L’acceso dibattito sulle donne trans nello sport agonistico e i retroscena ideologici

Nonostante ci sia spesso malafede nel portare in ordine del giorno il tema delle persone transgender nello sport, l’unica soluzione è non censurare e provare insieme a definire delle linee guida sostenibili affinché non ci siano discriminazioni e disparità in nessun senso.

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La polemica sullo sport agonistico come grimaldello del femminismo “biologista”

Il dibattito sulla presenza delle persone transgender nello sport agonistico, uno dei pochi ambiti in cui la differenza prestazionale dovuta ai corpi ha un valore, è improvvisamente stato messo all’ordine del giorno tra gli argomenti di discussione riguardanti il movimento LGBT.

E’ un momento particolare della storia del movimento T, poiché si rivendica il diritto al riconoscimento sociale e legale della propria identità di genere, senza alcuna imposizione di intervento tramite ormoni e chirurgia.

Questa richiesta è stata fonte di grandi polemiche con un’area del movimento, principalmente popolata da femministe con un approccio “biologista” e che praticano il “negazionismo dell’identità di genere”(ovvero sostengono che esistono solo i sessi biologici e i ruoli di genere come costrutti sociali), le quali sostengono che il riconoscimento legale delle persone transgender cancellerebbe la differenza sessuale (tra i sessi biologici) e le tutele riservate a persone di sesso (biologico) femminile (questione che in realtà ha senso porre solo per la specificità britannica, a causa della loro impostazione giurisprudenziale, ma che ahimé sta inquinando il dibattito internazionale).
In questo universo di femministe (lesbiche e non) e gay tradizionalisti, esistono varie posizioni, più o meno moderate:
alcuni attaccano le persone non medicalizzate o semplicemente non operate, dicendo che esse non meritano un riconoscimento legale come appartenenti al genere d’elezione e vanno esclusi/e dagli spazi riservati alle persone del loro genere d’elezione;
altri, invece, rifiutano il riconoscimento di qualsiasi persona transgender (anche operata), sostendendo che il corpo di nascita e la socializzazione infantile abbiano un valore inalienabile, e che quindi gli spazi sociali o di riflessione divisi per genere siano destinati a chi quel genere lo ha vissuto dalla nascita e che dalla nascita ha determinate caratteristiche fisiche.

Era abbastanza prevedibile che, in un’epoca in cui sesso e genere dovrebbero essere irrilevanti in un sacco di contesti (dalle competizioni “sportive” nel gioco degli scacchi, in cui giocatori e giocatrici sono divisi per sesso a quasi tutti i contesti lavorativi che non richiedono forza fisica), l’attivismo legato a visioni “biologiste” cercasse di dare visibilità a quei pochi ambiti dove la differenza fisica ha ancora grande importanza: lo sport agonistico.

Sarebbe un errore censurare e zittire chi porta in ordine del giorno questo tema, che presenta degli irrisolti importanti e sui cui è possibile trovare una soluzione oggettiva e che permetta una competizione equa.

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L’episodio d’attualità che ha fatto scaturire il dibattito

La dottoressa Rachel McKinnon, donna trans medicalizzata e coi documenti rettificati, ha vinto i mondiali Master su pista di ciclismo.
La vittoria ha scatenato molte polemiche, sia da parte di altre cicliste, sia da parte del popolo della twittosfera, che hanno commentato la vittoria in modo critico nel migliore dei casi, con insulti a sfondo transfobico nel peggiore dei casi.
Penso che molte delle reazioni sianodi pancia e dovute all’estetica della ciclista, che ha un corpo androgino e attualmente porta i capelli corti.
La mia critica non va tanto ai contenuti della polemica, ovvero se sia una vittoria meritata o no (critica che comunque non dovrebbe essere rivolta a Rachel, ma al massimo alle associazioni sportive che l’hanno ammessa al campionato femminile secondo standard da loro approvati), ma, come sempre, ai toni di chi l’ha criticata.

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La reazione della tennista Martina Navrátilová

Ha preso parola sulla questione un’atleta di un’altra disciplina, il tennis, Martina Navrátilová, la quale vuole che sia approfondito il problema della presenza delle persone transgender negli sport agonistici, ed in particolare delle donne trans che competono con le donne biologiche nella categoria femminile.
Martina, una delle prime lesbiche a fare coming out nel mondo dello sport, è stata destituita dal ruolo di ambasciatrice e consigliera dell’organizzazione americana che si batte per gli sportivi Lgbt, Athlete Ally.

