Un episodio di “ordinario” patriarcato: ma è stato solo questo?

Femminicidio con movente patriarcale in provincia di Napoli. Sarebbe stata una delle tante storie che racconta il degrado della periferia italiana: una sorella che sceglie “l’uomo sbagliato” e il tutto finisce con un pestaggio al fidanzato, l’obbligo di lasciare il ragazzo (sempre se fosse rimasto vivo), e la “legge della giungla”, per cui il maschio della famiglia decide per figlie, sorelle e mogli. Una vicenda di ordinario patriarcato.
Ma la vicenda di Caivano non è solo questo (dove il “solo” è rigorosamente tra virgolette). Il tentativo di “eliminare” il cognato viene fatto mettendo in pericolo la vita stessa della sorella, che, “ormai infettata” non aveva più diritto a vivere. Infettata da cosa? Dal fatto che il suo compagno è un uomo trans, ed è questo il “piccolo particolare” che fa sì che si tratti di un episodio non solo di misoginia e patriarcato (del fratello verso la sorella) ma di transfobia (Maria Paola si era allontanata dalla famiglia, andando a vivere col ragazzo in un paese vicino, perché non accettava Ciro come uomo).
E così il fratello di Maria Paola sperona il loro motorino, mentre, carico d’odio transfobico, minaccia di morte Ciro, Maria Paola cade a terra e muore. Suo fratello scende dalla macchina ed, al posto di soccorrere la sorella, riempie Ciro di botte, quel Ciro che non veniva accettato come uomo, ma a cui si riserva una “resa dei conti” al maschile (non una violenza sessuale, ma un pestaggio).

La violenza e l’ignoranza dei Media, anche “di sinistra”

I giornali raccontano la vicenda. Sorprendentemente, giornali conservatori come “Il Messaggero” e “Tgcom“, riescono a rispettare l’identità di genere di Ciro (persino “Il Giornale” riesce a risultare civile, dicendo, non senza punti in cui manca l’eleganza) che in quel quartiere veniva accettato tutto, persino stupri e pedofilia, e non l’amore di una ragazza per un ragazzo trans, chiarendo anche che, nel quartiere, la gentaglia del loro rione ha «promosso» solo al rango umiliante di masculillo, l’opposto del femminiello), mentre Rai1 lo trasforma in “Cira” e parla di “relazione gay”, e Repubblica, storico giornale non di certo a destra, non riesce a fare a meno di precisare che il nome anagrafico è Cira e la biologia è femminile. Enrico Mentana usa l’espressione “Maria Paola e il suo trans”,
Nell’arco delle prime ore, però, molti mandano le rettifiche, iniziando a parlare tutti di Ciro al maschile, definendolo uomo trans.

Perché non ha senso definirlo un caso di lesbofobia

In un reato come quello di Caivano, il movente è influenzato dall’ignoranza dei colpevoli. Ciro, che nella sua videointervista chiarisce che è Ciro, così vuole essere chiamato dai giornalisti, e che è uomo, chiarisce che la famiglia di Maria Paola, diversamente dalla sua, non lo accettava come uomo (transfobia), e vedeva la coppia come composta da due donne. Tuttavia, per loro, era Ciro “l’infezione trans”, che “inquinava” una ragazza “normale”, quindi è difficile capire esattamente come la coppia fosse vista dalla famiglia di Maria Paola. Tante discriminazioni si intrecciano: la misoginia verso la sorella, vista come “proprietà” della famiglia, priva di libero arbitrio, la transfobia verso Ciro, l’omofobia di chi non era in grado di vederli in modo diverso da “due donne”, e considerava sbagliata una relazione tra “due donne”. E poi c’è il movente del degrado: ci sono omicidi, come quello di Maria Paola, come quello di Willy, che non si sarebbero compiuti in un contesto sociale diverso.
Tuttavia, chi pensa che sia un caso di lesbofobia e misoginia non ha chiaro cosa sia la transfobia. Quando un coming out transgender viene ignorato, quando una persona viene ricondotta al corpo e ai genitali, quando viene vista solo come appartenente al sesso biologico, quando il suo orientamento viene ricondotto al suo corpo, quella è transfobia. Quando una donna transgender viene pestata, ma il picchiatore non sa distinguere “uomo gay effeminato” da “donna trans”, si tratta comunque di transfobia (o, se vogliamo analizzare il fenomeno nelle sue complessità, potremmo al massimo parlare di “omotransfobia“, ma non certo di “omofobia”). Quando un ragazzo ftm fa coming out al lavoro, e viene ignorato, chiamato ancora al femminile, non è “misoginia”, è transfobia.
Forse questo episodio è un modo per tutti per capire cosa è la transfobia. Se i femminismi e Arcilesbica avessero voluto fare bella figura, avrebbero semplicemente dovuto dire che sarebbe stato meglio parlare di “omotransfobia” per non escludere la sfumatura omofobica dovuta all’ignoranza degli aguzzini, ma hanno deciso di agire offendendo Ciro e tutto il movimento T.
Se possiamo avere un dubbio, che quella del fratello Michele sia “omotransfobia”, quella di Arcilesbica e delle gender critical è sicuramente Transfobia.

