando è morta le ho dedicato il progetto. È un modo per esorcizzare qualsiasi evento negativo.

Sei anche tu una persona non binaria?

Sono una donna che ha sempre fatto fatica a riconoscersi nel proprio ruolo di genere. Provo una profonda idiosincrasia nei confronti dei discorsi, meglio definibili come fallacie argomentative, che cominciano con il famoso voi donne. Aggiungere una banalità a caso tipo perché andate in bagno insieme. Chi lo sa, io non l’ho mai fatto e se l’ho fatto ero ubriaca e non me lo ricordo. Inoltre molto spesso, più in fase pre e post adolescenza, ho provato una lieve disforia che mi portava ad indossare abiti maschili. Adesso ho risolto fregandomene degli stereotipi.

La moda si interessa da molto tempo di “genderfluid”, ma sempre su corpi androgini molto magri e senza peli. La comunità non binaria, invece, spesso ha temi intersezionali con la body positivity, la disabilità, l’orgoglio per la peluria: la tua linea che proposte ha per “vestire” in modo rispettoso tutte queste soggettività non conformi?

Ciò che avviene nell’alta moda o nella fast fashion non mi entusiasma particolarmente. Penso di aver deciso, dopo un lungo periodo di gestazione e incertezza, di lanciare questa collezione proprio perché sentivo la necessità di affrontare la questione con dei toni meno superficiali. Partendo dal presupposto che la nuova parola magica sia inclusione, che in effetti mi sembra davvero poco rappresentata dai corpi dei modell* dell’haute couture e dalle collezioni insipide in cui i brand cercano di evitare consciamente qualsiasi tipo di sex appeal. Il mio obiettivo si basa sulla consapevolezza che non abbiamo bisogno di separare i vestiti per genere. E che l’unico modo per affrontare la questione sia proporre degli indumenti che possano andare bene per tutt* evitando roba informe e beige. Riguardo l’intersezionalità, è sempre stata alla base delle mie riflessioni partendo dall’antispecismo. E per quanto riguarda l’aspetto artigianale delle mie creazioni, l’origine del mio affetto per la sartoria, nasce dall’imprinting di una mia zia, sorella di mia madre, nata con una disabilità importante. Lei cuciva gli abiti prima di tutto per sé proprio perché nei negozi non trovava nulla che andasse bene per il suo corpo non conforme. Era una persona forte, indipendente e molto creativa. Io ho cercato di preservare questa eredità non soltanto come testimonianza ma impegnandomi ad essere utile a chi avesse la specifica necessità di trovare capi pensati per determinate esigenze. Ecco perché lavoro molto su ordinazione cercando di venire incontro a qualsiasi necessità.

A volte una persona non binaria vuole un vestiario totalmente androgino e unisex. Altre volte si vogliono valorizzare le caratteristiche di un corpo che non sono “iconiche” del sesso biologico. Un ragazzo non binary, magari anche oversize, potrebbe, ad esempio, voler vestire in modo maschile ma senza che lo sguardo vada sul petto. La moda può creare suggestioni che valorizzino le persone non per il sesso ma per il genere?

La moda è un linguaggio che cerca di esprimere il nostro mondo interiore, quindi va al di là del sesso biologico ma va alla ricerca della nostra identità di genere. Il mio stile rifugge i limiti delle definizioni in ambito sessuale, cercando di venire incontro a chi vuole uscire svincolarsi da un preconcetto legato ai generi. La moda deve essere iconoclasta, abbattere le convenzioni sociali e liberare il concetto dalla gabbia della forma. Quindi con un vestito posso mettere in risalto una parte del corpo, nascondendone altre, soltanto dopo averle slegate dal suo carattere iconico.

Nudità e non binarismo: costumi da bagno. Come nativa di una località marina, come potresti mettere a proprio agio le persone non binarie e transgender in vacanza? Esistono costumi che non rendano lampante la biologia?

Certo, la moda, come l’arte, non segue i cambiamenti della società ma li anticipa. Detto ciò e partendo dal presupposto che secondo me milioni di persone con identità di genere diverso tra loro, non si possono appiattire ad un terzo genere, perché cosi si perderebbe completamente il concetto di inclusività e di rivoluzione, non riesco a darti attualmente una risposta che ritenga universale e oggettiva. La mia è una proposta da vedere come un punto di partenza e non di arrivo. La linea di quest’anno prevede dei bikini modellanti che diano la possibilità, a me in primis, di stare a proprio agio in spiaggia. Ma già dal prossimo anno vorrei ampliare la gamma di modelli per venire incontro ad altre esigenze.

