Come persona transgender che non può rettificare i documenti, sto molto attento a compilare moduli, ovvero compilo tutto ciò che è informale usando il nome Nathan, e cerco di limitare il più possibile i moduli col nome anagrafico (SPID, questioni bancarie, sanitarie e poco altro).
Fino a pochi giorni fa non esisteva persona che conosceva il mio numero di telefono e, contemporaneamente, anche il mio nome anagrafico, e questo mi rendeva sereno, perché rispondere a quel numero, fossero stati clienti, studenti, amici, giornalisti per interviste, mi garantiva la possibilità che il mio nome anagrafico non fosse pronunciato.

Poi, spinto da problemi tecnici legati alla Wind, ho deciso di cambiare operatore, e passare a Fastweb, un “travaso” di lacrime e sangue, visto che la Wind mi bombarda ancora con fatture emesse anche dopo mesi dalla mia “dipartita”, ma non è questo l’unico problema (che sarebbe una rogna anche se non fossi transgender): la fastweb ha “fornito” il mio numero di telefono ad una serie di venditori che mi “garantiscono” promozioni eclatanti in quanto utente fastweb, dalle cialde del caffè ai depuratori per il rubinetto, al contratto di luce e gas.

Il problema è che, mentre con una persona cis, essere chiamati con nome e cognome non rivela niente (tutti gli altri che usano quel numero usano anche quei dati), ovviamente per una persona transgender è diverso: questi stalker dei call center sono i primi che chiamano quel numero usando il nome anagrafico con nonchalance, e, anzi, convinti che l’uso ripetuto e maniacale di quel nome mi spinga a comprare.

Alla domanda “chi vi ha fornito il numero” in pochi hanno ammesso che è stato Fastweb stesso, fornendo anche tutti gli altri miei dati, ma quello che risulta pesante, per me, e chissà per quante altre persone sotto l’ombrello transgender, è che quel numero, a cui io devo rispondere sempre, perché un numero sconosciuto potrebbe essere un nuovo cliente, un giornalista interessato al blog, o un vecchio amico non in rubrica, e invece tutti questi numeri “virtuali”, fissi e di cellulari italiani, che riconducono alla chiamata voip di un call center, esordiscono col nome anagrafico.

Poi c’è stata la situazione imbarazzante di un operatore che, durante una pausa pranzo, ha ripetuto il nome anagrafico esattamente 27 volte, mentre mi dava del tu, senza neanche chiedermi il permesso, e non si arrendeva ai miei “no” alla sua proposta di vendita. Credeva, e magari aveva un team leader alle spalle che lo controllava, che quella frenetica ripetizione di quel nome mi avrebbe spinto a comprare le sue pentole a pressione, mentre era intento a immaginarmi moglie e madre.

Certo, sto partendo da un mio aneddoto personale, a cui mi sono sottratto per oltre un decennio perché mi so destreggiare bene nel non dare dati anagrafici se non strettamente necessario, e ho sempre visto altri, bombardati da poco raccomandabili operatori del trading online, ma ora, per fare quello che necessita di un riferimento anagrafico, un contratto telefonico, mi ritrovo bombardato da queste persone, addestrate a non mettere giù il telefono, e a ripetere il nome anagrafico come un mantra, a causa del corsi di Programmazione NeuroLinguistica (PNL) che hanno fatto proprio in quei call center.

Di certo, io, che per pagarmi parte degli studi in quel call center ci ho lavorato, con la team leader alle spalle che mi obbligava ad usare il mio nome anagrafico e anche quello del cliente, per “creare empatia”, vorrei aiutare questi ragazzi, a stare in linea anche solo qualche minuto in più, per raggiungere obiettivi telefonici, che faranno loro arrivare ad un misero pagamento a cottimo. Ma a che prezzo?

Non so se con le persone cisgender questa ripetizione frenetica del nome anagrafico funzioni, ma quello che so è che con chi è non binary o transgender, o con chi, per ragioni sue, non ama il suo nome anagrafico, questa è una vera e propria tortura.