La vergognosa transfobia di Arcilesbica

Chiariamo una cosa: se un ragazzo coi pantaloni rosa, etero, viene pestato, scambiato per Gay, è omofobia. E sicuramente è il caso che Arcigay scenda in campo per parlarne: ma avrebbe senso farlo insistendo sul fatto che quel ragazzo “in realtà sia Gay”?
Questo è quello che ha fatto Arcilesbica con Ciro Migliore.
Ai media che avevano parlato di “relazione gay”, risponde Arcilesbica correggendo: era una relazione lesbica, tra due donne, postando un disgustoso status di una loro affiliata che chiarisce che “Cira pensava di scappare dalla lesbofobia facendosi chiamare Ciro, ma la lesbofobia ha visto quel poco di femminile che era rimasto” (status sparito dopo la protesta di migliaia di attivisti LGBT).
Insomma, Arcilesbica e i suoi famigli hanno “deciso” che Ciro era solo una lesbica che non si accettava, e che se nasci in un corpo xx sei donna e basta. Insomma, Arcilesbica, e la corte dei miracoli del femminismo “gender critical” hanno “deciso” che Ciro si definisce uomo solo per ignoranza e lesbofobia interiorizzata, e “uccidono” questa coppia due volte. Parlano delle “ferite del corpo di donna” di Ciro, e della sua forza fisica inferiore (non è che sarebbe andata diversamente se fossero stati speronati in scooter due uomini gay), ma a parte questi dettagli, tutti confutabili uno per uno, la cosa che lascia basiti è lo sciacallaggio: una tragica morte usata per ribadire il biologismo, e che gli uomini trans, secondo loro, sono donne: la triste contesa per rivendicare una “lesbofobia” che non c’è: è evidente per tutti che è un chiaro caso di transfobia, ma ad Arcilesbica non essere sotto i riflettori pesa. Un anno fa di questi tempi era stata uccisa Elisa Pomarelli, e lì era sacrosanto che il femminismo/l’associazionismo lesbico fosse in prima linea. Vi immaginate se, un anno fa, le associazioni T avessero rivendicato che Elisa fosse Eliso per via del “look androgino”? Vi sembra diverso ciò che stanno facendo con Ciro le associazioni “gender critical”?

L’elegante mossa “antropologica” e “folkloristica” del femminismo della differenza

Il femminismo “etero” “gender critical” ci mette del suo, facendo sciacallaggio, usando i “cori” delle donne di Caivano che “difendono l’amore tra donne”, o che, nella loro ignoranza e nel loro non saper andare oltre, usano il termine Masculillo per descrivere Ciro. Nei blog delle femministe “Masculillo” diventa “Masculilla” (google non lascia dubbio, solo loro lo usano al femminile), per chiarire che Ciro era donna o “al massimo” di un terzo genere, come se (anche se non è questo il caso), anche le persone “non binary” non fossero vittime di transfobia.

Non è misoginia/patriarcato se la vittima è una donna etero?

Se il desiderio è parlare di misoginia, patriarcato, femminicidio, la morte di una ragazza mi sembra un motivo buono per farlo. Se Ciro fosse stato un ragazzo, biologicamente maschio, maghrebino, o semplicemente un ragazzo diverso da quello scelto per Maria Paola, e lei fosse stata uccisa per questo, non sarebbe stato sufficiente per intervenire contro misoginia, maschilismo e violenza familiare sulle donne? No. Pare che debba essere “donna” anche Ciro.
E un aspetto che nessuno sembra voler trattare è la transfobia che ricevono i nostri partner, colpevoli solo di amarci, indipendentemente che siano etero, omo o bi.

E, se questo teatrino non fosse sufficiente, arriva la “gara di vittimismo”, con le femministe che dicono che “stanno parlando troppo di Ciro, la vera vittima è Maria Paola”.

“Lo misgenderiamo perché non prende ormoni”

Per finire in bellezza, oggi troviamo sulle bacheche di Arcilesbica Nazionale e Marina Terragni uno status condiviso che chiarisce che loro useranno Cira finché qualcuno non garantirà che Ciro era nel percorso medicolegale/ormonale, ribadendo che “i transessuali” meritano il rispetto, gli “autocertificati” no. Dopo quest’affermazione, ribadiscono quindi la loro volontà che la legge Zan non tuteli chi non è nel percorso medico-legale (quindi, ad esempio, Ciro stesso).
Non sappiamo se Ciro fosse in ormoni, se avesse difficoltà ad iniziare il percorso per via dell’ambiente degradato in cui vive, se fosse pre-T o semplicemente “non med”, ma un noto film ormai di decenni fa, Boys don’t cry, parlava di un ragazzo T al di fuori del percorso ormonale, ma quando il film è uscito, nessuno ha insinuato che fosse un film “lesbico”. Insomma: si era più evoluti negli anni novanta. Possiamo dire quindi che, la precisazione di Arcilesbica, è un caso emblematico di “la toppa è peggiore del buco”.

Conclusioni

L’episodio tragico, e il triste epilogo che riguarda i media e le associazioni lesbiche/femministe, dimostra che la legge Zan (nella sua attuale configurazione, che cita l’identità di genere) è fondamentale, per tutelare le persone T “da destra” (la transfobia degli etero, dei media) e “da sinistra” (la transfobia di un certo attivismo lesbico e femminista).