
È il giorno della settimana in cui lavoro full remote.
Quando arriva quel giorno, me la prendo comoda: vado al bar, quello in cui vado da 17 anni, e al posto di consumare la colazione al bancone mi siedo.
Si tratta di un bar gestito da cinesi. Credo abbiano cambiato gestione anni fa, e ora ci sono delle ragazze giovani, forse parenti dei precedenti gestori, anch’essi cinesi.
Prima di entrare, nel percorso a piedi di circa un chilometro (il bar era vicino alla precedente casa, ma l’ho mantenuto anche quando 10 anni fa mi sono trasferito), ho mandato dei messaggi audio a un amico, che fa il mio stesso lavoro, e ci confrontiamo sulla libera professione.
Poi al bar, in silenzio, stavo guardando il cellulare, dentro l’app bancaria, ed ero contento del vedere che tre clienti avevano appena pagato. Pensavo già a dopo, a rimettermi al lavoro dopo questo momento.
Ed ecco la scena: tre donne anziane mi fissano.
Mi guardano con disprezzo e ne parlano tra loro in milanese. Decido di fregarmene. È uno dei giorni più belli della settimana per me e mi hanno pure appena pagato diversi clienti.
Eppure loro non si fermano qua. Avvertono le gestrici, le chiamano, e dicono che io sto rovinando loro la colazione a causa del mio aspetto, o forse della postura.
E pensare che non sono neanche vestito “da battaglia”: in altri momenti mi avrebbero visto con anfibi, pantaloni militari, maglietta tecnica aderente nera, giacca di pelle nera, sfumatura alta. Ma no, oggi sono “in borghese”. Ho dei pantaloncini che arrivano al ginocchio, una maglietta beige, e delle sneakers.
Iniziano a dire che non va bene la mia postura, i polpacci a vista, che sto rovinando loro la colazione.
E allora divento cattivo (giudicatemi pure) e divento ciò di più lontano che ci sia dalla mia virilità costruita. Mi vedono forse come “donna inadeguata” anche se sono uomo?
E allora dico che essendo giovane per me non è un problema mostrare i polpacci. Se loro vogliono coprirsi lo facciano, senza disturbare me. Forse pecco di ageismo, ma è l’unica cosa che dico reagendo. Poi subentra, dolorosamente, autocontrollo.
Si alzano delle persone da un altro tavolo. Due uomini, uno sessantenne, l’altro cinquantenne con la testa folta e rasata. E due donne, truccate in modo volgare.
L’uomo mi rivolge un insulto sessista: “Sei fortunata a essere donna, altrimenti ti porterei fuori e ti piccherei.” Io dico che non sono donna, non ho paura di questo nazi skin della domenica. E poi dico che se avesse osato portare avanti il suo proposito avrei chiamato la polizia.
Le gestrici non fanno niente. E so anche perché: spesso gli esercenti immigrati hanno una sorta di soggezione verso il cliente italiano. È una cosa culturale. Non voglio però giustificare, perché sono cliente anche io. Forse hanno pensato che perdere sette clienti fosse peggio che perdere me.
Me ne vado. Sono nervoso. Chiamo il mio compagno. Mentre ero al telefono con lui, un signore mi raggiunge. Mi dice che avevo ragionissima in tutto, che ha provato a far ragionare le esercenti, che alla fine hanno parlato alle anziane, ma hanno detto cose maternaliste come “tu non sei tua madre”, come se nel mio look o postura ci fosse qualcosa di sbagliato.
E così dopo 17 anni non vado più in quel bar.
Non so cosa scatenerà la mia condivisione. Spero non pietismo. Non racconto questo per compassione: lo racconto perché ogni volta che una persona transmasc viene attaccata in pubblico, il messaggio è che dobbiamo sparire. Io non sparisco.
Forse non scatenerà niente. Forse invece porterà condivisioni e “cordoglio”. E succederà quello che succedeva quando ero un attivista “famoso”: la gente mi ricondivideva a bomba se accadevano cose brutte, ma poi non dava attenzione alle mie idee, al mio pensiero, all’elaborazione culturale. Ed è quella che cambia il mondo.
Detesto il vittimismo, davvero. Ma questa storia l’ho raccontata per motivi politici, non per farmi accarezzare come un cane bastonato.
Ho tenuto la linea e sono fiero di me. Soprattutto perché questo è accaduto proprio perché sono visibile come diverso, in un mondo in cui sempre più persone transmasc hanno paura e performano con aspetto femminile rassicurante e anche attraente per l’uomo eterosessuale.
Dopo 17 anni ho lasciato quel bar. Non per paura, ma per fedeltà a me stesso.
Chi vuole davvero capire, non commenti soltanto: si schieri.