La causa di questa espulsione non risiede nella sua richiesta di una regolamentazione riguardo alla partecipazione delle donne trans nello sport agonistico femminile, bensì sulla transfobia di certe sue affermazioni:

 

“Non puoi soltanto dichiararti donna per poter competere con le donne. Bisogna avere certi standard. Avere un pene e gareggiare con le donne non è uno di questi. Un uomo può decidere di diventare donna, assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive, vincere tutto e allo stesso tempo guadagnare una fortuna, poi può cambiare di nuovo la sua decisione e tornare a fare figli se desidera. È insano e ingannevole. Sarei felice di incontrare una donna transgender, ma non di giocarci contro. Non sarebbe giusto.

Ridurre soltanto il livello di ormoni non risolve il problema. Un uomo sviluppa più muscolatura e più densità ossea, assieme a un più alto numero di globuli rossi, sin dalla nascita. L’allenamento allarga la forbice. Infatti se un maschio volesse eliminare ogni vantaggio fisico, dovrebbe iniziare un trattamento ormonale sin dalla pubertà. Per me questo è impensabile. Vorrei anche fare una critica distinzione tra transgender e transessuali. Questi ultimi hanno subito un intervento chirurgico e il passaggio è stato completo. Ma sono solo un piccolo numero”


Queste stesse parole potevano essere dette senza inserire questi elementi transfobici.
Il misgendering, ad esempio: si può fare riferimento al fatto che una donna transgender è di sesso biologico maschile senza per forza usare “un uomo” per descriverla.
Inoltre, se il problema è lo sviluppo osseo del corpo della donna trans precedente all’assunzione di estrogeni ed antiandrogeni, è incomprensibile questo riferimento al pene, che Martina fa in vari passaggi, sottolineando la possibile fertilità della donna trans, la reversibilità (la possibilità di tornare a vivere da “padre di famiglia”) e mostrandosi giudicante verso le persone transgender (parola che usa per descrivere le persone trans non operate), “salvando” invece le persone transessuali (parola che usa come sinonimo di “persona trans operata”).
Se il (possibile) problema è la densità ossea, a che serve il misgendering e l’attacco ai genitali?

Corregge il tiro, Martina, in questo comunicato sul suo sito, ribadendo che l’unica cosa che ha a cuore è l’equità nella competizione, ma avrebbe dovuto porre la questione sotto questi termini fin dall’inizio.

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Un argomento di cui è giusto parlare, ma attenzione alle strumentalizzazioni

Ci sarebbe tanto da dire sulla partecipazione delle persone transgender in un settore (necessariamente) binario come gli sport agonistici.
Alcune trans sottolineano che avere un’ossatura pesante quando hai una muscolatura indebolita dagli antiandrogeni ti rende fisicamente svantaggiata rispetto ad una donna biologica, ma sarebbero tante le cose da tenere presenti per fare una valutazione equa che permetta una competizione “sostenibile”.
La stessa Navrátilová precisa che “assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive” quindi l’allarmismo riguardante l’ingresso nello sport agonistico delle persone trans non medicalizzate è attualmente infondato, e serve solo a soffiare sul fuoco della polemica attorno alle leggi che permettono alle persone transgender non medicalizzate di essere socialmente e legalmente riconosciute con nome e genere d’elezione.
Legare questi due temi (l’inclusione negli sport agonistici e il riconoscimento legale) non ha senso, perché il riconoscere legalmente il genere d’elezione di una persona transgender non medicalizzata non costringerebbe le associazioni sportive a smettere di imporre l’assunzione di ormoni per gareggiare nella categoria inerente al proprio genere d’elezione. Mettere in discussione il riconoscimento legale è quindi, da parte degli attivisti “biologisti”, strumentale, visto che lo sport agonistico è davvero uno dei pochi contesti dove la differenza biologica ha un valore.

Da non sportivo e da non medicalizzato ammetto di conoscere poco gli attuali requisiti di ammissione delle sportive transgender nelle competizioni agonistiche, ma se questi requisiti vanno perfezionati, che lo si faccia. Esistono differenze molto forti, di peso, d’altezza, a volte legate a dati etnici, a volte no, che creano delle disparità anche tra persone “cisgender” (anche all’interno dello stesso sesso biologico), quindi basterebbe introdurre nuovi criteri (già presenti in alcuni sport) per cercare di riprodurre una competizione non discriminante in nessun senso.

 

Un lavoro di revisione sereno e razionale è possibile?

Mi chiedo, però, se questo lavoro possa essere fatto serenamente, visto il periodo di profonde tensioni tra comunità transgender e comunità lesbica. Questa revisione dei requisiti può essere davvero fatta in modo razionale e scientifico o, per forza di cose, verrà caricata di significati simbolici legati a dei macro-scontri che stanno infiammando il conflitto politico tra correnti con agende politiche praticamente opposte?

E mentre queste polemiche infiammano le nostre bacheche social, un po’ di ottimismo arriva dalla notizia relativa al Manuel, primo pugile transgender a disputare un match da professionista negli Stati Uniti e a vincerlo.

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