Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante nel testo di Mary Nicotra, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it