Parlaci della tua start up. Come è nata l’idea? Raccontaci la storia della tua boutique

L’idea è nata durante un annus horribilis in cui una malattia invalidante mi costringeva a trascorrere gran parte del mio tempo a casa. A quel punto mi sono detta che era arrivato il momento per potermi dedicare a ciò che avevo sempre sognato fare. Ovvero disegnare, e poi stampare le mie stoffe veicolando messaggi sia politici che legati al mio immaginario poliedrico. Da lì in poi è stato un crescendo, dalle maglie serigrafate diy e all’upcycling, alla stampa digitale e al cucito sartoriale. Un’avventura che si è evoluta mantenendo sempre fede alle proprie origini irriverenti e che mi ha dato la possibilità di rinascere e di confrontarmi con altre realtà interessanti.

Il negozio è soprattutto Online, ma ti piacerebbe fare attivismo non binario anche sul tuo territorio? Anche solo tramite l’immagine?

Si, il mio negozio è principalmente online, ma prima della pandemia viaggiavo sia per lavoro ma anche per attivismo. Faccio fatica ad immaginare il mio lavoro slegato dall’attivismo, quindi si mi farebbe piacere anche essere presente nel territorio.

Capelli e peli: nonostante siano aspetti non legati alla chirurgia, possono rendere un corpo “non binario”, ma ci sono molte resistenze. Una persona xx non si può permettere di girare con le gambe pelose, indipendentemente dalla sua identità di genere, e barbieri e parrucchieri si dimostrano ancora molto binari nel far accedere persone con una certa biologia o assecondare i loro desideri per un taglio di capelli. E anche i negozi, spesso, hanno personale non formato, che accoglie una persona percepita femminile, ma nel reparto maschile, come se stesse per forza comprando un regalo al fidanzato, o che sia lì perché non trova le taglie.

Non vedo un* parrucchier* dal secolo scorso e non sono mai stata da un’estetista. Questo principalmente perché proverei un forte disagio ad ascoltare argomentazioni sessiste, transfobiche, razziste da parte di una persona che nel frattempo manipola il mio corpo. Se determinati individui che hanno rapporti con il pubblico sono incapaci di scegliere con cura le parole da non dire, allora mi pare chiaro ci sia bisogno di formazione e direi anche di educazione sentimentale nelle scuole primarie e secondarie.


Laura Cimino, in arte Mala Strella

Oversize: molte persone non binarie lo sono, ma il mercato della moda maltratta le persone oversize, soprattutto se xx. Non produce vestiti per loro, e se li produce non sono “sexy”, e trasmette il messaggio che la persona debba far ricorso a vestiti “speciali” per obesi. Come stilista cosa ne pensi

Penso che io per prima ho avuto una difficoltà enorme a trovare modell* oversize. In realtà non ho trovato nemmeno una taglia 44 né tramite agenzie e nemmeno su pagine social. Al punto che ho deciso che nella prossima collezione farò delle scelte molto neo realiste scegliendo persone del movimento LGBTQIA+ che abbiano il piacere di essere coinvolte nel mio progetto. Questo sottintende che rifiuto l’idea che esistano indumenti per obesi, determinati brand americani e nord europei che seguo, hanno già sdoganato questa idea da tempo, ma in Italia è tutto sempre più lento e complicato.

Non solo vestiti, ma anche accessori…possiamo trasmettere anche tramite quelli il nostro “non binarismo”? I gioielli sono solo “cose da donne”? e i trucchi?

Ciò che penso degli indumenti va esteso anche ad accessori e trucchi che ovviamente ritengo non abbiano un genere di riferimento. In varie epoche, dagli antichi egizi al periodo barocco, gli uomini si truccavano e indossavano gioielli sfarzosi. La divisione fra cose per maschi e cose per femmine è relativamente recente. I baby boomers (per carità nessuno mi tacci di ageismo perché non è colpa mia se questo neologismo viene usato spesso con accezione negativa) non apprezzavano l’approccio gender neutral degli anni settanta, e quindi nacque il binario blu-rosa.

Icone non binarie: chi può aiutarci a trasmettere una cultura estetica non binaria. I maneskin? Elliot Page? Demi Lovato? Chi sono i tuoi riferimenti? E quali quelli del passato?

Per quanto non apprezzi musicalmente i Maneskin o Demi Lovato, penso che dal punto di vista iconografico stiano sdoganando determinati concetti fra i più giovani e questo non posso che ritenerlo positivo. Personalmente seguo con interesse Josephine Yole Signorelli in arte Fumettibrutti e Helena Velena.

Un’ultima domanda: che messaggio vuoi lasciare alle giovani persone non binarie?

Manifestate i vostri diritti con rabbia e creatività, inventate nuovi linguaggi, vestitevi come volete e sfuggite a qualsiasi catalogazione.